Recensione: Curtain Calls

Di Fabio Vellata - 25 Aprile 2026 - 9:00
Curtain Calls
Band: Degreed
Etichetta: Frontiers Music Srl
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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80

Nati a Stoccolma a metà anni 2000, i Degreed si sono guadagnati sul campo la nomea di band “affidabile”. Ogni uscita mette sul tavolo melodic rock moderno, arrangiamenti curati e una scrittura che non perde di vista il ritornello. Col tempo hanno affinato il tiro, arrivando con “Public Address” nel 2023 e l’EP “The Leftovers – Volume I” nel 2025, a costruire dei tasselli che hanno consolidato la loro identità tra classicismo AOR e sensibilità moderna.

L’ottavo capitolo, “Curtain Calls”, esce nuovamente per Frontiers Music e suona come un manuale di melodic hard rock moderno. Produzione nitida, potente, ma mai compressa al punto da togliere aria alle canzoni. Le chitarre di Johansson tengono sempre un ruolo centrale, con riff e fraseggi pensati per sostenere la linea vocale più che per rubare la scena, mentre le tastiere di Blanc colorano lo sfondo con uno stile che oscilla tra l’AOR classico e suggestioni pop-rock contemporanee. La sezione ritmica dei fratelli Eriksson dà l’idea di una macchina perfettamente oliata: groove preciso, dinamica controllata, nessuna esibizione superflua, solo ciò che serve alle canzoni per funzionare.

Lo stile resta quel mix caratteristico tra hard rock melodico e approccio moderno che la stessa etichetta descrive come “classic meets contemporary”, con brani energici, suoni lucidi e un costante equilibrio tra muscolarità chitarristica e forte vocazione al ritornello. Non ci sono deviazioni improvvise verso territori estremi o ibridazioni alla moda. I Degreed scelgono di limare la propria formula, piuttosto che reinventarla, puntando su consistenza e riconoscibilità.
La struttura del disco è snella: dieci pezzi – meno di quaranta minuti – per una tracklist che scorre senza intoppi, con un flusso ben studiato tra momenti più grintosi, midtempo carichi di atmosfera e passaggi più intimisti. L’impressione è quella di un album in cui ogni brano mira a essere potenziale highlight invece di riempire spazio.

Va detto che, ad ogni modo, qualche brano spicca sugli altri.
L’opener “One Helluva Ride” mette subito le cose in chiaro. Attacco diretto, groove deciso, un hook vocale che ti rimane in testa e la sensazione di una band che apre il sipario con sicurezza, senza preamboli inutili. È il biglietto da visita ideale per chi non ha mai ascoltato i Degreed: basta un pezzo per capire tono, suono e attitudine. “Believe”, scelta come singolo, rappresenta con chiarezza il lato più radio‑oriented del disco. Struttura agile, ritornello apertissimo e un lavoro di tastiere che flirta con il pop moderno senza far perdere al brano la sua anima rock. È il classico pezzo che funziona sia in cuffia sia in una scaletta live, con quel tipo di positività melodica che i Degreed sanno dosare senza scadere nel zuccheroso.
Broken Dreams” porta invece a galla il volto più oscuro e personale del gruppo Un midtempo dal taglio drammatico, sorretto da un testo legato al percorso di rinascita dopo anni difficili, che Robin Eriksson stesso ha definito molto intimo. Qui la band lavora sulla tensione emotiva, con una costruzione che cresce progressivamente e trova il suo culmine in un ritornello carico di pathos, tra chitarre dense e linee vocali tirate.

La title‑track “Curtain Calls” è un altro passaggio che sintetizza bene la poetica del disco. Ritmo sostenuto, basso in primo piano, un feel quasi euforico che convive con una certa malinconia di fondo, come se la band avesse voluto catturare quel momento particolare in cui il sipario cala ma resta la voglia di un ultimo applauso. Altrove, brani come “My Blood” e “Matter Of The Heart” mostrano la capacità dei Degreed di muoversi tra power ballad e rock più energico senza perdere coerenza, giocando con richiami 80s filtrati da una produzione decisamente contemporanea.

Nel complesso la tracklist scorre compatta: i momenti più spinti e quelli più introspettivi sono distribuiti con intelligenza, e il disco si lascia ascoltare in un fiato, con qualche brano che colpisce subito e altri che crescono alla distanza

Dal punto di vista lirico, “Curtain Calls” lavora su temi personali e contemporanei: rapporti, resilienza, promesse mantenute o tradite, lotta con i propri demoni, fino a quel bisogno di rialzarsi dopo periodi bui che emerge in modo particolarmente forte nei singoli. C’è sempre una vena di malinconia sotto la superficie, ma mai davvero autocompiaciuta. È più il tipo di malinconia “lucida” che ti permette di guardare indietro con consapevolezza, e avanti con una certa determinazione.

Curtain Calls” dà l’idea di una band arrivata in piena maturità, che non ha più bisogno di dimostrare nulla a nessuno e lavora per affinare il proprio linguaggio con pazienza quasi artigianale. Il confronto con i lavori immediatamente precedenti mostra un ulteriore passo in avanti in termini di compattezza: meno dispersione, maggiore focus e una coerenza interna che rende il disco facile da ascoltare in blocco, dall’inizio alla fine, senza cali vistosi.
Non siamo davanti all’album “rivoluzionario” che cambia le regole del gioco. Ed in effetti i Degreed non sembrano minimamente interessati a questo tipo di dichiarazione di intenti. Quello che consegnano è un disco centrato, curato nei dettagli, in cui identità e contemporaneità convivono senza attrito, confermando la band come una delle realtà più solide e costanti della scena melodic hard rock odierna.
Consigliato senza riserve a chi segue da anni il percorso del gruppo e a chiunque cerchi un melodic hard rock moderno, ben scritto e interpretato, che non deve inventarsi etichette per funzionare.

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