Recensione: Too Bad To Be Good

Di Fabio Vellata - 4 Maggio 2026 - 9:00
Too Bad To Be Good
Band: Alicate
Etichetta: Pride & Joy Music
Genere: AOR  Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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77

Gli Alicate affondano le radici nella seconda metà degli anni ottanta, quando il cantante e chitarrista Jonas Erixon e il bassista Fredrik Ekberg decisero di dar vita a una band che incarnasse lo spirito del melodic hard rock scandinavo. Dopo aver pubblicato un singolo su 7″ nel 1989 (“The End”) e aver accompagnato Ian Gillan nel suo Toolbox Tour del 1992, la formazione si sciolse temporaneamente, per poi riformarsi nel 2006. Da allora, il percorso discografico ha visto uscire “World Of Anger” (2009), “Free Falling” (2013) e “Unforgiven To Be Forgiven” (2018), con la consacrazione rappresentata dall’esibizione allo Sweden Rock Festival ed un altro paio di buoni album usciti negli ultimi anni (“Butterfly” – 2022 e “Heaven Tonight” – 2024).
Oggi, con “Too Bad To Be Good“, da poco pubblicato via Pride & Joy Music, la band svedese mantiene viva la fiamma dell’AOR classico in pieno 2026 con quello che potrebbe essere probabilmente il miglior disco in carriera.

L’album si apre con “Changes“, un brano che non spicca particolarmente come biglietto da visita ma che introduce l’ascoltatore a un sound nostalgico, solidamente ancorato agli anni d’oro del genere. Molto riuscito il ritornello.
La title track “Too Bad To Be Good” presenta sfumature di hard-funk ruvido, un tentativo interessante di diversificare il repertorio senza tradire l’identità melodica della band. “One Shot” vira verso tentazioni pop più leggere, confermando la volontà degli Alicate di esplorare diverse sfaccettature del melodic rock senza mai eccedere in sperimentalismi.

Il cuore pulsante dell’album risiede in brani come “Save Our Love“, che incarna perfettamente l’AOR anni ottanta, con le sue melodie avvolgenti e il suo approccio melodrammatico ma mai stucchevole. Qui emerge chiaramente l’influenza dei Whitesnake più emotivi nel particolare equilibrio tra sensualità e potenza che ha caratterizzato le ballad più riuscite della band di David Coverdale. “Don’t Turn Around“, strategicamente posizionato come penultimo pezzo, è un autentico colpo di genio: riff galoppanti, sonorità europee ben definite e un chorus imponente che invita l’ascoltatore a riscoprire le tracce precedenti con rinnovato interesse. “Run“, che chiude l’album, rallenta i ritmi introducendo chitarre acustiche e una performance vocale di Jonas Erixon solida e autorevole, dimostrando che la band sa gestire anche atmosfere più intime e riflessive. La voce di Erixon – a tratti non troppo distante da quella di Chris Ousey degli Heartland – è spesso il valore aggiunto dei brani.
Anche in questo caso, l’ombra dei Whitesnake più riflessivi si fa sentire in virtù di linee di chitarra acustica che rimandano alle ballad bluesy della band britannica.

Altri momenti degni di nota includono “High On Livin‘” e “Mysterious“, tracce che consolidano l’impianto generale del disco senza rivoluzionare la formula ma mantenendo alta la qualità compositiva. La produzione, curata da Svein Jensen, risulta pulita e rispettosa delle sonorità classiche del genere, con Jonas Erixon che, oltre alla voce e alla chitarra, firma anche le composizioni e i testi.

Too Bad To Be Good” è un album che non reinventa nulla, ma che riesce a mantenere vivo e rilevante il sound AOR in un’epoca in cui questo genere rischia di sembrare anacronistico. Gli Alicate dimostrano di padroneggiare perfettamente il linguaggio melodico degli anni ottanta, offrendo un prodotto robusto, genuino e corposo che farà felici i nostalgici senza però chiudersi in una dimensione autoreferenziale. Se è vero che alcuni brani centrali dell’album non raggiungono i picchi qualitativi di “Don’t Turn Around” e “Run“, è altrettanto vero che l’insieme mantiene una coerenza stilistica apprezzabile e una freschezza che invita all’ascolto ripetuto.
Un lavoro solido, equilibrato e privo di sbavature, che conferma la band svedese come custode credibile della tradizione AOR scandinava.

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