
Nonostante il desiderio massimo di poter apprezzare live la macchina da guerra di Stanne e compari, era personalmente molta anche la curiosità di saggiare dal vivo lo charme goticheggiante degli storici Tristania, seminale band norvegese attiva da più di tre lustri.
Con un certo disappunto, abbiamo però dovuto constatare quanto le speranze covate prima dell’entrata in scena del gruppo – avvenuta intorno alle 21.50 – si siano poi rivelate illusorie: troppi i rimestamenti in line up occorsi negli anni, per consentire ad Anders Hilde – unico superstite della formazione originaria presente questa sera – e compagni, di mantenere intatto lo spirito ed il fascino costruito nelle prime uscite discografiche.
Quella che si presenta sul palco è, in effetti, una band quasi totalmente diversa e snaturata dalla personalità degli esordi. Se tuttavia, la “nostra” Mariangela Demurtas, deliziosa e preparatissima singer originaria di Ozieri (Sassari) ha saputo dimostrarsi abile nel non far troppo rimpiangere la grande Vibeke Stene, non così è apparso per il resto del gruppo, primo fra tutti Kietjil Nordhus, imponente quanto statico frontman.
Un po’ “fermi” e non troppo coinvolgenti, i Tristania hanno senza dubbio mostrato una buona empatia con l’audience in occasione dei brani più diretti e performanti, procurando invece qualche sbadiglio nell’esecuzione dei pezzi maggiormente articolati.
Alternanza di più voci, brani talora eccessivamente prolissi ed un atteggiamento non proprio dinamico sul palco, hanno delineato i contorni di un’esibizione “ordinata” ma non certo da ricordare.
Performance apprezzabile anche se nella norma, insomma: impossibile non sottolineare come, ad oggi, il combo norvegese debba gran parte del proprio appeal alla presenza di miss Demurtas, singer in grado si aggiungere un bel po’ di fascino ad un nome storico del panorama goth che, altrimenti, rischierebbe l’inevitabile discesa nell’anonimato.

Morti. Scomparsi. Defunti. Decaduti. Ormai privi di mordente.
Della creatura di Stanne si è detto, negli ultimi anni, un po’ di tutto, spesso in termini ben lontani dall’essere lusinghieri.
Reduce da una recente uscita discografica piuttosto altalenante e contraddittoria, il leggendario combo svedese era atteso dal pubblico italiano – tra i più affezionati da sempre – ad una prova d’orgoglio almeno dal vivo, territorio in cui i Dark Tranquillity hanno quasi sempre offerto prestazioni di livello assoluto.
E per somma fortuna, questa volta nessuna delusione e nessun motivo per cui – a posteriori – potersi lamentare: quelli saliti sul palco la sera del 22 novembre sono musicisti dagli attributi cubitali, capaci di arpionare l’audience con cattiveria, potenza, fiumi di grinta e pure un pizzico di simpatia. Come a dire che si può suonare violento death metal swedish style (sempre con molta melodia, ovvio) ed ugualmente mantenere il sorriso, la verve ed il desiderio di familiarizzare con il pubblico come ad una festa collettiva.
Curiosa la formazione disposta ora on stage senza la presenza del defezionario bassista Daniel Antonsson, le cui parti risultano assorbite da arrangiamenti e soluzioni campionate: nessun contraccolpo scenico, ne sonoro, al punto da apparire particolare quasi secondario e trascurabile.
Alle ore 23.00, dopo una lunga attesa accompagnata da un’insopportabile sottofondo “house-tunz-tunz”, lo show deflagra ed il gruppo, accompagnato da giochi di luci di grande impatto, attacca sparando a tutto volume “The Science Of Noise” uno dei pezzi del nuovo “Construct”. Alcuni attimi di studio e l’audience è già quasi totalmente soggiogata: “White Noise/Black Silence” arriva come un maglio a distruggere qualsiasi resistenza, instradando lo spettacolo su binari di completo ed assoluto godimento.
Scaletta condita da sorprese e novità quella prevista per i convenuti all’Arena valsesiana: come mai accaduto prima, l’occasione del ventennale della band è stata, infatti, propizia per l’esecuzione di un brano assolutamente straordinario, prelevato dall’enorme esordio del 1993 (“Skydancer”).
“A Bolt Of Blazing Gold”, presentato con la collaborazione di Mariangela Demurtas, ha avuto effetti quasi onirici per il sottoscritto, costretto a ritornare con la memoria all’epoca dell’acquisto del primo album e dei suoi reiterati ascolti, conditi dalla profonda convinzione – già allora – di aver scoperto una band eccellente.
In una setlist decisamente lunga - a sfiorare l’ora e cinquanta di durata - non sono comunque mancati estratti dall’intera discografia della band: una grandiosa “Punish My Heaven”, dall’altrettanto magnifico “The Gallery”, “The Mundane And The Magic” (ancora con miss Demurtas a supporto) dall’ottimo “Fiction”, la superba “The Wonders At Your Feet” (da “Haven”) e la terrificante “Lost To Apathy”, tra i momenti migliori del concerto, sublimato nel grande riff portante della stupenda “Thereln”, unica traccia proveniente da “Projector”.
Dopo un’esibizione intensa, totale e ricca di soddisfazioni, Stanne e compagni si congedano concedendo il classico bis con la deliziosa “Lethe”, ulteriore piccola sorpresa per i numerosissimi convenuti.
Band pressoché perfetta, suoni di buona qualità - pur se con la voce un po’ “annegata” nelle prime battute – spettacolo di luci di grande impatto e grandissima cornice di pubblico, sono stati gli ingredienti di un successo certamente atteso, ma non in questa debordante misura.
Solo qualche cedimento per la voce “metallica” del frontman nel finale, bilanciata da una prestazione maiuscola del resto della band (magnifici in particolare Henriksson e Sundin, concentrati per tutta la durata dello show nel confezionare tonnellate di riff ed accordi), gli ultimi commenti ad un serata dai contorni memorabili, senza ombra di dubbio, da annoverare tra le cose migliori viste on stage dal sottoscritto in tanti anni di frequentazione.
Magari discutibili su disco. Inarrestabili e superiori dal vivo…
Setlist:
01. The Science Of Noise
02. White Noise/Black Silence
03. What Only You Know
04. The Fatalist
05. The Silence In Between
06. Zero Distance
07. A Bolt Of Blazing Gold (feat. Mariangela Demurtas)
08. The Mundane And The Magic (feat. Mariangela Demurtas)
09. Punish My Heaven
10. The Wonders At Your Feet
11. Indifferent Suns
12. Iridium
13. Terminus (Where Death Is Most Alive)
14. State Of Trust
15. Endtime Hearts
16. ThereIn
17. Lost To Apathy
18. Misery’s Crown
Encore:
19. Lethe
Report e foto a cura di Fabio Vellata.
Dark Tranquillity + Tristania – Pinarella di Cervia 23/11/13
Sebbene i tonanti cieli mentitori in lontananza siano carichi di tempesta, nonostante le temperature che si sono fatte improvvisamente glaciali, sono numerosi i manipoli di metallari del centro-sud convenuti in terra romagnola, all’ingresso del Rock Planet di Pinarella di Cervia, come in un oscuro pellegrinaggio. Sotto la pioggia, i più. Fermi. Immobili. Ma c’è un’aria reverenziale, quasi religiosa in quell’attesa, mentre sempre più numerose si fanno le schiere di “fedeli” convenuti all’evento.
I cancelli aprono puntualmente alle ore 22.00, ed in pochi minuti la sala è piena per metà, ed il flusso sembra costante. Le dimensioni del Rock Planet sono sì modeste, ma di questi tempi di crisi ed “assenteismo ingiustificato” di metallari sotto i palchi il numero di presenze già dai primi minuti può dirsi sorprendente.
Ma forse è un’illusione ottica, forse è soltanto l’ora tarda, considerato che stasera suonano solo due band e che non c’è nessun gruppo minore ad intrattenere mentre la fame di Dark Tranquillity si fa via via più bestiale, anche considerato il digiuno forzato dalla cancellazione del tour europeo “Metal Attack over Europe” dell’anno scorso.

Non passano che pochi minuti ed ecco i norvegesi Tristania salire sul palco. Non li vedevo on stage da diverso tempo, tanto che ormai potrebbe trattarsi di un’altra band, considerati i travagliati avvicendamenti di lineup negli ultimi anni che ne hanno caratterizzato una vera e propria palingenesi. La setlist consta di una manciata di brani dalla durata abbastanza consistente, principalmente provenienti dall’ultimo lavoro “Darkest White”: un album in cui la band sembra aver trovato una buona alchimia, come ben evidenziato nella nostra recensione; forse non ai livelli degli esordi con la talentuosa voce operistica di Vibeke Stene ma di certo degna di nota nel panorama gothic. Orbene, l’impressione da studio si fa più forte alla luce della prestazione live: brani come “Number” o la titletrack “Darkest White” si impongono con l’austera freddezza che è marchio di fabrica della band.
Freddezza che purtroppo ha anche un rovescio della medaglia. In primo luogo, per quanto incisivi possano essere i nuovi brani, la band arranca prevedibilmente sui ‘classici’: le prepotenti campionature e la palese difformità tra la vecchia e la nuova formazione non rendono facile il lavoro dei norvegesi che sembrano talvolta una cover band di sé stessi (del passato).
Ma a trasparire in negativo, purtroppo, è proprio la staticità sul (modesto) palco dei membri della band. La chitarrista Gyri Smørdal Losnegaard sembra assorta nei suoi pensieri di viaggi caraibici (o almeno così mi è parso), il più temerario è il bassista 'baffo' Ole Vistnes col suo headbanging incessante. Ma il più grande disorientamento, almeno per il pubblico, è la presenza/assenza ciclica dei vocalist: si palesa infatti un continuo andirivieni alternato tra un pezzo e l’altro del grande (in senso meramente fisico) Kjetil Nordhus e della nostra connazionale Mariangela Demurtas, tanto che ci si chiede chi prendere come punto di riferimento.
Sebbene non abbia osato neppure troppo in patria con le esortazioni al pubblico, è proprio la Demurtas la vera curiosità dello show: convincente e pienamente consapevole della pesante eredità della Stene, la giovane sarda fa la sua parte con grande disinvoltura – tanto che la sua ottima performance ci fornisce buone ragioni per ricordare con tiepida soddisfazione lo spettacolo offerto, conclusosi con “The Year of the Rat”, celebre opener di “Rubicon”.

“Ci siamo”. Quando la batteria è stata liberata dalla sua prigione di plastica, il soundcheck è terminato e gli schermi alle spalle del palco si sintonizzano sulle tonalità di Construct non ci sono più dubbi: sarà l’inizio di uno show memorabile.
A differenza delle produzioni enormi che caratterizzano le band più importanti del panorama, nel nostro caso (per fortuna) le animazioni video invero non sono che un piacevole contorno allo spettacolo vero e proprio che si palesa dinanzi ai nostri occhi. Sulle note dell’opener “The Science of Noise” si presenta infatti un Mikael Stanne in gran forma, mentre il pubblico esaltato salta a piè pari il riscaldamento e si lancia impetuoso nel flusso delle note proposto dalla band.
Per ammissione della stessa band, lo show apre con un botta e risposta tra brani del nuovo album (“The Science of Noise”, “What Only You Know”, “The Silence in Between”) a classici del recente passato, dal grande Damage Done (“White Noise/Black Silence”) al più controverso We Are the Void (“The Fatalist”), fino al recente “Zero Distance”.
Come previsto da copione a circa 1/3 dello spettacolo entra in scena con grande classe la Demurtas che poc’anzi ci ha deliziato con i Tristania, stavolta in tenuta più aggressiva (per così dire...) per duettare con Mikael nella leggendaria “A Bolt of Blazing Gold” del lontano 1993 ed “UnDo Control”. Mi sarebbe piaciuto sentire anche “The Mundane And The Magic”, ma a quanto pare il privilegio è spettato agli amici di Romagnano (e non a noialtri della Romagna).
Terminata la parentesi duetto, Stanne sembra essere un po’ affaticato, ma la performance procede con il crescente apporto del pubblico, sempre pronto a gridare il nome dei propri beniamini tra un pezzo e l’altro, a dar loro l'energia. Stranamente l’assenza del(l'ex) bassista Daniel Antonsson non si fa sentire per tutta la durata del concerto, quasi un vantaggio ergonomico per gli incroci sul palco delle due chitarre e di uno Stanne irrefrenabile, considerate le ristrette dimensioni dell’area.
Poco il lavoro 'verbale' del frontman tra un pezzo e l’altro, le grida dei fan si fanno sovente troppo alte ed il buon Mikael malcela un certo, timido imbarazzo misto ad autocompiacimento nel sentire un pubblico tanto accalorato e pronto ad esaltare i propri eroi: l’Italia si riconferma la vera patria della band. In un paio di occasioni si segnalano anche un paio di crowdsurfing per Stanne, senza contare le incursioni della band sempre sugli scudi e sempre a cercare il pubblico in un oscuro, caldissimo abbraccio.
Dopo le cantatissime e tanto reclamate dalla platea “ThereIn” e “Misery's Crown” la band lascia la scena. Il pubblico chiama a gran voce di nuovo i nostri per il bis, mentre già pregusta il finale col botto, tanto che le due ore segnate sull’orologio dall’inizio del concerto sembrano quasi volate, ed il freddo patito per entrare è ormai un tiepido ricordo. Ecco allora rientrare la band per “Lethe” e “Lost To Apathy”, quest’ultima a riempire la curiosa mancanza di rappresentanti da Character.
Grande soddisfazione per la serata negli occhi degli astanti, e nonostante la ritrosia di alcuni elementi della band (quel buon nerd di Martin Brändström ha dribblato i fan con l’eleganza di Messi), Mikael Stanne è rimasto con grande umiltà a firmare autografi e discutere con i fan fino a serata inoltrata, gesto che fa apprezzare ulteriormente una band ormai destinata a riempire le pagine della storia del death metal melodico, con particolare merito al pubblico italiano, consuetamente presente in gran numero col corpo, con l’anima e con la voce agli show proposti dalla leggendaria band svedese.
Setlist:
01. The Science of Noise
02. White Noise/Black Silence
03. What Only You Know
04. The Fatalist
05. The Silence in Between
06. Zero Distance
07. A Bolt of Blazing Gold (con Mariangela Demurtas)
08. UnDo Control (con Mariangela Demurtas)
09. Monochromatic Stains
10. The Wonders at Your Feet
11. Indifferent Suns
12. Silence, and the Firmament Withdrew
13. Terminus (Where Death Is Most Alive)
14. State of Trust
15. Endtime Hearts
16. ThereIn
17. Misery's Crown
Encore:
18. Lethe
19. Lost to Apathy
Report a cura di Luca "Montsteen" Montini.
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A presto col report completo della serata.
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A presto col report completo della serata.
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DEATH ANGEL + EXTREMA + DEW-SCENTED + ADIMIRON
29/11/2013 @Circolo Colony, Brescia (BS)

Causa impegni lavorativi arriviamo un po’ tardi e riusciamo ad assistere solo agli ultimi minuti dello show dei romani Adimiron, quel tanto che basta per avere in ogni caso una buona impressione dal punto di vista dell’attitudine da parte dell’opening act della serata, intento ad esibirsi di fronte ad un pubblico ancora sparuto e in buona parte concentrato sulle tipologie di birra offerte dal locale.
In attesa dell’entrata in scena di Dew-Scented abbiamo in ogni caso modo di ambientarci tra le mura del nuovo Colony, costretto a traslocare da Travagliato in quel di Brescia a causa di ben note liti con le autorità locali. La nuova location è peraltro piuttosto insolita; non tanto dal punto di vista geografico/urbanistico (si tratta di un capannone nella zona industriale nella zona di Brescia Est, come accade nove volte su dieci anche a Milano e a Bergamo), quanto piuttosto per la natura del locale: un ex strip club con divanetti e specchi e con pavimenti e soffitti a scacchiera. A primo impatto piuttosto spiazzante; ma pazienza, siamo qui per la musica, non per disquisire di arredamento d’interni e tra poco ne vedremo certamente delle belle!

Poco prima delle 21:00 salgono sul palco i tedeschi Dew-Scented, band di purissimo (e durissimo) thrash metal old school capitanata dall’energico ma soprendentemente cordiale Leif Jensen. I teutonici sono in giro ormai da parecchio ed in effetti il loro show è decisamente professionale e privo di sbavature; il livello tecnico esecutivo dei cinque thrasher è davvero elevatissimo e la loro grande carica viene interamente riversata su di un pubblico che mostra di gradire (e non poco!) l’impegno e la grande energia profusi. A dirla tutta, e come più volte rimarcato anche in sede di recensione, il vero tallone d’Achille dei Dew-Scented è una certa piattezza di fondo, ravvisabile tanto nel rifferama (ultraclassico e piuttosto uniforme), quanto nelle vocals (un urlato sì potente e graffiante quanto alla lunga un po’ monocorde) e nella struttura canzone (pochi cambi d’umore, pochissimi assoli, nessuna escursione in territori non propriamente “raging thrash”). Eppure, come detto, i presenti hanno dimostrato estremo gradimento per vere e proprie mazzate come "Sworn To Obey", "Turn To Ash" e "Storm Within" (tratte dall'ultimo "Icarus") cui si alternano cavalli di battaglia come le ormai classiche "Cities Of The Dead" e "Acts Of Rage" (da "Impact"). Tutti pezzi sui quali la suddetta monotonia viene parzialmente mascherata da una potenza esecutiva assolutamente non indifferente, rendendo lo spettacolo, quindi, un più che degno riscaldamento in vista dei “big”.
Setlist:
01. Sworn to Obey
02. Turn To Ash
03. Cities of the Dead
04. Confronting Entropy
05. Never to Return
06. Storm Within
07. Soul Poison
08. Acts of Rage

Alle 22 e 15 tocca ai nostrani Extrema, promossi (come raccontato da GL Perotti in persona) in seconda posizione nel cartellone della serata di casa grazie alla disponibilità dei Dew-Scented e, quindi, autori di una setlist più lunga rispetto a quella proposta nel resto del tour. L’apertura è affidata (come d’altronde buona parte della scaletta) ad un brano estratto dall’ultimo “The Seed Of Foolishness“, l’ottima “Between The Lines”; seguono a grande velocità (seppur con qualche intermezzo parlato di troppo, ma con GL non è una novità) altri brani nuovi e molto ben riusciti come "Again And Again", “Pyre Of Fire”, "The Distance" e la spettacolare "The Politics", alternati a vecchi classici come la sempreverde “Money Talks” (benissimo accolta da un pubblico in visibilio), "Selfishness" e "From The '80s" (entrambe da "Pound For Pound") e "Join Hands" (dal mitico "Tension At The Seams"). Peccato per la totale esclusione di "Set The World On Fire", neppure un estratto, e per un certo calo di voce da parte del Perotti, udibile in particolare su "The Distance"; Perotti che ad ogni modo si scusa per la “voce in cantina” e non si risparmia nel caricare il pubblico, facendo cantare più di un ritornello alle prime file e lanciandosi addirittura in uno spericolato body surfing. Gli Extrema sono una garanzia, live come su disco, e lo show di stasera, pur non esente dalle leggere pecche di cui sopra, è lì dimostrarlo, così come l’elevato grado di convolgimento da parte dei presenti.
Setlist:
01. Between The Lines
02. Deep Infection
03. Selfishness
04. Again and Again
05. Pyre of Fire
06. The Distance
07. The Politics
08. Join Hands
09. Money Talks
10. From The 80's

Ore 23 e 30 ed è un pezzo di storia del thrash metal, quello che si accinge a salire sul palco del
Colony di Brescia: i californiani
Death Angel. La band di origini filippine fa irruzione sulle note di "Left For Dead", opener del nuovissimo (e molto riuscito) "
The Dream Calls For Blood", ed è subito delirio: la voce di
Mark Osegueda è acuta e tagliente come un rasoio, il basso e la batteria spingono che è un piacere e le due chitarre colpiscono con l’energia di un autotreno e, nel contempo, con la precisione di un bisturi. Compatti e letali le leggende tramandano insomma.
Come preventivabile, grande spazio alle canzoni che compongono il nuovo album e, visto il valore delle stesse, nessuno può dirsi in alcun modo deluso. Brani come la citata “Left For Dead” e “Son Of the Morning” (una doppietta iniziale davvero al cardiopalma) hanno tutte le carte in regola per sfondare cuori e timpani, e non sfigurano in alcun modo (anzi) allorché frammiste a vecchi classici come "Mistress Of Pain" (dall'ormai leggendario "
The Ultra Violence") o “Seemingly Endless Time” (da "
Act III" l’unica su cui
Osegueda dà qualche segno di cedimento andando a zoppicare un po’ sul refrain). Tutto funziona pressoché alla perfezione: dall'attitudine dei cinque, alla resa fonica (ottimi, a proposito, i suoni lungo tutto l'arco della serata), sicché al pubblico ora più numericamente più consistente (seppur lontano da cifre realmente entusiasmanti) non resta che godersi lo spettacolo. Spettacolo la cui riuscita va ascritta equamente a tutti i protagonisti, con menzione speciale per il già citato
Osegueda e per il fenomenale
Rob Cavestany, uno dei chitarristi più bravi ed efficaci sulla piazza.
La scaletta prosgue nel segno dell'ultimo nato, dal quale vengono estratte le cattivissime "Succubus "e "Execution-Don't Save Me", ma c'è spazio anche per brani tratti da "
Relentless Retribution" ("Claws In So Deep"), "
The Art Of Dying" ("Thicker Than Blood") e "
Killing Season" (Sonic Beatdown"), tutti eseguiti in maniera impeccabile e senza cedimenti di sorta. Dopo una piccola pausa durante la quale il piccolo ma tostissimo cantante approfitta per riprendere fiato e presentare i compagni d’arme (
Rob Cavestany e
Ted Aguilar alle chitarre,
Damien Sisson al basso e
Will Carroll alla batteria), i
Death Angel escono e poi tornano in campo per un “encore” di quelli da mandare a memoria. All’iniziale "Lord of Hate" succedono, infatti, l’acclamatissima "Lord Of Hate", "Truce" e la conclusiva "Thrown To The Wolves", sulla cui coda si innesta l'acclamatissima "The Ultra Violence".
Setlist:
01. Left for Dead
02. Son of the Morning
03. Mistress of Pain
04. Fallen
05. Relentless Revolution
06. Claws In So Deep
07. The Dream Calls for Blood
08. Seemingly Endless Time
09. Succubus
10. Execution - Don't Save Me
11. Thicker Than Blood
12. Sonic Beatdown
13. Caster of Shame
Encore:
14. Lord of Hate
15. Truce
16. Thrown To The Wolves / The Ultra Violence
Al tirar delle somme, un concerto davvero memorabile, di quelli che contribuiscono a tenere ben viva la fiamma dell'Heavy Metal (in senso lato, of course); il tutto grazie ad un pugno di band compatte, affiatate e capaci di dar vita, ognuna a modo proprio, ad uno spettacolo di elevata qualità. Avercene di serate così...
Live Report a cura di Stefano Burini
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Airbourne + Black Spiders + Corroded
Alcatraz Milano @ 14 novembre 2013
Stasera all’Alcatraz, si prospetta una serata all’insegna dell’hard rock più sfrenato, il palco B verrà nuovamente calcato dai mitici Airbourne, che promuovono il loro terzo lavoro “Blach Dog Barking”. All’apertura cancelli è già presente un nutrito numero di fan, dai rocchettari vecchio stampo ai più giovani, con il comune denominatore della passione per la musica rock e tanta voglia di divertirsi. Sullo stage è già visibile il telone del CD omonimo, e la bocca spalancata del cane nero è un presagio di cosa accadrà.
Live report a cura di Giacomo Cerutti
Foto a cura di Michele Aldeghi

Ad aprire la serata spetta ai finlandesi Corroded, nati nel 2004 con all’attivo tre album di cui l’ultimo “State of disgrace” uscito l’anno scorso. Accolti calorosamente, partono con “Let Them Hate As Long As They Fear”, esordendo con un repertorio rock-grunge miscelato con una dose di groove. Il tempo a disposizione è poco ma con soli sei pezzi riescono a dare la spinta iniziale alla serata, a cui il pubblico risponde positivamente, acclamando la band che con “6 Ft Of Anger” lascia lo stage.
Setlist:
Let Them Hate as Long as They Fear
More than you can chew
Age of rage
Time And Again
I am the god
6 Ft Of Anger

Vedi il Photo Report completo dei Corroded!

La serata prosegue con i Black Spiders, band stoner-rock nata nel Regno Unito nel 2008 che con soli due album vanta una notevole attività live, tra cui la partecipazione ad importanti festival come l’High Voltage Festival, il Sonisphere, il Rock Am Ring, oltre ad aver supportato Thin Lizzy, Monster Magnet, Guns’n’Roses ed altri.
Introdotti dalla colonna sonora di “Qualche dollaro in più”, salutano iniziando con “KISS Tried to Kill Me” seguita da “Stay Down” dando subito prova di che pasta son fatti.
Si nota subito la presenza di tre chitarristi: Pete “The Spider” Spiby, Ozzy “The Owl” Lister e Mark “The Shark” Thomas. Dalle loro corde dilaga un susseguirsi di riff ed assolo estremamente coinvolgenti anche nei pezzi meno tirati, mentre Adam “The Fox” Irwin completa il sound facendo vibrare il basso a dovere. Pete si dimostra anche un ottimo vocalist ed un buon frontman: non perde occasione per incitare il pubblico, già impegnato a pogare e scapocciare. Complessivamente il gruppo ha una forte presenza scenica, ma senza dubbio il più scatenato è il batterista Si “The Tiger” Atkinson, un pazzo furioso che si avventa su piatti e pelli con occhi sgranati e mille smorfie.
Stasera presentano l’appena sfornato “This Savage Land” da cui traggono anche la frenetica “Stick It to the Man”: l’entusiasmo del pubblico va aumentando, ad ogni fine canzone è ripagata con applausi mentre i nostri brindano con boccali di birra. Con “What Good's a Rock Without a Roll?” i ragni neri concludono una performance di alto livello e forte impatto che ha decisamente riscaldato l’audience.
Setlist:
KISS Tried to Kill Me
Stay Down
Stick It to the Man
Trouble
Balls
Just Like a Woman
Teenage Knife Gang
What Good's a Rock Without a Roll?

Vedi il Photo Report completo dei Black Spiders!

Ora che il pubblico è ben rodato, è pronto ad accogliere il tanto atteso headliner.
Nel vedere i tecnici scoprire i muri di marshall, dalla platea si alzano gli immancabili cori “AIRBOURNE, AIRBOURNE,…” ed il ritornello di “Ready to Rock”.
Appena le luci si spengono la band entra in scena, ed è proprio sulle note di questa canzone che danno il calcio d’inizio. Corna al cielo, la platea si infiamma e il pogo parte immediato. I quattro australiani sono una vera garanzia in sede live, un concentrato di potenza ed energia, che Joel O'Keeffe e soci scaraventano sulla folla con tonnellate di decibel.
Joel O'Keeffe e David Roads sparano riff ed assolo senza sosta, solidificati dalle dure note di Justin Street al basso, mentre il fratello Ryan O'Keeffe picchia sulle pelli come un forsennato. Da “Black Dog Barking” eseguono solo 4 pezzi tra cui “Girls In black” dove Joel - come di consueto - salta in spalla ad un membro della crew che lo trasporta in giro fino al banco bar e nella zona divanetti. Per il resto ogni canzone è un trionfo, la band sprizza energia da tutti i pori mostrandosi coesa e dinamica: giusto un piccolo break con “Cheap Wine & Cheaper Women” dove il quartetto concede una lunga sorsata di vino.
I fan sono in delirio e il pogo aumenta esponenzialmente con la doppietta “Black Jack” e “Stand Up for Rock 'N' Roll”, per poi riprendere fiato nella pausa che precede l’encore.
Dopo pochi minuti dalla platea si alzano già cori di incitamento, la sete di rock non ha mai fine, finché il batterista torna on stage portando una sorta di pedivella manuale: girando si innesca il suono di una sirena, il preludio di qualcosa…
La band rientra velocemente più carica di prima, eseguendo una micidiale tripletta: “Live It Up”, seguita da “Raise the Flag”… la folla è incontenibile e si riversa sulle prime file, ma non è finita, come ultima cannonata arriva “Running Wilde”, prolungata di parecchio perché Joel - come tradizione - si piazza ai lati e al centro palco picchiandosi delle lattine di birra in testa fino a farle esplodere, il tutto condito con solos arricchiti cdon l’accenno alla mitica “Paranoid”.
Non ancora soddisfatto alza il volume cassa per cassa: nessuna pietà per i timpani, prima di riattaccare col ritornello, cantato dai fan a squarciagola.
Gli Airbourne hanno letteralmente messo a ferro e fuoco l’Alcatraz, un’esibizione ad alto tasso di energia e passione per l’hard rock che in pochi sanno trasmettere con tanta grinta, sudore e doccia di birra. I quattro australiani lasciano lo stage ricoperti da copiose urla ed applausi dal pubblico stravolto e soddisfatto.

Vedi il Photo report completo degli Airbourne!
Setlist:
Ready to Rock
Too Much, Too Young, Too Fast
Girls In Black
Back in the Game
Diamond in the Rough
Black Dog Barking
Cheap Wine & Cheaper Women
No Way But the Hard Way
Black Jack
Stand Up for Rock 'N' Roll
Encore:
Live It Up
Raise the Flag
Runnin' Wild
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Dream Theater
Mediolanum Forum - Assago (MI) - 20/01/2014


Live Report a cura di Paolo Redaelli
An Evening with Dream Theater. Una serata con gli Eroi dei Prog-Metal, la prima di quattro nella nostra Penisola, nella cornice del Mediolanum Forum di Assago (MI).
A questa data seguiranno quelle di Firenze, Roma e Padova, altre tre splendide occasioni per poter ammirare Petrucci e compagni in occasione del loro “Along For The Ride European Tour”.
I Dream Theater stanno portando in giro per il Vecchio Continente uno show di ben 3 ore suddivise in due sezioni; la prima focalizzata soprattutto sui brani tratti dalla loro ultima fatica, l’omonimo “Dream Theater”, mentre la seconda parte - in occasione di due importanti anniversari, il Ventennale di “Awake” e il Quindicennale di “Metropolis pt 2: Scenes From A Memory” - è occupata solo da grandi classici estratti da questi due album.
Il palco è coperto da un telone su cui sono proiettate immagini di un universo ricco di stelle e pianeti.
Siamo abituati a vedere un Forum molto più affollato (tutto l’anello C è chiuso), ma il pubblico accorso ad Assago è comunque numeroso e variegato.
Alle venti e trenta spaccate le luci si spengono e sul telo viene proiettato un filmato in cui viene raccontata la storia dei Dream Theater attraverso le copertine dei loro album; queste prendono vita una dopo l’altra in un susseguirsi di suggestive animazioni. Arrivati alla cover dell’ultimo omonimo cd, dopo qualche istante il telo cade, mostrandoci una meravigliosa scenografia metropolitana raffigurante mura ricoperte di graffiti con al centro un ampio maxischermo sul quale verranno proiettati filmati dai colori vivaci alternati dalle riprese in diretta del concerto.
I Dream Theater decidono di aprire con “The Enemy Inside”; Labrie è in formissima, Mangini si è ormai integrato alla perfezione e non fa rimpiangere i vecchi tempi in cui sul suo sgabello sedeva il carismatico Mike Portnoy. Le sue doti verranno pienamente esternate durante un lungo drum solo eseguito nel bel mezzo di “Enigma Machine”. Petrucci e Myung sono sempre una garanzia e danno sfoggio di grande tecnica e virtuosismo, in particolar modo in occasione dell’esecuzione di “The Dance Of Eternity”.
Rudess non riesce a stare fermo un secondo e continua a far roteare sul posto la sua tastiera; suggestive le riprese dall’alto che ritraggono in primo piano lo strumento e le dita del musicista intento a suonare.
Finisce il Primo Atto e i Dream Theater ci lasciano per 15 minuti durante i quali viene proiettato un filmato che raccoglie diversi spezzoni di clip raccolte su internet: cover dei DT eseguite da orchestre e musicisti più o meno esperti e improvvisati, pubblicità di ipotetiche quanto originali action figures raffiguranti Labrie e soci...il pubblico divertito riesce in questo modo ad ingannare l’attesa e in men che non si dica è già ora di ricominciare a sognare.

Vedi il Photo Report Completo dei Dream Theater
“The Mirror” rompe il silenzio del Mediolanum Forum, seguita da “Lie” e “Lifting Shadows Of A Dream”.
Inutile negare l’evidenza; i pezzi più recenti sono stati apprezzati da tutto il palazzetto, ma i consensi maggiori sono stati ottenuti durante la seconda parte dello show, quando i Nostri hanno riproposto gran parte del loro capolavoro “Awake”.
Eseguita la nuova “Illumination Theory”, i Dream Theater lasciano il palco per qualche istante per poi tornare e rendere omaggio al secondo “festeggiato” della serata, “Metropolis pt 2: Scenes From A Memory”, a cui è dedicato l’intero encore.
Conclude questa lunga serata “Finally Free”, con la band al completo a salutare il pubblico, lanciando plettri e bacchette.
Mentre il gruppo lascia il palco, sul maxischermo, accanto al logo della band, scorrono dei titoli di coda, come al cinema, al termine di un film.
Grandi assenti i brani tratti da celeberrimo “Images And Words”, ma è utopico pensare che una band come i Dream Theater possa proporre tutti i cavalli di battaglia in un’unica setlist.
Dopo tre ore di luci, immagini e musica, difficilmente troverete qualcuno dei presenti rimasto insoddisfatto dalla serata.
Nonostante il passare degli anni e la mancanza di un membro fondamentale come Portnoy insomma, i Dream Theater si sono dimostrati ancora capaci di incantare ed emozionare.
Paolo Redaelli
Setlist:
Prima Parte:
1. The Enemy Inside
2. The Shattered Fortress
3. On the Backs of Angels
4. The Looking Glass
5. Trial of Tears
6. Enigma Machine (Con il Drum Solo di Mike Mangini)
7. Along for the Ride
8. Breaking All Illusions
Seconda Parte:
9. The Mirror
10. Lie
11. Lifting Shadows Off a Dream
12. Scarred
13. Space-Dye Vest
14. Illumination Theory
Encore:
15. Overture 1928
16. Strange Déjà Vu
17. The Dance of Eternity
18. Finally Free
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