Ad aprire le danze i neozelandesi Sinate, band dedita a un death potente e preciso che non disdegna le contaminazioni thrash, capace di regalare all’ascoltatore un mix esplosivo fatto di suoni potenti e ben bilanciati, di folate di violenza incontrollata e di una grande voglia di comunicare con il pubblico presente.Lo spettacolo dei quattro ragazzi di Auckland si ancora fedelmente alle due release all’attivo estrapolando la set list dai full-length “Beyond Human” e “Violent Ambitions”. La buona scelta dei pezzi ha convinto i presenti rendendo la prestazione dei Nostri come una vera e propria sorpresa. Qualche piccola sbavatura quasi impercettibile del batterista Sam Sheppard non ridimensiona minimamente il giudizio complessivo: promossi a pieni voti.
Brutalità: Mastic Scum
Ad alzare maggiormentei ritmi cardiaci degli spettatori ci pensano i Mastic Scum, band austriaca che da più di dieci anni dall’album di debutto “Zero”, ha consacrato l’attività musicale alla violenza sonora allo stato puro, un death metal brutale nelle ritmiche al fulmicotone, contaminato da numerosi stacchi grind, veri e propri mattatori della musica di Maggo Wenzel e soci. Da sottolineare l’incalzante lavoro alle pelli di Man Gandler – già session man dei Belphegor negli anni dal 1997 al 2002 - vero e proprio protagonista di un sound violento e privo di fronzoli tanto da essere il precursore del mosh che troverà l’apice nelle esibizioni dei due gruppi di punta. L’esibizione dei salisburghesi, convincente in ogni frangente, si è incentrata in particolare sull’ultimo album “Dust”, uscito lo scorso novembre e di fatto il primo album del cantante Wenzel dopo lo split con il frontman precedente Will. La prova canora è parsa da subito all’altezza, dimostrazione tangibile di un perfetto affiatamento con la band e di una buona scelta da parte del gruppo.
Riscatto: Vader
Riscatto a titolo puramente personale. Visti quest’estate al Metalcamp, i polacchi non mi avevano convinto affatto. Giustificati da una posizione in scaletta abbastanza infelice e da una gestione dei suoni non proprio ottimale, i Vader mi erano sembrati alquanto statici, monotoni, “senza troppa voglia” per capirci. Niente a che vedere con lo spettacolo offerto in questa occasione. Il riscatto, per quello che mi riguarda, si è consumato appieno con una prestazione sopra le righe di “Piotr” e compagni, in grado di sferrare fendenti micidiali agli spettatori sottostanti. Forse un po’ limitato dalle ridotte dimensioni del palco, il combo polacco ha offerto una prova di assoluta qualità interpretativa, incorniciata ad arte da dei suoni pressoché perfetti. Le urla di Piotr Paweł Wiwczarek sono atterrate come pesanti macigni sulle teste dedite all’ headbanging delle prime file in tumulto, veri e propri “toccasana” per la grande voglia di contatto del disordinato ammasso di carne e sudore che si scontra a pochi centimetri dal leader del gruppo. Bravi, nient’altro da aggiungere, bravi davvero!
Male: Marduk
Male non certo come qualità di esibizione, ma nella forma più squisitamente figurativa del termine. I Marduk hanno portato una ventata di gelido, tetro e cupo vento sulla folla adorante. Laidi demoni e spiriti di guerra aleggiano sul palco già dall’intro, pronti ad esplodere in una rabbia fatta di nera frustrazione già alle prime incalzanti e ossessive ritmiche dei blackster svedesi. Il vaso di pandora è stato aperto, a Mortuus il compito di traghettare – in un metaforico paragone con Caronte – gli ascoltatori nel fiume di odio e di bieca violenza di quella che resta una delle punte di diamante del black metal mondiale. Immobili, concentrati nello sciorinare all’ascoltatore urli strazianti bissati da ritmiche cicliche, ossessive al limite della cacofonia.
Piccole sbavature a margine di una prestazione sopra le righe (il microfono di Mortuus non ha retto cedendo nel bel mezzo dell’esibizione, sostituito in tempi record) che ha visto ripercorrere tutta la carriera del gruppo con un occhio di riguardo alla normale promozione del nuovo album Wormwood, supportato da brani come “Still fucking dead”, “Baptism By Fire” e “Materialized in Stone”.
Come ad ogni buon funerale che si rispetti, alle folle appena catechizzate bisogna dare il giusto commiato: Panzer Divison Marduk, suonata a velocità oggettivamente stellare, appare come la giusta conclusione di questa battaglia dove gli assoluti protagonisti sono stati, indiscutibilmente, quattro demoni venuti dal Nord.
Daniele Peluso
Foto a cura di Daniele Peluso.
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Foto a cura di Valeria Biagini
Vista la scarsità, da un po' di tempo a questa parte, di concerti estremi di un certo livello nella terra di Toscana, non potevo certo permettermi di mancare a questa gustosa occasione. Rifornita l'automobile di benzina e cibi vari, sabato 30 Gennaio siamo quindi partiti alla volta del Siddharta di Prato, in modo da assistere a una delle due tappe italiane del Vengeful Scapegoat Tour capitanato dagli Incantation.
La nostra mezzora abbondante di anticipo è stata prontamente ripagata dall'annuncio di un'ora e mezza di ritardo sulla tabella di marcia causa maltempo. Alle 19:30 mancavano ancora la maggior parte dei gruppi e la backline: cosa che si è ripercossa, poi, sulla durata effettiva dei concerti, forzatamente accorciati in modo da terminare intorno alla mezzanotte.
Ad ogni modo, una volta entrati è avanzato giusto il tempo per un veloce sguardo alle distro presenti prima di partire con il primo show della serata, ovvero quello dei genovesi Nerve. I quattro sono partiti convinti e affiatati, mettendo sul piatto un'ottima tecnica e una bella tenuta di palco. Purtroppo il difficile compito di opener e il genere proposto – un death metal groovy e melodico, parecchio influenzato dall'hardcore – non proprio in linea con il resto dei gruppi, ha impedito al pubblico presente di partecipare attivamente alla performance, la quale resta comunque decisamente sopra le righe. Belli i pezzi, specie quelli del nuovo album uscito a Gennaio chiamato Hate Parade, che dimostrano ormai la piena maturità raggiunta dal combo.
Alla fine veniamo a sapere che i Noctem, secondi in scaletta, sono probabilmente sperduti in qualche paesino coperto dalla neve del nord, e che quindi potevamo scordarci la loro esibizione. In compenso, questa defezione ha lasciato subito il turno al gruppo veramente “kvlt” della serata: i Divine Eve. Con una discografia che conta al momento solo un EP, uscito nel '93 sotto la ancora giovane Nuclear Blast, un paio di demo e un nuovo mini fresco fresco, non sono mai riusciti ad uscire dal circuito underground e a pubblicare un vero e proprio full length. Tuttavia, fin dalle prime battute il pubblico si è avvicinato, ha cominciato a scaldarsi e a poco a poco il death old school e un po' doomy dei nostri, di chiara scuola Asphyx e Autopsy, ha conquistato letteralmente i presenti. Sono cominciate le prime avvisaglie di pogo, mentre si sono susseguite sia tracce provenienti da As The Angels Weep, sia da Vengeful and Obstinate. Proprio con la title track del primo EP si è raggiunto l'apice della partecipazione, specialmente quando la stessa è esplosa letteralmente dopo il primo momento doom ed è scivolata in una cavalcata di tupatupa selvaggio, capace di trascinare nel mattatoio le prime file. Forti anche della presenza, dietro le pelli, di Kyle Severn (batterista degli Incantation) come turnista d'eccezione, i Divine Eve hanno convinto in pieno e hanno dato vita a una delle performance migliori della serata, come dimostrato dagli abbondanti applausi a loro dedicati.
Un veloce cambio di strumenti ed ecco che il sipario si apre sugli Hate, i secondi “Big” della serata.
Look in stile Behemoth, con corpsepaint e vesti lunghe ed elaborate e due omega rosso fuoco su entrambe le casse della batteria, a mo di avvertimento per il caos che da li a poco avrebbe spazzato il locale. Purtroppo non è mancato un degno rappresentante della stupidità umana, il quale, dal centro della sala, ha accolto a gran voce il gruppo con offese e gesti ben poco incoraggianti per poi sparire subito dopo. Una parentesi patetica che non ha impedito ai polacchi di devastare tutto con un concerto praticamente perfetto, con suoni relativamente puliti e un'esecuzione impeccabile. Velocità a vagonate con quintali di blastbeat, headbanging circolare e groove non sono mancati, con il pubblico che ha preferito seguire attentamente la performance piuttosto che pogare. Va segnalata comunque un po' di freddezza da parte di tutti i componenti del gruppo, causata probabilmente dal simpatico umorista sopracitato. In ogni caso, sia i vecchi pezzi più brutali, sia la maggior complessità e ricercatezza delle tracce estratte dagli ultimi Anaclasis e Morphosis hanno fatto breccia nei presenti, i quali non si sono risparmiati dal riservargli un caloroso saluto.
Altro cambio, questa volta l'ultimo, a favore del piatto forte della serata. Il vero e proprio timewarp per tornare ai tempi dei pionieri del death metal americano: è il turno degli storici Incantation.
Accolti a gran voce dai presenti, i veterani americani hanno spaccato subito tutto con il loro stile classico che più classico non si può, scatenando nel pubblico la prima, vera dimostrazione di pogo feroce della serata. I suoni erano un po' impastati, complice anche il non aver potuto effettuare un vero e proprio soundcheck a causa dei ritardi, ma la proposta è trascinante indipendentemente da tutto, a dimostrazione che la vera dimensione di questo tipo di sonorità è quella puramente live. Grande la prova vocale di John McEntee, che sembrava quasi senza voce quando dialogava con il pubblico, mentre invece devastava tutto con il suo basso growl sibilante e ruvido quando “cantava” nelle tracce. Gente che vola, gente che frulla viva dentro al pit durante le sfuriate di Kyle Severn, gente che segue con la testa tutti i tempi cadenzati delle parti più doom-oriented, gente che urla con John: quasi nessuno è impassibile nel locale ormai pieno. Un concerto in qualche modo lineare, senza cadute di tono, con la vetta forse in Dying Divinity del recente ma non troppo Decimate Christendom. Performance che non delude se non nella durata, visto il rigido orario a cui tutti hanno dovuto sottostare.
Alla fine, dieci euro di ingresso per quattro ottimi gruppi, di cui uno di culto, uno di altissimo livello e uno addirittura storico, sono senz'altro un affare alla portata di tutti. Rimane da augurarsi che il Vengeful Scapegoat Tour abbia risvegliato un po' di voglia di incrementare i concerti di questo tipo in Toscana. Del resto, il locale satollo dovrebbe fungere da efficace cartina tornasole.
Report a cura di Angelo D'Acunto e Lorenzo Bacega
Foto a cura di Angelo D'Acunto
Serata dalle evidenti tinte oscure, quella che si è svolta giovedì 28 gennaio
al Sottotetto Sound Club di Bologna, e che ha segnato il ritorno dei 69 Eyes in
terra felsinea dopo la partecipazione all'edizione 2007 della Dark Fest. A
supporto i nostrani Mandragora Scream, sulle scene da una decina d'anni e forti
della release dell'ultimo Volturna. Se i primi, come era facilmente
pronosticabile, hanno messo in piedi uno spettacolo decisamente degno di nota e,
soprattutto, coinvolgente come non mai, grazie anche al ventennio di esperienza
che Jirky e soci si ritrovano alle spalle, i secondi invece, nonostante
l'effettiva volontà di dare il massimo, hanno offerto una prova non del tutto
convincente e con qualche sbavatura di troppo.
Angelo D'Acunto
Mandragora Scream
Temperature piuttosto gelide, quelle registrate inizialmente all'interno del
Sottotetto Sound Club, con tanto di panorama da circolo polare artico a
corredare i dintorni del locale. Con circa mezz'ora di ritardo sulla tabella di
marcia, salgono sul palco i nostrani Mandragora Scream, ai quali tocca l'arduo
compito di scaldare come si deve l'ambiente. I nostri, come già anticipato,
affrontano il palco con carisma ed una spiccata dose di professionalità, senza
comunque dare (purtroppo) alla luce un risultato eccellente. Da una parte i
suoni, settati piuttosto male, non aiutano la prova della band, mentre
dall'altra, a fare da classica goccia che fa traboccare il vaso, ci sono le
varie campionature di tastiere (e di cori) che il gruppo adotta per i live show,
atte sicuramente a dare man forte agli strumenti presenti sul palco, ma che per
l'occasione riescono solamente a creare troppa confusione, mettendo più volte in
secondo piano i suoni di chitarra e di basso (quest'ultimo addirittura
inesistente). Nonostante ciò, i presenti nel locale dimostrano di apprezzare
pienamente lo show in corso, con una reazione a dir poco calorosa evidenziata
anche da Morgan, la quale fra un pezzo e l'altro ammette di essersi trovata
raramente di fronte ad un pubblico così accogliente.
Angelo D'Acunto
The 69 Eyes
Ore 23:15: con notevole ritardo sulla tabella di marcia (anche a causa di un
soundcheck abbastanza lungo) si spengono le luci e salgono sul palco del
Sottotetto i The 69 Eyes. Accolta da continue ovazioni da parte del pubblico
(poco più di duecento persone accorse alla calata bolognese dei vampiri di
Helsinki, nonostante le condizioni climatiche non proprio favorevoli), la band
finlandese si dimostra da subito in forma smagliante, soprattutto per quanto
riguarda un Jyrki 69 decisamente in palla dal punto di vista vocale, ed autore
di una prova davvero convincente e priva di sbavature, ed un Jussi 69 sempre
estremamente preciso dietro le pelli. La scaletta proposta nel corso dello
spettacolo pesca a piene mani dagli ultimi lavori della band (da Blessed Be in
poi, con l'unica eccezione di Wasting the Dawn, estratta dall'omonimo platter),
con particolare predilezione verso l'ultimo nato Back in Blood (del quale sono
ben sette gli estratti), disco uscito lo scorso anno che mostrava un netto
riavvicinamento verso coordinate maggiormente legate all'hard rock ottantiano, a
scapito della componente più gothic oriented. Proprio alla title track
dell'ultimo album è affidata l'apertura del concerto, seguita a ruota da quattro
pezzi del calibro di Never Say Die, The Good, The Bad & The Undead, Dance
d'Amour e Lips of Blood: il pubblico risponde positivamente e dimostra di
apprezzare particolarmente l'esibizione dei cinque finlandesi, supportati in
questa occasione da dei suoni finalmente ottimali, ben bilanciati e perfetti
sotto ogni punto di vista. Lo spettacolo dei cinque vampiri continua in maniera
assai scorrevole senza grandi problemi di sorta, con una setlist abbastanza
bilanciata nella quale trovano posto sia i grandi classici del gruppo, tra i
quali possiamo sicuramente citare Gothic Girl (letteralmente acclamata dagli
spettatori), The Chair e Feel Berlin, che nuove creature, come ad esempio le
coinvolgenti Dead Girls are Easy (brano scelto come primo singolo dell'ultimo
disco), Kiss me Undead o Suspiria Snow White. Chiusura con il botto con
l'immancabile encore, affidato al solito tandem Brandon Lee e Lost Boys, che
pongono fine ad un concerto estremamente convincente su tutti i fronti. In
definitiva, i The 69 Eyes si confermano per l'ennesima volta un'assoluta
garanzia per quanto riguarda gli spettacoli live.
30 gennaio 2010: la storia è protagonista in quel di Padova. Sul palco del Teatro Tenda si esibisce una delle più capaci rock band dell'ultimo ventennio: gli Europe. Cinque musicisti i cui dischi hanno venduto milioni di copie e che possono ascrivere in curriculum uno dei più convincenti singoli dell'intero panorama musicale rock contemporaneo, quello (stra)conosciuto pezzo intitolato The Final Countdown che, per l'occasione, è stato suonato come pezzo di chiusura del concerto. La cospicua affluenza (non il tutto esaurito, ma c'è da poter esser soddisfatti) e una buona acustica hanno sigillato una serata davvero ben riuscita.
Joey Tempest, Mic Michaeli, John Norum, John Levén e Ian Haugland: una formazione che ha fatto storia, che al tempo chiunque ascoltasse metal conosceva a memoria, sopratutto coloro che hanno vissuto il periodo della pubblicazione di "The Final Countdown", masterpiece uscito oramai ventiquattro anni fa, ma che non ha mai perso un solo briciolo di quell'accattivante gusto che lo caratterizza fin dal primo ascolto. Chi si aspettava una raffica di classici estratti dallo stesso forse non ha mai compreso appieno la longevità, l'orgoglio e la coerenza di Joey Tempest e compagni. Chi ha avuto forza e apertura mentale di andare oltre quello storico riff, sa che gli Europe hanno sfornato ben più di un valido platter. Dischi che hanno venduto oltre un milione di copie ciascuno e che possono annoverare nelle tracklist singoli di elevata qualità. Parliamo di album come: "Wings of Tomorrow", "Out of This World" piuttosto che "Prisoners in Paradise": ognuno collimato in una particolare sfumatura musicale ben identificabile nel percorso della maturazione artistica.
Si è percepita la grande interazione tra l'attitudine melodico/compositiva di Michaeli e l'espressività vocale di Tempest. Ci si è esaltati a guardare il fenomenale operato alle sei corde del talentuoso John Norum che, con il suo impagabile stile rock/shred, ha fatto sentire la propria mancanza dal 1987 in poi quando, stufo di confrontarsi con l'aspetto più plastificato e falso dettato dal music business, ha abbandonato i ranghi venendo quindi sostituito da Kee Marcello. È stata infine eccellente e dinamica la sezione ritmica dettata dalla coppia Levén/Haugland.
La parte iniziale del concerto è stata caratterizzata da tre brani tratti dall'ultimo studio album uscito nel 2009, "Last Look At Eden" e dal discusso full-length dal 2006, "Secret Society". Preludio compreso, il gruppo ha dato subito il segnale che non sarebbe stata una serata per nostalgici, bensì per un pubblico che sapesse apprezzare gli svedesi per tutto ciò che hanno prodotto. I primi classici arrivano infatti a metà scaletta. La tripletta costituita dalla raffinata Prisoners in Paradise, per l'occasione proposta in verisone acustica, dalla storica balld Open Your Heart e da Stormwind, arcigno brano hard rock che per primo, nel 1984, lasciò trapelare la spiccata attitudine compositiva del frontman, ha ammaliato e scaldato le articolazioni in attesa dei classici ancora attesi.
Inoltre, tra i pezzi proposti, ha fatto capolino l'inattesa proposizione di Optimus, title track dell'album solista di Norum (in cui ha partecipato come spalla alle sei corde Fredrik Åkesson degli Opeth).
Il podio di chiusura è stato affidato ai pezzi forte: Start from the Dark, Cherokee e Rock The Night. Ahimé, questo è il momento in cui la voce di Tempest ha dato qualche segno di cedimento se rapportata ai livelli di potenza che avevano caratterizzato l'inizio dello show. C'è anche da riportare che il cantante ha corso, ha interagito coi presenti, saltato, roteato l'asta del microfono in continuazione, corso nel photo-pit a 'batter cinque' senza mai fermarsi, coinvolgendo i fan così come ai vecchi tempi.
Giù le luci per un minuto e arriva l'encore affidato all'attraente e massiccia The Beast, nonché all'immancabile The Final Countdown, vera passerella che conduce la memoria all'immortale Olimpo del rock. Un Olimpo che per sempre riserverà un posto a questa prodigiosa realtà musicale moderna.
Nicola Furlan
Setlist: Prelude
Last Look At Eden
Love is Not The Enemy
Superstitious
Gonna Get Ready
Scream of Anger
No Stone Unturned
Let The Good Times Rock
Prisoners in Paradise (versione acustica)
Open Your Heart
Stormwind
Optimus
Seventh Sign
New Love in Town
Start From The Dark
Cherokee
Rock The Night Encore: The Beast
The Final Countdown
Line-up: Joey Tempest: voce e chitarra
John Norum: chitarra
John Levén: basso
Mic Michaeli: tastiere
Ian Haugland: batteria
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Milano, “Garage” Prego, sabato 1 dicembre 1990, ore 15.30: ultimo concerto dei Bulldozer della storia, con la band all’apice della propria popolarità. Un ritiro da campioni, assimilabile a quello del pugile Monzon, cioè dal tetto del mondo.
Milano, Magazzini Generali, sabato 19 dicembre 2009, ore 15.30: il primo concerto dei Bulldozer in Italia dopo la reunion, che ha partorito un album convincente come Unexpected Fate.
Passano i lustri e la storia si ripete, a volte. Diciannove anni dopo AC Wild e Andrea “Bull” Panigada tornano fieramente a issare il grandissimo striscione dei Bulldozer dietro la batteria – non più con Erminio Galli o “Don” Andras piuttosto che Rob “Klister” Cabrini ma con un devastante Manu - e a infiammare con uno show al fulmicotone l’audience meneghina, ricettacolo di fan giunti da tutte le latitudini in crisi d’astinenza da “una sana dose di violenza sonora” targata Bulldozer. L’attesa è grande, così come il freddo pungente fuori dal locale con tanto di neve abbarbicata sui tetti della città, imbiancata appena la notte prima. Causa soundcheck ritardato le porte dei Magazzini Generali aprono solamente verso le ore 16, con grande soddisfazione di noi metallari dai piedi ormai congelati. Stoiche e assolutamente da citare, alcune dolci donzelle, in coda con una mise decisamente poco invernale, comunque non sufficiente a raffreddare la Loro passione per il Thrash di Contini&Co.
Il flusso di persone all’entrata scorre lentamente, proprio perché tutti noi in coda abbiamo ben presente il fine benefico del concerto e vanno sbrigate le operazioni di pagamento del biglietto, peraltro a un costo popolarissimo. Soltanto otto Euro per assistere a uno show che si sa da quando è stato annunciato che passerà alla storia, con l’incasso interamente devoluto all’Unicef. Il pubblico è il più eterogeneo: accanto ai vecchi con le stigmate da Garage Prego a segnarne il viso uno stormo di più o meno giovani attirati dalla fama incorruttibile di Andrea Panigada e AC Wild. I due, fin dalle note dell’opener Unexpected Fate, dimostrano di aver sopportato piuttosto degnamente vent’anni in più sul groppone, particolare che li rende assolutamente credibili ancora oggi, caratteristica fondamentale per non ricadere nella sindrome di cover band della stessa band madre, malattia che affligge, fra gli altri, nomi altisonanti dell’hard rock britannico.
AC Wild si presenta in forma smagliante vestito da gran cerimoniere del Metallo con tanto di abito talare nero d’ordinanza mentre Andy “Bull” Panigada inizia agilmente a produrre i primi, massicci, riff che con la voce cavernosa di Alberto costituiscono da sempre il copyright dei Nostri. Certo, passare dalla formazione stile Motorhead classic line-up di tre elementi a quella attuale di cinque probabilmente provoca qualche interrogativo nei più stagionati, abituati a vedere Contini tutt’uno con lo storico basso marchiato AC Milan a dimenarsi fra urla e capelli ribelli coadiuvato al Suo fianco dal solo e fedele Andrea, ma bastano pochi minuti per spazzare d’un colpo anche il più scettico. Le bordate – sapientemente introdotte – si susseguono senza sosta: Use Your Brain - Bastards - Desert e il resto della band risponde alla grande, assistito da un suono possente e ben bilanciato che rende giustizia al muro di fuoco dei milanesi. AC Wild non ha perso un’oncia del Suo carisma e non presenta cali di tensione dall’altro del suo leggio d’acciaio così come “Bull” Panigada dispensa watt a destra e manca, con la naturalezza dei grandi. Accanto all’impeccabile sopraccitato Manu, intento a violentare con perizia le pelli della batteria, la chitarra affidata a Ghiulz dei Faust e il basso di Simone dei Death Mechanism costituiscono gli altri due cilindri pulsanti del Bulldozer-sound, motore sufficientemente oliato per deliziare le orecchie della platea. Certo, qualche fuorigiri scappa, ma questo non è di sicuro il concerto dove si debba dimostrare qualcosa a qualcuno. Quello che conta è risentire dei pezzi che hanno fatto la leggenda dell’HM italiano, ma non solo. Tutto il resto sono balle.
Probabilmente l’orgasmo si ha durante la proposizione della terribile coppia Ilona The Very Best e The Derby ma risulta davvero impresa ardua stabilire il momento clou dello show dal momento che i Bulldozer inanellano una scaletta che propone, nell’ordine: We Are F*****g Italians, Impotence, Minkions, Micro Vip, Exorcism, Cut Throat, Whiskey Time, Aces Of Blasphemy e The Great Deceiver. Chiusura affidata a Willful Death – con il figlio di Alberto alle tastiere – e all’improvvisatissima “Don” Andras, con quest’ultimo, veramente a sorpresa, impegnato a scandire i tempi del pezzo a Lui dedicato, fra gli applausi del pubblico, deliziato da questa inaspettatissima chicca che vede Alberto al basso come ai bei tempi.
Siparietto durante l’annuncio di We Are Italians, quando AC Wild asserisce che è la prima volta che viene eseguita dal vivo e il Marcone nazionale, da più o meno metà pit, gli urla che non è vero, visto che l’hanno eseguita al Metal Forces in Germania qualche settimana prima. Minkions viene dedicata a una band di “classifica” che ha ottenuto il grande successo immeritatamente e, mi pare prima di Willful Death, Alberto ricorda Dario Carria, ex componente dei Bulldozer scomparso nel 1988.
Per chiudere, da segnalare la risposta numerosa del pubblico - una volta tanto -, competente ed entusiasta. Molti degli astanti si sono fermati dopo lo show dei Bulldozer per godersi le varie jam session con i componenti delle seguenti band: Death Mechanism, Nemesis Inferi, Self Disgrace, Torment, Vexed, Ul Mik Longobardeath.
Lo spirito della manifestazione è stato colto in pieno, proprio perché strettamente legato al messaggio principale del disco dei Bulldozer Unexpected Fate, ovvero aiutare tramite Unicef alcuni (dei milioni) di bambini in grosse difficoltà. I fonici hanno lavorato gratis così come il promoter.
Alla fine della serata di una cosa sono certi tutti i presenti: la storia ha fatto tappa in via Pietrasanta 14, e il tempo lo confermerà.
Stefano “Steven Rich” Ricetti
PS: slideshow (o “girandola”) contenente le fantastiche foto dell’amico Luca Bernasconi, fotografo ufficiale della rivista Metal Maniac.
Sito Luca Bernasconi: http://www.lucabernasconi.com/ , sito che fra la fine dell’anno e l’inizio di gennaio 2010 subirà un notevole restyling
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Tre gruppi, quaranta minuti circa di show a disposizione per ciascuno e un
totale di due ore di concerto. Non male come numeri se contiamo che le band in
questione hanno in comune una resa dal vivo a dir poco devastante. Un po' meno
soddisfacente invece la presenza di pubblico all'interno del Soundtrack di Arcene,
teatro dell'unica calata italica dell'Unholy Trinity, tour dove a mettere
insieme le forze sono nomi del calibro di Goatwhore,
Toxic Holocaust e Skeletonwitch e che, come vedremo, sono riusciti a
fornire uno spettacolo di tutto rispetto, anche se per pochi, pochissimi presenti.
In prima posizione ci sono gli Skeletonwitch, band black/thrash statunitense
formatasi nel 2003 e con ben tre studio album all'attivo. L'attitudine (quella
live, perlomeno) dei cinque dell'Ohio è più devota verso il thrash, con un
impatto "in your face" di grande effetto. Sugli scudi soprattutto il singer
Chance Garnett, autore di una prova decisamente maiuscola a livello vocale,
nonché bravo a tenere il palco, sforzandosi anche di "dare una svegliata" alle
prime file dormienti. E proviene proprio dal pubblico la prima nota negativa
della serata, il quale riserva alla band un'accoglienza piuttosto tiepida,
limitandosi comunque a dare qualche segno di vita fra un pezzo e l'altro,
dimostrando anche di apprezzare appieno lo show messo in atto da Garnett e soci.
Buona parte dei pezzi proposti per l'occasione vengono tratti dall'ultimo
Breathing The Fire (uscito ad ottobre 2009), brani eseguiti sì con attitudine
grezza e diretta, ma anche privi di una qualsivoglia sbavatura, grazie anche
ad una resa sonora di tutto rispetto e ad una precisione millimetrica dei
restanti componenti del gruppo, guidati in primis dal drummer Derrick Nau, vero
e proprio treno in corsa e motore principale dell'intera sezione ritmica.
Sicuramente fra i più attesi della serata, i Toxic Holocaust non hanno di
certo tradito le aspettative del pubblico, questa volta più numeroso (anche se
non su cifre esagerate, purtroppo) e che risponde come si deve agli attacchi
frontali di Joel Grind e soci, mettendo anche in seria difficoltà gli addetti
alla sicurezza, i quali non si aspettavano certamente una reazione così violenta
da parte dei pochi presenti. Anche in questo caso i suoni sono pressoché
perfetti, e aiutano non poco lo scorrere dei pochi minuti a disposizione. Tempo
piuttosto esiguo in cui il combo dell'Oregon investe tutti i presenti con colpi
precisi e letali che movimentano a dovere la situazione sotto il palco. Poche
sbavature e pezzi che dal vivono rendono in maniera piuttosto efficiente, con
una setlist votata al presente con le varie Wild Dogs, Gravelord,
Nuke The Cross e l'ottima War Is Hell (tutti pezzi tratti dall'ultimo
An
Overdose Of Death...), senza comunque dimenticare i dischi precedenti, come nel
caso dell'azzeccatissimo inserimento in scaletta di 666 (da Evil Never Dies).
Chiusura affidata invece ai Goatwhore, ai quali tocca la stessa sorte
degli Skeletonwitch, ovvero quella di ritrovarsi a suonare di fronte ad
un pubblico poco reattivo (esclusa la primissima fila), quasi indifferente e
che, come da previsione, ha concentrato gran parte delle proprie attenzioni nei
confronti dei precedenti Toxic Holocaust. Ma questo non ferma comunque la
band statunitense, che affronta il palco con buone dosi di grinta e
professionalità. Spettacolo garantito anche in questo caso, quindi, dove a farsi
valere è soprattutto una setlist che raccoglie, a parere di chi scrive, il
meglio del repertorio della band (ovvero le ultime due release). Convincono in
pieno in primis i pezzi tratti dall'ultimo (e ottimo) Carving Out The Eyes
Of God, dal quale vengono tratte le varie The All-Destroying,
Apocalyptic Havoc e In Legions, I Am Wars Of
Wrath, brani che in altre occasioni riuscirebbero tranquillamente a
mietere un bel po' di vittime sotto al palco, ma che in questo caso, pena
soprattutto di un'inspiegabile freddezza dei pochi presenti, riescono solo a
guadagnarsi gli applausi di rito fra un'esecuzione e l'altra. Prova in ogni caso
più che convincente quella di Sammy Duet e soci, che pone fine ad
uno show devoto al metal nella sua forma più grezza e violenta, rappresentata da
tre ottime realtà del panorama estremo statunitense, capaci di dare il massimo
sul palco nonostante la poca affluenza di pubblico registrata a fine serata.
Serata interamente dedicata all’Hard rock di matrice svedese al Rock Club di Ronchi dei Legionari (GO), ultima data italiana del tour dei Bonafide e della Crucified Barbara. Evento molto ben organizzato, anche se non sono mancati i colpi di scena…
Bonafide
Ad aprire le danze i Bonafide, band chiamata a scaldare il già numeroso pubblico presente nel locale goriziano. La partenza è ottima: il gruppo capitanato da Pontus Snibb non risparmia nemmeno una goccia di sudore e offre uno spettacolo incentrato sulla velocità e su una buona qualità sonora. Il pubblico gradisce rispondendo ai numerosi incitamenti del frontman: il feeling è praticamente perfetto quasi da subito. Lo spazio purtroppo non permette al combo svedese di potersi muovere agevolmente vista la sistemazione della batteria di Sticky Bomb a ridosso degli altri musicisti. Sulla pedana, coperta da un telo nero, c’è il drum set delle Crucified Barbara a sovrastare tutto. Bisogna fare di necessità virtù e i Nostri non ne fanno un dramma, si muovono il meno possibile ma suonano con un’invidiabile energia e un eccellente affiatamento. Fino al primo black out. L’impianto del locale, infatti, non regge alla grossa richiesta energetica dell’accoppiata palco-tourbus e cede nel bel mezzo dell’esibizione lasciando artisti e spettatori nel buio pesto. Poco male: la professionalità e la celerità dell’organizzazione riesce a tamponare in meno di cinque minuti il problema, ridando corrente agli artisti che possono riprendere lo show.
Come è risultato da un’analisi dell’accaduto, il blackout è dovuto all’enorme richiesta di corrente del tourbus parcheggiato nel minuscolo piazzale antistante il Rockclub. I responsabili, dopo aver verificato la causa, hanno prontamente richiesto il totale spegnimento del mezzo per poter continuare lo spettacolo senza troppi intoppi. Ahimè, l’invito, non è stato recepito. Dopo poco, l’incidente si ripete scatenando le ire dei musicisti. Il bus era inspiegabilmente allacciato alla corrente elettrica e in piena attività: luci, tv e confort interni erano in funzione anche se il mezzo era vuoto. I Bonafide sul palco e le Crucified Barbara nel backstage sottoposte a trucchi e merletti, non fornivano motivazioni plausibili. Da qui al secondo stop il passo è stato breve.
Non c'è più sordo di chi non vuol sentire: peccato che a farne le spese siano stati i numerosi presenti, i Bonafide che fino a quel momento stavano facendo un gran show, e non da ultimi, i gestori del locale che si sono dovuti sorbire proteste a destra e a manca.
I Bonafide scendono dal palco furenti ma composti, eccezion fatta per il biondo batterista che urla tutta la sua rabbia con termini, ovviamente, irripetibili. Forse non si sono resi conto immediatamente di quello che è successo e che le colpe erano da attribuire al proprio entourage e al mezzo di trasporto lasciato acceso anche dopo le varie raccomandazioni e diffide.
Breve divagazione: chi è causa del suo mal pianga se stesso recita un vecchio proverbio, ma forse l’astio dell’artista verso il locale lo si deve ricollegare a quanto accaduto un paio di ore prima, quando è stato allontanato dal bar, dopo che una addetta gli aveva esplicitamente impedito di lavarsi il frullatore con i beveroni da palestra nel lavandino privato. Lui ha fatto orecchie da mercante con la ragazza ed è passato oltre iniziando a fare i propri comodi, salvo poi cambiare repentinamente atteggiamento con la venuta del gigantesco titolare, poco incline alla maleducazione in casa propria. Un po’ di umiltà e buona educazione non farebbero male al buon Sticky Bomb anche perché non dappertutto gli atteggiamenti da rockstar consumata vengono tollerati o assecondati. Comprensibile la delusione dei musicisti e del pubblico accorso, anche se nelle parole e negli atteggiamenti del resto del gruppo non si notavano le esasperazioni del batterista.
Un vero peccato perché la band ha colpito molto e, per quello che si è potuto sentire, avrà sicuramente molto da dire nel prosieguo di carriera.
Crucified Barbara
Dopo i problemi occorsi al gruppo di apertura, tutto il lavoro si è concentrato sulla preparazione del palco per accogliere nel miglior modo possibile le quattro ragazze svedesi, visibilmente nervose nel backstage. Una breve intro e la musica della Crucified esplode in tutta la potenza di cui è capace. “Killer On His Knees” colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco. Aggressive, graffianti, energeticamente potenti le Crucified Barbara catturano subito l’attenzione dei presenti rapendo i sensi del pubblico per poco più di un ora d’esibizione. Un concentrato della produzione delle ragazze di Stoccolma estratto dai due album“In Distortion We Trust” del 2005 e del recente “Till Death Do Us Party” suonati a tutto volume per un pubblico entusiasta. Chi si aspettava un gruppo di bambole sorridenti inebetite da trucchi e tacchi si deve arrendere da subito al suono grezzo e veloce che ti lascia senza fiato. Mia Coldheart si fa carico da subito di tutte le responsabilità del caso sfoderando una prestazione assolutamente perfetta sia per quanto concerne le parti vocali che per i numerosi assoli, precisi e coinvolgenti, che escono dalla amata e celebrata Flying V.
Il concerto fila liscio senza nessun intoppo, dominato dall’inizio alla fine dalla magistrale presenza scenica e dal totale controllo del palco e del pubblico da parte delle quattro. Brave, anzi bravissime anche dopo il concerto a rendersi simpaticamente disponibili alle file di fan in attesa di una foto.
L’aspetto fisico conta, è inutile negarlo, ma queste ragazze sono indiscutibilmente delle grandi professioniste e non delle modelle da passerella: delle musiciste che su un palco hanno saputo farsi rispettare e guadagnare quella credibilità che, spesso, viene data per scontata a più di qualche band di colleghi maschi.
Set list:
Killer On His Knees
Play Me Hard (The Bachelor’s Guitar)
Rats
In Distortion We Trust
Motorfucker
Killed By Death
Jennyfer
Creatures
Can't Handle Love
Sex Action
Blackened Bones
Losing The Game
My Heart Is Black
Rock’n’Roll Bachelor
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Parole e foto di Fabrizio Zucchini
È stata una serata magica quella di ieri sera al Palalottomatica di Roma, in occasione del concerto dei Deep Purple. I padri dell’hard rock, che vantano la prima uscita discografica nel 1968 con l’album “Shades of Deep Purple”, hanno dato vita ad uno show intenso ed emozionante di oltre due ore, che ha coinvolto tre generazioni di fan, accorsi in massa fino a colmare al limite massimo il palazzetto.
Alle 8,30 apre le danze la band di Maurizio Solieri, il noto chitarrista di Vasco Rossi che scalda il pubblico con il suo rock diretto e sincero. Una sorpresa molto gradita è stata quella di trovare Michele Luppi alle tastiere e voce che ha interpretato splendidamente un medley di canzoni di Vasco. Molto ispirata è stata anche la strumentale che Solieri ha regalato al pubblico come anticipazione del suo nuovo album solista.
Dopo mezzora di buon rock arrivano i Deep Purple e il Palalottomatica esplode. Le scenografie sono essenziali, non c’è nulla di pomposo o superfluo, ma ben si sposano con le luci sapientemente gestite che riescono a creare un’atmosfera coinvolgente. Si capisce subito che il feeling è quello giusto e l’apertura con Highway Star è dirompente. La line up è quella che ha fatto la storia dell’hard rock con l’album In Rock nel 1970, con Ian Gillan voce, Don Airey tastiere, Ian Paice batteria, Roger Glover basso, con la sola eccezione di uno straordinario Steve Morse che dal 1996 ha preso il posto di Ritchie Blackmore alla chitarra.
Diciannove brani di puro Hard Rock che passano dai loro più importanti classici come Strange Kind Of Woman a successi più recenti come Rapture of Deep canzone dell’omonimo album del 2005.
Don Airey in una forma impressionante si lancia in continui assoli e botta e risposta con Steve Morse. Particolarmente bello è stato il pezzo solista in cui Airey mostra tutta la sua ecletticità inserendo anche “La marcia alla turca” di Mozart. Ma tutti i musicisti durante la durata del concerto si prodigano in ispirati pezzi solisti che esaltano il pubblico, compreso un assolo di batteria di Paice.
Space Trucking è il penultimo pezzo prima di Smoke on the Water. Il pubblico esplode in un boato, ho visto persone con capelli bianchi e giacca saltare in piedi e urlare a squarcia gola il ritornello della canzone. Ian Gilan, che forse della formazione è quello un po’ meno in forma, alla fine della canzone ringrazia per l’affetto e la partecipazione mostrati dal pubblico per tutta la durata del concerto gridando “unbelievable” e “I love you” per poi ritirarsi dalle scene.
Ma il pubblico non è ancora sazio di rock e chiama a gran voce la band per il bis che non si fa attendere, e i Deep Purple rilanciano con Hush canzone contenuta nel primo album, durante la quale Gilan si lancia in un curioso balletto, e Black Night, brano uscito come singolo nel 1970 e poi inserito in In Rock nella riedizione del 25° anniversario.
Un concerto veramente appassionate in cui forse è mancato solo l’inserimento in scaletta di qualche grande classico in più come Child in Time. Comunque è stato un concerto da ricordare e vi consiglio di non lasciarvi sfuggire le tre prossime date italiane a Perugia, Milano e Bologna.
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Martedì 8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione. Forse non poteva esserci data migliore (a seconda dei punti di vista) per celebrare il metallo di stampo più oscuro con la calata italica del Finale In Black Tour, kermesse di tutto rispetto guidata dai Satyricon, con a supporto nomi del calibro di Shining e Dark Fortress. Ovviamente il piatto servito per la serata sarebbe stato ancora più succulento con la presenza dei Negura Bunget, defezionari a poche settimane dall'inizio del tour e sostituiti dai comunque buoni Posthum. In ogni caso, come vedremo, le note positive non sono di certo mancate, in una serata che ha lasciato soddisfatti la maggior parte dei presenti all'interno dell'Estragon.
L'onore (o l'onere) di aprire la serata spetta ai Posthum, formazione con
disco d'esordio pubblicato qualche mese fa e che propone un black metal di
fattura più "classica". I suoni, inizialmente un po' confusi, e la scarsissima
affluenza di pubblico non aiutano di certo i quattro norvegesi, che in ogni caso
portano a termine il proprio dovere nei pochi minuti a disposizione con
efficacia ed anche con una buona dose di freddezza, riuscendo comunque a
raggruppare sotto il palco una schiera di curiosi che, in ogni caso, dimostrano
di apprezzare la prova del combo scandinavo.
Ma il livello è destinato ad innalzarsi di colpo già con l'arrivo dei Dark Fortress. Anche in questo caso l'affluenza del pubblico lascia
piuttosto a desiderare, ma
i pochi presenti nel locale dimostrano di apprezzare in pieno l'esibizione della
band tedesca guidata dal singer Morean, il quale ricambia l'affetto del pubblico
felsineo sottolineando (in italiano) quella che per loro è la prima apparizione
nella nostra penisola. Ed è proprio lo stesso Morean a catturare le
attenzioni maggiori dei presenti, grazie soprattutto ad una prova vocale
d'ottimo livello e ad una presenza scenica che riesce a coinvolgere come si
deve. Non da meno anche la prova dei restanti componenti, capaci di dare vita ad
un concerto
pressoché perfetto e, soprattutto, convincente, che scorre via fra brani
estratti principalmente dall'ultimo Eidolon (datato 2008) più qualche
anticipazione dal nuovo Ylem, in uscita il prossimo 22 gennaio.
Altro fiore all'occhiello (anche se non per tutti, come vedremo) del Finale
In Black Tour è sicuramente la presenza degli Shining, band che o si ama, o si
odia, senza vie di mezzo, per la quale il pubblico bolognese riserva
un'accoglienza piuttosto tiepida. In ogni caso Kvarforth e soci non demordono, e danno
vita ad uno show che riesce comunque ad attirare l'attenzione di una parte dei
presenti per svariate motivazioni. Se da una parte le "effusioni" che lo stesso
Niklas riserva nei confronti del bassista Andreas Larssen lasciano piuttosto
perplessi, dall'altra c'è la prova a dir poco perfetta (ed entusiasmante) di una
band che riesce a soddisfare i pochi presenti sotto il palco. La scaletta della
serata è ovviamente incentrata sugli ultimi tre capitoli degli svedesi, a
cominciare dagli pezzi dell'ultimo Klagopsalmer (Vilseledda Barnasjalars Hemvist
e Plеgoande O'Helga Plеgoande su tutte), fino ad arrivare ad estratti dai
precedenti Halmstad e The Eerie Cold. Come si sa, già ascoltando gli ultimi
album in studio, i componenti della band sono dotati di ottime capacità tecniche,
che vanno ovviamente ad influenzare più che positivamente l'esibizione, mentre d'altro canto a
tenere alto il livello d'attenzione ci pensa un Kvarforth più carismatico del
previsto e autore di una prova vocale eccellente. Peccato solo per un pubblico
in gran parte indifferente che, ovviamente, aspetta solo ed esclusivamente
l'entrata in scena degli headliner.
E a chiudere la serata ci sono loro, i Satyricon, protagonisti indiscussi del
tour, per i quali l'affluenza del pubblico aumenta in modo decisamente netto,
anche se non esageratamente. Tralasciando le diverse opinioni che ognuno può
avere sul nuovo corso intrapreso da qualche disco a questa parte, c'è da
ammettere che la prova dei norvegesi pare da subito d'alti livelli, con i
singoli componenti in forma smagliante, soprattutto per quanto riguarda un Satyr
che dialoga spesso con il pubblico senza perdere efficacia dal punto di
vista vocale, ed un Frost perfetto a millimetro dietro le pelli. La scaletta è
ovviamente incentrata sugli ultimi lavori della band, a cominciare dall'azzeccatissima
e coinvolgente
apertura affidata a Repined Bastard Nation, seguita a
ruota da Now, Diabolical e The Wolfpack, pezzi che
non perdono il loro mordente anche dal punto di vista live. Brani eseguiti con precisione
chirurgica quindi, e con un'aggressività tale da cominciare a mietere le prime vittime
sotto al palco. Ottimi anche i suoni (come è stato anche per i gruppi
precedenti, del resto), che favoriscono non poco lo scorrere veloce dello show.
A rappresentare ancora l'ultimo The Age Of Nero ci sono anche Commando, Die By My Hand e Black Crow
On A Tombstone, mentre d'altro canto la band non manca di riservare
qualche sorpresa per i più nostalgici con l'innesto di Supersonic
Journey (da Rebel Extravaganza) e Forhekset
(da Nemesis Divina). Immancabile l'encore affidato a
K.I.N.G., Fuel For Hatred e la giustamente
acclamatissima Mother North che pone fine ad un concerto
convincente su tutti i punti di vista, a confermare che i Satyricon,
nonostante il nuovo corso musicale intrapreso da un po' di tempo a questa parte,
sono ancora capaci fornire un'ottima prova dal punto di vista dei live show.
Sabato 17 aprile 2010.
Sbarca in Valsesia il Glamattak Festival, tradizionale kermesse dedicata al glam rock sorta sul finire degli anni novanta e giunta in questo 2010 al dodicesimo appuntamento.
Ideato dal singer Harry e dai torinesi Hollywood Killerz, l’evento si è da sempre contraddistinto per la buona amalgama tra realtà emergenti e grandi professionisti dal notevole richiamo internazionale, pronti ad avvicendarsi sulle assi del palco all’insegna del rock più ruvido e selvaggio.
Teatro della manifestazione è stato questa volta il Rock n’Roll Arena di Romagnano Sesia, locale divenuto nel recente periodo, uno dei punti di riferimento più apprezzati dagli amanti della musica live della zona.
A sostenere il ruolo di headliner, già appartenuto negli anni passati ad Alice Cooper, Nasty Idols, Tigertailz, The Dogs D’Amour, Love/Hate e Shameless, sono stati scelti per l’occasione gli svedesi Crashdiet, band in procinto di pubblicare il terzo capitolo discografico in carriera e particolarmente amata dai fan del genere.
A supporto del quartetto scandinavo, ben quattro gruppi nostrani: oltre agli organizzatori Hollywood Killerz - come di consueto chiamati ad esibirsi in posizione da co-headliner – i convenuti hanno potuto apprezzare le performance di Lucky Bastardz, Party Tonight e Radio Night, in una panoramica di suoni tutto sommato varia, compresa tra lo street glam tinto di melodia e la più verace e furibonda rappresentazione del thrash n’roll d’assalto.
Tocca proprio ai novaresi Radio Night l’onore di aprire la serata.
Esordienti, con all’attivo un solo demo di quattro pezzi (per altro, distribuito in forma del tutto gratutita all’interno del locale), i cinque giovani musicisti denotano sin dalle prime battute una discreta confidenza con il palco, trascinati dal frontman Andrea “AC/DC” (non troppo originale il nickname) e dal buon affiatamento di gruppo.
Non ancora di particolare menzione i brani, in linea di massima aderenti a stilemi iper consolidati e non troppo personali, ma comunque accettabilissimi per una resa live senz’altro dignitosa.
Qualche problema acustico (il suono del basso che, almeno per i primi due-tre pezzi, sovrastava inopportunamente i restanti strumenti) non ha scoraggiato il quintetto, autore di una prova più che sufficiente e già piuttosto professionale.
Ancora pochi i presenti all’interno dell’arena, quando giunge il momento dei Party Tonight.
Gruppo milanese fresco autore del primo album d’esordio, il sestetto spicca per l’utilizzo – non certo usuale in contesti hard rock – della doppia voce maschile e femminile, elemento già di per se in grado di offrire originalità alla proposta.
Attivissimo e scatenato il singer Chris Dandy, mentre un po’ più in ombra è apparsa la vocalist Michelle, in questa occasione, forse a causa di una resa non del tutto consona, confinata in un ruolo decisamente marginale.
Molta energia e voglia di offrire un po’ di adrenalina al pubblico, si scontrano a più riprese con il profilo insolito delle canzoni. Un livello compositivo ancora da assestare presta, in effetti, un po’ il fianco a strutture talora ripetitive e prive di dinamismo, condizionando l’incisività e la presa su chi ascolta.
Il tentativo di costruire qualcosa di leggermente nuovo e discostato dalla consuetudine è evidente ed apprezzabile anche in sede live, tuttavia, la mancanza di hookline davvero immediate è al momento una caratteristica “limite” per la band meneghina, ardimentosa, affiatata e carica di buoni propositi, ma ancora da rodare a fondo.
Arrivano le 22, e si appresta l’orario programmato per l’uscita in scena dei potenti Lucky Bastardz, band alessandrina presente sul mercato da qualche mese con il debut album “Hated For Who We Are” che, come descritto in sede di recensione, non ci aveva effettivamente convinto oltre misura.
Come ad ogni modo prevedibile, il quartetto tricolore, forte di canzoni selvagge, compatte, e prive di ogni orpello, si rende protagonista di un’autentica trasformazione quando chiamato ad esprimersi in concerto, regalando quella che, a parere del sottoscritto, è stata l’esibizione migliore e più convincente della serata.
Duri come il cemento, potenti come un caterpillar e determinati come un commando all’assalto, i Lucky Bastardz macinano come un treno note su note, offrendo una prova di forza inequivocabile e gagliarda.
Forse i meno adatti al contesto, in virtù di un sound che partendo dal rock n’roll svisa pericolosamente sul thrash da “battaglia”, i quattro musicisti recano gli unici elementi di sottile richiamo glam nella bandana del bass player Evan e nell’eyeliner dell’ottimo chitarrista Paco, bilanciati tuttavia, dalla carica guerresca del frontman Geppo, truce rappresentate delle frange più iraconde dell’hard rock.
Passati in rassegna i pezzi clou del disco d’esordio, tra cui spiccano le scalcianti “I'm a rocker, don't blame me” e “Reborn Again”, oltre all’ironica e delirante “Rotten Pussy”, i quattro sciorinano ottima presenza scenica ed una professionalità insospettata, mostrando tutte le migliori qualità di canzoni non certo originali, ma capaci di trasformarsi in lapilli di lava incandescente quando eseguite dal vivo.
Una sorpresa ed una scoperta per un combo che, qualora abile nell’affinarsi anche in sede di songwriting, potrà davvero offrire elementi di soddisfazione ai propri già numerosi fan.
Trascinata dalla prestazione incendiaria dei Lucy Bastardz, l’Arena di Romagnano si avvicina sempre più ai limiti del sold out, pronta ad accogliere l’arrivo degli organizzatori dell’evento, i torinesi Hollywood Killerz.
Presente sulla scena da ormai una decina d’anni, la band piemontese giunge solo in questi mesi alla release del debut album ufficiale dopo la pubblicazione della consueta serie di demo ed Ep.
Una militanza lunga ed apprezzata che ha visto Harry e compagni protagonisti costanti del Glamattak, festival nato con l’intento di offrire visibilità al genere ma, al contempo, come ammesso dallo stesso frontman, utile veicolo per consentire al gruppo di farsi conoscere e maturare contatti.
Un’ora circa di concerto in cui dar sfogo ad uno street rock venato di punk non certo sovrumano, eppure eseguito ottimamente e carico d’energia. Setlist corposa (dodici i brani proposti) e simpatici intermezzi di dialogo con il pubblico – compresa la premiazione del fortunato vincitore della “riffa” serale, consistente in una copia del nuovo CD dei Crashdiet con tanto di stelle filanti a profusione ed applausi – per un nucleo di musicisti dall’indubbia professionalità che, per motivi piuttosto ignoti, non ha sinora goduto del giusto supporto discografico.
L’esperienza di anni di concerti e di frequentazioni con i grossi calibri del settore, si vede e si sente. Non mancano le pecche a livello di suono, in particolare – abitudine dell’intera serata – nelle parti iniziali della performance, pur tuttavia l’affiatamento degli Hollywood Killerz ed il taglio da navigati esponenti della scena glam nostrana non tarda ad emergere nel giro di breve. “700.000”, nuovo singolo, “Girls r Dead”, “How (Could I)” e la martellante “Teenager Meltdown” i momenti di maggior enfasi dell’esibizione, caratterizzata da un atteggiamento davvero disponibile nei confronti della platea (notevole il bassista, che ha trascorso ogni intermezzo tra una canzone e l’altra omaggiando decine di bottiglie di birra alle prime file del pubblico) e dalla personalità da consumato rocker del singer Harry.
Un buon modo per scaldare gl’animi, nell’attesa del momento clou, quello ovviamente, riservato alle stelle della manifestazione, gli svedesi Crashdiet.
È da poco trascorsa la mezzanotte quando i tendoni del Rock n’Roll Arena vengono accostati per favorire il soundcheck degli headliner della serata.
Un’attesa non interminabile per la verità, tuttavia sufficientemente lunga da rendersi spasmodica per i die hard fan del gruppo, agitati ed in preda all’emozione già da qualche minuto. Intro scenografica, breve momento pre registrato e fuoco alle polveri senza indugio per l’evento saliente di questa dodicesima edizione del Glamattak.
Ultimo a comparire sulla scena, il frontman Simon Cruz, nuovissimo acquisto chiamato a raccogliere l’eredità di Dave Lepard, membro originario e fondatore della band, scomparso tragicamente nel 2006 e di Olliver Twisted, singer attivo nei ranghi del combo svedese sino alla pubblicazione del precedente “The Unattractive Revolution”. Cruz, proveniente dai misconosciuti Jailbait, sembrerebbe essere scelta azzeccattissima: arrogante aria da glamster metropolitano, movenze da consumato animale da palco e presenza scenica notevole, ricorda per certi versi una versione più cotonata del celebre Billy Idol, precursore con i GenX della scena glam punk europea.
Una setlist breve ma decisamente intensa – poco più di un’ora – porta al coinvolgimento totale del pubblico, ormai divenuto numerosissimo ed alquanto “caldo”.
I consueti difetti audio sperimentati in precedenza, non mancano di comparire anche in quest’occasione: primi due brani con la voce del singer pressoché azzerata e distorsioni costanti. Il tempo di assestare i volumi e riportare i suoni a livelli ottimali da parte di tecnici ben preparati ad ogni evenienza, ed il concerto del quartetto scandinavo può finalmente entrare nel vivo.
Con una scaletta ben suddivisa tra i due platter precedenti, ed arricchita da un trio d’estratti colti dal nuovissimo “Generation Wild”, l’esibizione ha passato in rassegna alcuni degli episodi migliori proposti nella seppur breve carriera dai Crashdiet. “Riot In Everyone”, “Breakin’ The Chainz”, “Tikket”, “It’s a Miracle”, “Queen Obscene”, “In The Raw”, per arrivare al climax di “Falling Rain” - probabilmente ad oggi, il pezzo più noto della band di Stoccolma – sono stati momenti molto graditi alla platea, partecipe e pronta ad accompagnare Cruz (protagonista in vari frangenti, anche alla chitarra ritmica) con cori ed incitamenti
Ben accolti anche i tre nuovi brani, “So Alive”, “Native Nature” e soprattutto “Generation Wild”, canzoni dai ritornelli ficcanti e dall’ottima resa live.
Inappuntabili i tre sodali di vecchia data Sweet, London e Young, l’unica piccola delusione deriva forse dallo striminzito bis concesso - un unico brano – per altro giunto dopo un’inopportuna e troppo tempestiva sollecitazione al pubblico da parte di un roadie, segnale dell’evidente desiderio della band di non andare troppo per le lunghe, considerata forse la stanchezza accumulata in questi giorni d’esibizioni ravvicinate e la successiva ed imminente data di Trento, località non certo a “portata di mano”.
Ottimi ad ogni modo gli esiti che, seppur distribuiti in un lasso di tempo effettivamente esiguo - merito come ovvio, anche della discografia non nutritissima del gruppo scandinavo - hanno permesso di testare dal vivo una delle più fulgide e convincenti realtà glam rock attuali, band su cui scommettere ad occhi chiusi per gli anni a venire.
Ottimo festival, bill di tutto rispetto ed eccellente risposta da parte del pubblico. La dodicesima edizione del Glamattak va dunque in archivio, confermandosi appuntamento di valore e richiamo per gli amanti di questo genere di sonorità.
In conclusione, due parole per il Rock n’Roll Arena di Romagnano. Tolti i già evidenziati problemi audio, fisiologici, pressoché inevitabili ad ogni livello e risolti con pronta tempestività, l’organizzazione non ha mostrato crepe o incertezze, garantendo un adeguato supporto in ogni evenienza.
Un buon biglietto da visita per il locale Valsesiano, che ci auguriamo possa divenire in futuro prossimo, ancora più frequentato e protagonista di analoghe manifestazioni concertistiche di prestigio.