Recensione: A Blind Man’s Dream

Di Ottavio Turi - 4 Novembre 2013 - 19:37
A Blind Man’s Dream

Gli 81db definiscono se stessi come “alternative progressive heavy rock”.
Ok, ci potrebbe stare, giacché la visione d’insieme del compound stilistico ha un approccio “progressivo” nel senso più vero dell’accezione e cioè non ricalca clichè e si propone con pregevole personalità.
Tuttavia, a sentore di chi scrive, la componente alternative prevale di gran lunga nel sound nel suo insieme e chiari riferimenti a stili più pesanti quali thrash ed altro, conferiscono all’output finale una fisionomia interessante ed una spiccata identità.
Quindi, niente a che fare con le forme più tradizionali (e in molti casi consunte) di prog, neo-prog, techno-prog e compagnia cantante, ma piuttosto un approccio moderno, attuale, diversificato, risultato di un intelligente lavoro di ricerca e sviluppo stilistico.

La band ha base nella splendida Firenze, italianissimi dunque, ma già dall’ascolto dei primi 20 secondi dell’album ci si trova innanzi ad una sfera musicale dai tratti più nord-europei con un certo flavour da east coast USA. Già un punto a favore: la band è perfettamente in grado di dire la sua nello scenario internazionale. I ragazzi non sono pivelli, hanno già due album al loro attivo e l’esperienza si sente.
Il disco si compone di undici tracce, la track listing è ben congegnata: la sequenza dei brani evidenzia una saggia distribuzione degli stessi offrendo un platter estremamente piacevole all’ascolto; le differenze stilistiche e di dinamica tra i pezzi ben si alternano e compensano. L’insieme globale non dà adito a cali di tensione ed anzi mantiene l’ascolto vivo ed attento, stuzzicandolo continuamente con frequenti variazioni di diversa natura.
Non mancano un paio di episodi di “fantasia goliardica” che a parer nostro avrebbero potuto essere evitati ma che indubbiamente vivacizzano il tutto.

Le singole tracce sono ben strutturate: anche qui si avverte l’adozione di una mentalità che, basata sull’esperienza, rifugge dagli schemi contorti del prog tradizionale pur non adagiandosi supinamente sullo standard da canzonetta strofa-ritornello-assolo tanto gradito all’audience massificata.
I brani offrono velocità, dinamiche e ritmiche abbastanza differenti tra loro: la band avrebbe potuto osare di più in questo senso, le capacità ci sono tutte e si rendono ben evidenti nei numerosi cambi di situazione presenti nell’arco del lavoro.

Il “concettone” della produzione merita quindi un apprezzamento positivo che, pur lasciando margini a future implementazioni, sottolinea quanto il lavoro sia stato dovutamente “studiato a tavolino” prima di mettere mano agli strumenti. Questo criterio di produzione, insieme con un curatissimo lavoro di scelta di suoni e sonorità, conferisce quel tocco in più alla personalità della band di cui si diceva sopra.
I suoni sono, infatti, “top notch”, ogni componente ha il proprio spazio ben definito e mai si generano momenti di “minestrone sonoro” in cui si perde la linea del singolo strumento sotto quella degli altri.
I vari elementi sono ben partecipi grazie ad una registrazione curata ed a un missaggio molto ben equilibrato, evidentemente gestitito da mani ed orecchie esperte, che mai trascende in eccessi da “vi facciamo stupire” ma al contempo mai si fa mancare nulla.
Ciò emerge ancor più nei frequenti passaggi di parti acustiche: suoni “puliti” (senza distorsione) e non, in cui la qualità della fonte sonora consente al tecnico di dosare l’effettistica con disinvoltura ed eleganza. Quando si può fare ciò? Semplice, quando l’esecuzione in fase di registrazione è di livello medio-alto in su. E questo è un altro voto in più a favore di questo lavoro: i ragazzi suonano, e “se la suonano per suonare”!

Sezione ritmica basso-batteria granitica, potente, precisa, molto in sincro e con grande sintonia nei vari portamenti: da quelli “tirati indietro” a quelli più up-tempo ed incisivi, i due musicisti – Vieri Pestelli e Filippo Capursi – conferiscono ai brani quelle situazioni di dinamica che fanno apprezzare ogni singola parte in sè e nel complesso della canzone. Niente a che fare coi funambolismi del techno-prog (eccetto un paio di varianti in cui la band proprio non è riuscita a tenere le dita al guinzaglio) ma approccio, esecuzione ed intenzione davvero di prima classe.

Intenzione di spessore anche per le chitarre di Kostas Ladopoulos ed il relativo emisfero di corde (acustiche, classiche, bouzouki, ecc.) accompagnata da una bella mano secca e pulita sulla pennata, a corde aperte come stoppate: l’esecuzione è davvero brillante, distinta e rende piacevole il tutto senza perciò dovere “sforare” in inutili protagonismi da circo equestre che pochi al mondo sanno fare con maestria. Anche sulle parti solistiche prevale il gusto, ed è un gran gusto all’ostentazione di tecnicismi, oggigiorno appannaggio di pochi, segno questo, di solida esperienza e vera maturazione artistica.

Gli strumenti lavorano bene a favore dei brani, non della singola performance, e grazie a ciò acquisisce il giusto peso e valore la voce di William Costello che si allinea perfettamente allo stile inteso dalla band. Essa è infatti molto presente, giustamente protagonista come deve essere, e sempre ad un ottimo livello tra esecuzione, intenzione ed interpretazione nel proprio ruolo di “front-figure” quale il vocalist riveste. Le linee vocali sono ben concepite e spesso raddoppiate, armonizzate e pongono la ciliegina sulla torta di un lavoro di composizione saggio, esperto e con notevole senso artistico.

In conclusione insomma, album di ottima fattura, se vogliamo non tanto innovativo ma sicuramente “diverso”, tanto da porsi come buona base di valorizzazione della propria personalità ed identità, mantenendosi a debita distanza da canoni triti e ritriti, facili classificazioni ed etichettature di genere.

Da ascoltare, assolutamente.
 
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