Recensione: AcCult II
Un seguito acustico interessante ancorché non proprio atteso per i Vanden Plas, band che con “AcCult“, album del 1996, aveva rivelato la propria bravura in versione unplugged. All’epoca il menù era composto da brani di “Colour Temple” e cover d’astuzia stilistica. Trent’anni dopo la band torna ad incidere un nuovo capitolo “senza spina” con “AcCult II”, mantenendo il concept originale ma aggiornando il catalogo con nuove reinterpretazioni e due cover inattese. “Nothing Else Matters” (Metallica) e “Boat On The River” (Styx). Senza voler ribaltare il passato o reinventarlo da zero, la volontà è di respirarlo con una lucidità nuova, come se ogni nota fosse rimasta intatta, ma avesse finalmente trovato un nuovo spazio in cui distendersi e assumere colori nuovi.
Fondati negli anni Ottanta a Kaiserslautern (Germania), i Vanden Plas sono pionieri del progressive metal tedesco, noti per concept album dal taglio teatrale e per l’equilibrio tra melodia, tecnica e atmosfera. Il gruppo è radicato da decenni nella formazione classica Andy Kuntz – Stephan Lill (voce e chitarre) e Andreas Lill (batteria), oggi con Thorsten Reichert (basso) e Alessandro Del Vecchio (tastiere) a consolidare il suono. Nonostante le apparenze, va detto che “AcCult II” non è un disco “per soli fan”, ma un’operazione coerente che fa emergere, senza orpelli, la solidità dei testi e la capacità di costruire arrangiamenti orchestrali anche quando l’orchestra non c’è. La reale novità non è l’acustico, ma la consapevolezza che la progressività va oltre riff e tempo, coinvolgendo anche respiro, silenzio. E la scelta di non dire tutto subito.
L’opener “Far Off Grace“, con il minutaggio più alto, conferisce subito la presa drammatica della band. “Holes In The Sky” e “The Ghost Experiment” mostrano un andamento più sospeso, con dinamiche che si aprono e si richiudono senza forzature. “Boat On The River“, cover di Styx, e “Nothing Else Matters” (Metallica) sono le scelte che fanno più sorridere, ma la versione di “Boat On The River“, in particolare, è ben costruita e si mantiene nel clima intimo del disco, senza scadere nell’episodio macchiettistico. Si sente che Del Vecchio ha messo mano al brano con la stessa passione che ha investito nel suo stile, non come un esperimento, ma come un omaggio. “You Fly” (con John Helliwell, sassofono dei Supertramp) chiude il lavoro con un tocco melodico raro, che aggiunge un’ulteriore sfumatura al finale. Il sassofono è come un’ombra che si distende sul brano, come se la voce stessa avesse trovato un interlocutore con cui duettare.
Nel complesso, “AcCult II” dimostra nuovamente che i Vanden Plas sanno tradurre le loro corde progressive in ambienti acustici con consapevolezza e senza patetismi o momenti stucchevoli. Il disco non è perfetto in ogni punto (alcuni brani sono meno coinvolgenti), ma il risultato è coerente, pulito e abbastanza convincente per giustificare il tempismo. Si tratta di un’opera interessante, soprattutto per la nuova luce che riesce a dare a brani noti, e per la sicurezza nel tenere il ritmo orchestrale anche senza orchestra.
Un disco “extra” che aggiunge valore a un gruppo già straordinario con la capacità di esistere e vivere comunque di luce propria.
Invece di ripetere, il gruppo ha dimostrato che la vera progressività è anche la capacità di non dire nulla – o dire “meno” – facendolo comunque con la medesima forza espressiva di sempre.
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