Recensione: Doremi Fasol Latido

Di Tiziano Marasco - 12 Settembre 2012 - 0:00
Doremi Fasol Latido
Band: Hawkwind
Etichetta:
Genere:
Anno: 1972
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
93

Iniziare la recensione di un classico è sempre un’impresa titanica. Si potrebbe, dato che il disco è datato, affrescare un’introduzione tolstojana sul periodo storico in questione, gli anni ’70, descrivendo le band che allora stavano scrivendo la storia della musica, così da poter contestualizzare il gruppo in questione ed analizzare il modo in cui detto gruppo è maturato a concepire il masterpiece in esame.

Fatto sta che a mio modesto parere “Doremi Fasol Latido” è un disco quasi anomalo nella sterminata discografia degli Hawkwind, ed in particolare proprio per quanto riguarda quel favoloso quinquennio 1970-1975 che aveva portato alla luce altre perle memorabili, da “In Search For Space” a “Quark”, “Strangeness And Charm”. Motivo? Perché, pur non costituendo un disco a se stante, un’opera sui generis, è permeato da un’atmosfera diversa.
Mantiene molti dei cardini stilistici fondamentali della band di Dave Brock, ma li sviluppa in un modo decisamente diverso rispetto al predecessore e ai successori.
 
La ragione può essere ricercata soprattutto negli sconvolgimenti di formazione che il vento del falco ha subito tra il 1972 ed il 1973, in seguito alla quale i nostri persero per strada un chitarrista e si ritrovarono con la sezione ritmica rivoluzionata. In quei mesi infatti Huw Lloyd Langton prese un’altra strada, ed in suo luogo si aggiunse un tale che alla sei corde era quanto di più scarso si fosse visto nel Regno Unito al tempo (per i Sex Pistols ci sarebbero voluti ancora cinque anni). Il tale in questione era Ian Kilmister, nome che richiama rispetto in ognuno di noi e che al contempo non sembra esattamente una scelta azzeccata per una band di space rock psychedelico in bilico tra Beatles, Zeppelin e Pink Floyd barrettiani. Ed infatti, il buon ed inesperto Lemmy si trovò a rimpiazzare il dimissionario Dave Andersson al basso, che per sua (di Lemmy) stessa ammissione imparò a suonare direttamente durante i concerti. Alla batteria invece Simon King sostituì Terry Ollis. E per concludere, Dave Brock decise di prendere il controllo totale delle sei corde, spesso dodici corde.

Quindi abbiamo una chitarra in meno, un Mötorhead al basso ed una batteria martellante.
Ne venne fuori un album che per molti è il migliore degli Hawkwind, ma che presenta i nostri in una versione molto più brulla del solito. Diverso sin dall’artwork, che prosegue sì l’astrattismo di “In Search For Space”, ma rinunciando ai colori sgargianti in favore di un metallissimo bianco e nero. Cosa abbastanza strana poi, dato il significato metafisico del titolo, che fa riferimento alla musica delle sfere celesti. Secondo la filosofia aristotelica infatti le sfere dentro a cui ruotano i pianeti, il Sole e la Luna, girando producono musica, ogni sfera una sua nota. Oltre a cio, la filosofia di Dave Brock associa ad ogni sfera-pianeta-nota anche un colore. Quindi il Do di Marte risulterà sempre rosso, il re del sole sempre arancio, fino al viola ti-Luna. Chissà poi perché ti e non si.
 
Poi però “Doremi” è un disco nero come lo spazio aperto, un disco grezzo, essenziale, veloce e feroce.
 
Si parte subito fortissimo con “Brainstorm”, che nella sua prolungata ripetitività riprende alla grande quanto accennato in “You Shouldn’t Do That”, ma in una versione decisamente spolpata all’osso: il synth floyd di Dik Mik e Del Dettmar, infatti, finisce sempre in secondo piano dietro al chitarrone di Brock, il sax di Turner finisce per esser più distorsione che altro, ed ecco che questo sembra essere l’antesignano dei Motorhead, un pezzo che puzza di gasolio e acciaio rugginoso, un pezzo sì di astronavi, ma non lucide saette alla star trek, piuttosto congegni pulsanti e sporchi di grasso. In parole povere un brano in fetore di hard rock, coronato dai gridolini di Turner che sembrano riprendere il Plant di “Whole Lotta Love”.
 
Finita la scorazzata da dieci minuti, le atmosfere si fanno più rarefatte nel lasciar spazio all’acustica e cantilenata “Space Is Deep”, in linea con “We Took the Wrong Step Years Ago”, ma dove, ancora una volta i synth non saturano più l’aria e sono ancora subordinati alla chitarra acustica e disciplinata, non più dispersiva. Un breve interludio di Dettmar conduce a “Lord Of Light”. Un’altra canzone velocissima con la chitarra sugli scudi ed un’ottima (incredibile) prova di basso dell’allora sconosciuto Lemmy ed un canto forsennato che anticipa certi Black Sabbath.
Il delirio poi scema e dalle tenebre dello spazio profondo riemergono gli arpeggi scanditi e folkettoni della brevilinea “Down Throught The Night”, ancora condita da un lussureggiante quanto impercettibile tappeto di synth, prima di passare “Time We Left This World Today”. Altri otto minuti, che stavolta fondono la ricchezza sonora a ritmi più morigerati: ne viene fuori qualcosa che solo i Plastic People Of The Universe facevano al tempo, ma nessuno lo sapeva perché i Plastic erano oltre cortina e cantavano in una lingua incomprensibile.
Ritmi ripetitivi che vi frantumano il cervello, parentesi deliranti e ancora un basso virtuoso (se sappiamo chi vi armeggia).
 
Ed infine un ritorno alla calma acustica e tenebrosa, “The Watcher”, ballata storta in cui il microfono viene ceduto ad un dimesso Lemmy, qui in veste piuttosto diversa da quella chiassosa e stradaiola che tutti conosciamo coi Mötorhead.
 
Preceduto da “Silver Machine”, singolone che finì al numero 3 delle chart inglesi, “Doremi” è, da buon terzo disco, la consacrazione degli Hawkwind, l’opera che li conferma e li propone tra i grandi nomi della musica inglese, aggiungendo che i figliocci della psichefloydia si fossero emancipati parecchio, dando vita a qualcosa di selvaggio che sarebbe tornato utile ai punkettoni del ’77, nonché ai primi hardrocker ed heavymetaller.

Una strada spianata insomma. Per scoprire in che modo la fortuna abbia volto le spalle alla comune di Brock, bisognerà attendere l’uscita di Hall of The Mountain Grill.

Tiziano “Vlkodlak” Marasco
 
Discutine sul forum nel topic dedicato agli Hawkwind!
 
Tracklist:
 
01. Brainstorm (Turner) – 11:33
02. Space Is Deep (Brock) – 6:22
03. One Change (Del Dettmar) – 0:49
04. Lord of Light (Brock) – 6:59
05. Down Through the Night (Brock) – 3.49
06. Time We Left This World Today (Brock) – 8:43
07. The Watcher (Kilmister) – 4:00
 
Line up:
 
Dave Brock – chitarre, voce
Nik Turner – sax, flauto, voce
Lemmy (Ian Kilmister) – basso, chitarra acustica e voce in “The Watcher”
Dik Mik (Michael Davies) – Synth
Del Dettmar – Synth
Simon King – Batteria

Ultimi album di Hawkwind

Band: Hawkwind
Genere:
Anno: 2012
78