Recensione: III
Nati a Porto Rico alla fine degli anni ’80, i Mattador sono stati una delle voci più particolari del melodic rock latino, capaci di incrociare l’hard rock statunitense con una sensibilità melodica tutta caraibica. Attivi soprattutto tra il 1988 e il 1995, si costruirono una solida reputazione live e un culto sotterraneo in Europa, fotografato dal loro vecchio disco “Save Us From Ourselves”, oggi riportato alla luce da Frontiers. Con “III”, in uscita in questi giorni, la band torna in buona forma sotto la guida dell’etichetta napoletana, presentandosi come la consueta ricetta di melodic rock in grado di giocare alla pari con i nomi grossi della scena.
La line‑up vede ancora insieme Mike Villegas alla voce e chitarra acustica, Miguel Rodriguez alla chitarra solista e al violino, Carlos Benitez alla batteria e ai cori, con l’innesto di Abraham Millett al basso e alle tastiere, a dare spessore armonico alle nuove composizioni. È un ritorno che non ha nulla di nostalgico ma emerge come un effettivo nuovo capitolo discografico, reggendosi su dodici brani di materiale inedito, nessun auto‑omaggio ed un suono che guarda all’oggi pur restando saldamente ancorato al classic rock.
“III” parte con “Awake”, un’apertura diretta, quasi programmatica, esattamente come dovrebbe essere. Riff asciutto, sezione ritmica “elastica”, un ritornello che punta decisamente sull’impatto emotivo. È come se la band si presentasse di nuovo al pubblico, senza introduzioni prolisse: pochi giri e la voce di Villegas entra a ricordare perché questo nome, tra i collezionisti di AOR e hard melodico, non è mai del tutto scomparso.
Il cuore più oscuro del disco arriva con “Black Water”, già anticipata da un video ufficiale in marzo. Il brano affronta il tema della dipendenza e delle cadute personali con un testo che parla di “giudizi”, “notte infinita” e “acqua nera” in cui si rischia di affondare, mentre la musica alterna strofe tese e un ritornello che sembra voler sollevare l’ascoltatore da quella stessa palude. I Mattador evitano il melodramma, preferendo un approccio meno teatrale e più adatto ad un film hollywoodiano. Le immagini sono forti, ma sempre al servizio di una melodia che rimane in testa dopo il primo ascolto.
Sul versante più luminoso si colloca “Levitate”, singolo pubblicato a maggio, che racconta una notte d’estate tra auto, mare e promesse sussurrate, con il refrain “we were living our dream to levitate” a fare da chiave di volta emotiva. La canzone è una piccola macchina del tempo: bastano poche immagini – il sedile anteriore, la radio accesa, i capelli mossi dal vento – per riportare l’ascoltatore a quella giovinezza idealizzata che il rock racconta da sempre, ma qui con una sincerità disarmante. Musicalmente, è uno dei pezzi più radiofonici del lotto, grazie a un groove leggero e a un uso accorto delle tastiere che ammorbidisce gli spigoli senza annacquare il tiro delle chitarre.
Tra gli episodi più ruvidi spiccano “Out For Blood” e “Same Kind Of Crazy”, dove la band rispolvera il lato più combattivo, fatto di riff taglienti e cori da urlare in faccia al palco. Qui i Mattador ricordano che la parola “melodic” non è sinonimo di “addomesticato”. Le canzoni restano cantabili, ma non rinunciano a una certa ferocia controllata, sostenuta dalla batteria di Benitez e dai controcanti che aggiungono densità alle linee vocali principali.
Sul fronte opposto, “Say You’ll Stay” e “Slow Down” rappresentano il lato più intimo del disco, due ballad che evitano il sentimentalismo da power ballad anni ’80 per concentrarsi su strutture più leggere, quasi mid‑tempo dilatati.
Un elemento distintivo di “III” è la presenza del violino di Rodriguez, che emerge in brani come “Portal” e “Moksha”, aggiungendo una sfumatura quasi prog senza mai diventare un vezzo estetico.
La chiusura è affidata a “No Way Out”, che fonde pathos e tensione in un finale dal sapore quasi cinematografico. Non è l’outro scontata o il semplice brano “veloce” messo in coda: sembra piuttosto il capitolo conclusivo di una storia che ha attraversato cadute, ricordi, fughe e ritorni, lasciando l’ascoltatore con la sensazione che, dietro il classico impianto hard rock, ci sia una vera narrazione.
“III” è, in definitiva, un disco che rifiuta tanto il museo delle cere quanto le mode effimere. Melodie in primo piano, riff robusti, testi di spessore che parlano di fragilità, desiderio e redenzione senza retorica. I Mattador dimostrano che il melodic rock può ancora essere terreno di racconto e non solo di nostalgia: più che un esercizio di stile, questo album è il diario di una band che ha attraversato il tempo, le pause e le resurrezioni, scegliendo di tornare senza retorica o volontà di fare rimpatriate tra vecchi amici. Magari giusto per ricordarci com’erano.
Piuttosto, l’intenzione è quella di mostrarci come sono oggi.
