Recensione: Space Eternal Void

Di Fabio Quattrosoldi - 18 Ottobre 2005 - 0:00
Space Eternal Void
Etichetta:
Genere:
Anno: 1998
Nazione:
Scopri tutti i dettagli dell'album
84

Il nucleo base della band era già attivo nel 1994, allorché, con monicher Crimeny ma sempre per Shrapnel Records, pubblicò il sufficiente Peat. Allora erano un trio, Derek Taylor (vc/gt), Scott Stine (bs) e Rob Stankiewics (bt), e proponevano un progressive tecnico, ritmicamente complesso ma spigoloso, poco incline alla melodia e pertanto abbastanza difficile da digerire. A quattro anni di distanza dal disco di esordio i nostri si ripresentano con idee molto più chiare e una line up rinnovata: Scott Stine è passato alla chitarra, al basso è entrato David Perry e alle tastiere Brett Stine. Proprio l’apporto di quest’ultimo è uno dei punti di forza dell’album, complice una produzione molto bilanciata che porta sempre in primo piano i tasti d’avorio: tastiere talora futuribili, talora sognanti, talora prettamente progressive, onnipresenti ma mai invadenti, in grado di sposarsi perfettamente all’ottimo lavoro di chitarra e di regalare atmosfere grandiose ai brani. Il sound complessivo dell’opera è manifestamente influenzato dai Symphony X di The Divine Wings of Tragedy (guarda caso pubblicato l’anno prima), dei quali gli Eniac Requiem sono una versione meno intricata, meno potente, passatemi l’espressione, più all’acqua di rose.

La breve strumentale Prelude apre ad Amulet of The Sun e le oniriche tastiere di Brett Stine sono subito in evidenza, anche in fase solistica. Il riffing work è diretto ma incredibilmente efficace, per il brano più vario del lotto. La crescita vocale di Taylor dall’esordio dei Crimeny è mirabolante, non sembra neppure di ascoltare lo stesso singer che quattro anni prima arrancava dietro il microfono vittima di un’ugola che non decollava: ora stacca agevolmente gli acuti e convince pienamente nei toni medi; la sua timbrica alienata si sposa all’atmosfera spaziale del brano. Wyrm parte con fulminee scale di tastiera e chitarra. Brano compatto con un ritornello degno del migliore Russel Allen. Gli assoli sono plettratissimi, vertiginosi, estremamente puliti, ma nulla a che vedere col neoclassico. Caratteristica comune a quasi tutte le parti strumentali di chitarra di Space Eternal Void è infatti una grande velocità esecutiva e una maggiore attenzione all’aspetto tecnico che alla strutturazione melodica. Con ciò non voglio dire che le partiture siano stucchevoli o pretenziose, anzi, l’impressione d’insieme, confermata dall’essenzialità degli assoli, è quella di due axemen che suonano nel modo che a loro più piace senza il desiderio di ostentare la loro bravura. Da applausi è Endless Cosmos, brano splendido nella sua semplicità, intenso nel cantato, di grande atmosfera nelle parti lente, progressivo con classe. L’assolo questa volta è suonato con il cuore. Un organo ecclesiastico introduce la successiva Shadows Fall, brano tutto sommato ordinario ma piacevole. Stankiewics dà lezioni di batteria e a turno tutti i solisti hanno modo per mettersi in mostra, come d’abitudine senza appesantire il pezzo. L’enfatico assolo in chiusura è un segno dell’indubbia maturità compositiva del quintetto. Lost in the Void è un altro grande brano, ancora una volta decorato da meravigliose ambientazioni tastieristiche. Segue la strumentale Sad Clown in Europe, altalena di assoli ora lenti e ora veloci. L’atmosfera cambia parecchio con le tre seguenti tracce, oscure, potenti, ammalianti. The Slow Prisoners è più Symphony X degli stessi Symphony X, con Taylor a un passo dal più teatrale Allen e un incedere di chitarra sconvolgente. Nemesis è suntuosa e può fregiarsi del ritornello migliore del platter. Poche parole per Darkness Planet Earth terzo capolavoro consecutivo, un brano di fantastica armonia, da ascoltare a volumi rigorosamente sconsiderati, e che assolo! Guenhwyavar è un pezzo strumentale che nel riffing mi ha ricordato il Satriani più heavy. Grande shred dei chitarristi. Empire of Dolls ripesca le aspre vocals dell’esordio Peat (per il resto siamo su altri livelli), in tal senso è forse il brano più personale proposto dalla band in questa release. Chiude la breve Finale.

In definitiva un grande album di progressive metal, che ha le carte in regola per piacere soprattutto a chi del genere predilige le magniloquenti ambientazioni tastieristico-chitarristiche ai controtempi. La produzione è cristallina ma penalizza lo straordinario lavoro di cassa di Stankiewics, che può essere apprezzato solo con un ascolto attento. Un ultimo pregio… Dopo molti ascolti non sono ancora stanco di questo lavoro. Sarà anche una questione di gusti personali, ma l’estrema fluidità delle tracce unita alla qualità intrinseca del songwriting credo che lo manterranno un sempreverde.

Tracklist:
1. Prelude 02:26 
2. Amulet of the Sun 04:36 
3. Wyrm 04:09 
4. Endless Cosmos 05:24 
5. Shadows Fall 04:08 
6. Lost in the Void 04:52 
7. Sad Clowns in Europe 03:04 
8. The Slow Prisoners 04:22 
9. Nemesis 04:12 
10. Darkness Planet Earth 03:59 
11. Guenhwyvar 03:33 
12. Empire of Dolls 04:20 
13. Finale 01:11 

Ultimi album di Eniac Requiem