Recensione: Subordinates Of The Mechanism

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Un debutto alla grande, quello dei finlandesi Ravage Machinery. Nati nel 2005 e autori di due demo (“Demo ‘07”, 2007; “Reigning Disease”, 2009) nonché di un EP (“The Dystopian Tide”, 2012), infatti, “Subordinates Of The Mechanism” vede la luce presso i Drop Hammer Studios (Torture Killer, Hateform, ecc.) grazie alla masterizzazione dell’ormai onnipresente Jens Bogren (At The Gates, Arch Enemy, Amon Amarth, ecc.). Biglietti da visita che farebbero gola a chiunque, insomma.

Che, seppur condizione necessaria per la riuscita di un buon lavoro, non è sufficiente affinché il medesimo possa emergere dalle sterminate estensioni dei confini dell’underground. Per ciò che riguarda la prima parte dell’espressione linguistica ‘condizione necessaria e sufficiente’, sopra dicotomizzata, non c’è alcun dubbio: i Ravage Machinery hanno centrato in pieno l’obiettivo.

Un sound poderoso, rifinito in ogni dettaglio, perfetto da qualsiasi angolatura si osservi, è quanto di meglio si possa sperare di ottenere, oggi, in termini manifatturieri. Tutti gli strumenti, voce compresa, sono bilanciati così bene che è possibile discernere ogni singola nota, ogni singolo accordo.

Partendo dalle chitarre, semplicemente impeccabili nella loro ritmica impressionante per fedeltà al metronomo. L’evidente taglio thrash mette in risalto la prorompente aggressività del riffing, non particolarmente complesso come struttura ma eseguito con grande decisione e ottima perizia. Così come il lavoro della batteria, spesso sfociante nella follia dei blast-beats senza che si avvicini, nemmeno lontanamente, il vortice del caos.   

Croce del quintetto di Rovaniemi è invece la voce. Rauli Alaruikka, seppure impostato a mo’ di enciclopedia, è spaventosamente monocorde. Il tremendo growling che fuoriesce dalla sua ugola, che alla fin fine identifica definitivamente il sound dell’ensemble come death metal, pare non spostarsi mai dalla stessa intonazione. Una monotonia che, purtroppo, appiattisce anzi affossa le song “Subordinates Of The Mechanism”, di per sé non particolarmente originali.

Il richiamo alle macchine, ovviamente figlio dell’insegnamento dei Fear Factory, alla luce dei fatti non è peraltro così evidente come l’ingannevole disegno di copertina farebbe supporre. Quindi, si tratta di uno stile abbastanza anonimo e neppure particolarmente innovativo. La grande capacità dei Nostri di bombardare i timpani di chi ascolta con le tonnellate di riff che riescono a far sprigionare dalle sei corde, encomiabile da un lato, non produce molto, in termini d’innovazione; rivelando anzi cliché triti e ritriti.

A parte “Evolution Of Malevolence” che, non a caso, è parecchio interessante per il taglio black ma soprattutto per le linee vocali in screaming, anche a passare parecchie ore all’ascolto non rimane molto, in testa, di “Subordinates Of The Mechanism”. Se non, malauguratamente per i Ravage Machinery, una sottile sensazione generale di noia.   

Daniele “dani66” D’Adamo

 
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