Helloween: quarant’anni di storia – Part IV: 2015 – 2025

Siamo arrivati al capitolo conclusivo del nostro speciale dedicato agli Helloween, con cui abbiamo celebrato il quarantesimo anniversario della band di Amburgo. Nei capitoli precedenti (parte I, parte II e parte III, n.d.a.) abbiamo ripercorso i primi trent’anni di storia delle Zucche, fino al 2015. Con questo ultimo episodio rivivremo la fase più recente della loro carriera, segnata dall’attesissima reunion con Kiske e Hansen. Ripartiamo dunque dal 2015, con la band impegnata nella promozione di “My God Given Right”.
Poco dopo aver pubblicato “My God Given Right”, gli Helloween partirono in tour, pronti a promuovere il nuovo lavoro. Il “My God Given Right Tour” portò le Zucche a suonare in Europa, Asia, Oceania e Americhe, oltre a partecipare ai maggiori festival internazionali. In questo modo, la tournée fu caratterizzata da circa settanta date. La scaletta variò molto nelle prime tappe del tour, per poi consolidarsi e raggiungere un assetto stabile. Sorprese la scelta di introdurre molti pezzi che non venivano eseguiti da tempo, in particolare dallo storico “The Time of the Oath”. Oltre alle immortali ‘Power’ e ‘Forever and One (Neverland)’, vennero infatti proposte ‘Steel Tormentor’ e ‘Before the War’. Quest’ultima risultò sempre più accreditata nel corso del “My God Given Right Tour”, finendo per divenire il primo pezzo degli encore. Ma nelle varie serate ritrovammo anche ‘Mr. Torture’ e ‘Where the Rain Grows’. Interessante il medley composto da ‘Halloween’, ‘Sole Survivor’, ‘I Can’, ‘Are You Metal?’ e ‘Keeper of the Seven Keys’. Alla fine, in molte date, “The Time of the Oath” fu l’album più rappresentato, superando addirittura l’ultima fatica “My God Given Right”. Una scelta che rifletteva la consapevolezza dei limiti del platter del 2015? Oppure rappresentava l’intenzione di valorizzare la forza del repertorio anni Novanta? Difficile dare una spiegazione. Certo che con il senno di poi, a seguito degli avvenimenti che sarebbero accaduti di lì a poco, una mezza idea ce la potremmo fare.

Gli Helloween in line-up “estesa”
Ultimato il “My God Given Right Tour”, infatti, gli Helloween lanciarono una notizia bomba, che mandò in fibrillazione buona parte della comunità metallica mondiale. A novembre 2016 le Zucche annunciarono che la tanto agognata reunion con Michael Kiske e Kai Hansen sarebbe presto divenuta realtà. Ormai tutto il mondo sapeva che lo storico ricongiungimento si sarebbe fatto, restava solo da capire quando. Venne quindi ufficializzato il “Pumpkins United World Tour 2017-2018”. Per l’occasione, gli Helloween tornavano on the road in formato extra large. Sì, perché in questa speciale tournée la line-up passava da cinque a sette elementi, con gli innesti di Kiske e Hansen, sfoggiando quindi una formazione con tre chitarre e due cantanti di ruolo. L’obiettivo era realizzare un evento itinerante in cui le Zucche avrebbero celebrato la propria carriera. Un tour in cui sarebbero state proposte le migliori canzoni di ogni epoca della band, eseguite con la voce originale con cui erano state incise e suonate da una formazione allargata. Se il coinvolgimento di Hansen era dato per scontato – gli animi e i toni con Michael Weikath erano ormai distesi, da anni – sorprese la decisione di Kiske. Il cantante, nel corso della sua carriera solista, aveva più volte dichiarato che non avrebbe mai più suonato assieme a Weikath. I due si erano lasciati male, molto male. Kiske, inoltre, aveva più volte espresso il suo disagio per l’universo metal, preferendo altri orizzonti artistici. Certo, le sue partecipazioni con gli Avantasia prima e gli Unisonic poi smussarono la sua avversione per il metallo pesante. Rimanevano “solo” da riconciliare i rapporti con il leader maximo delle Zucche. E lì, molto probabilmente, fu Hansen a intercedere e a fare in modo che i due si chiarissero. La maturità dei due musicisti fece il resto. In merito a questo delicato passaggio, le dichiarazioni di Kiske e Weikath sono ormai leggenda. Dimostrano quanto fossero profonde le ferite nel loro rapporto e, allo stesso tempo, quanto entrambi sentissero la necessità di chiarirsi, di chiudere e superare definitivamente un periodo bruttissimo della loro vita. Sempre dalle dichiarazioni e dalle interviste dell’epoca, emerse che l’idea di una reunion nacque nel lontano 2008, durante l’“Hellish Rock Tour 2007-2008”. Furono Hansen e Andi Deris a parlarne. Il chitarrista fu colui che, nel corso degli anni, spinse più di tutti in questa direzione. Insomma: dieci anni di fatiche trovavano finalmente il proprio coronamento. L’obiettivo era stato raggiunto.
Iniziarono ben presto a girare dei video promozionali, per trasmettere ulteriore suspense e adrenalina ai fan. Ricordiamo quello in cui Deris e Kiske arrivavano in sala prove assieme, in auto. Aprivano la porta e vi entravano, interrompendo la band che stava suonando. In questo sketch riuscivamo a intuire che gli Helloween stavano preparando ‘Why?’, svelando un piccolo tassello della futura setlist. Le date vennero annunciate poco dopo. Il tour sarebbe partito a ottobre 2017 dalle Americhe, più precisamente dal Messico. Sarebbe poi proseguito in Europa e Giappone. Nel periodo estivo le Zucche avrebbero dato ampio spazio ai festival open air, per poi chiudere gli appuntamenti live tornando in America del Sud, spostandosi poi negli Stati Uniti e Canada. Un totale di settanta date. Certo, cambiavano le dimensioni delle location dei singoli show. Basti pensare che per il “My God Given Right Tour”, in Italia il combo di Amburgo si esibì all’Alcatraz di Milano. Per il “Pumpkins United World Tour 2017-2018” venne invece annunciato il Mediolanum Forum di Assago, con una stima di circa ottomila persone. Un dato che aiuta a comprendere l’impatto di questa attesa reunion, sia dal punto di vista artistico, sia economico. Un parametro che potrebbe inoltre spiegare il perché alcune figure abbiano spinto tanto per realizzare questo ricongiungimento, anche solo per un tour. E, forse, questo aspetto potrebbe essere stato l’incentivo che permise il riavvicinamento di Kiske a Weikath. Al di là di queste malelingue, è innegabile che il “Pumpkins United World Tour 2017-2018” divenne l’evento più atteso da tutti gli appassionati di musica dura. In molti già speravano in un disco delle Zucche con la line-up estesa. Un desiderio che venne presto stuzzicato dalla stessa band. Nel 2017, infatti, a poche settimane dalla partenza per il tour, gli Helloween diffusero un singolo inedito, dal significativo titolo ‘Pumpkins United’. Era un modo per celebrare la formazione in versione extra large. Il pezzo, scritto da Deris, Weikath e Hansen, è il manifesto, l’urlo di una coesione finalmente ritrovata. Il testo, attraverso una serie di immagini e figure simboliche, descrive il percorso che portò alla reunion. Troviamo inoltre una serie di richiami al passato, alla nuova comunione d’intenti, a un possibile nuovo corso della band. Dal punto di vista musicale, ‘Pumpkins United’ è una traccia dannatamente helloweeniana. Le peculiarità compositive del terzetto che ha lavorato alla canzone sono marcate e tutte riconoscibili. Incontriamo l’approccio melodic speed metal di Hansen, la cura per la melodia e l’aggressività di Deris, i fraseggi chitarristici e le aperture anthemiche tipiche di Weikath. La prova dei singoli è semplicemente stellare. Dani Löble è la solita macchina da guerra: impatto, velocità, dinamica, eleganza. Incontriamo vari accenti sui piatti per valorizzare l’evoluzione della canzone, così come ripetuti passaggi sui tom legati alla doppia cassa. Il batterista continua a essere un autentico valore aggiunto per le Zucche. Markus Grosskopf non ha certo bisogno di presentazioni: crea spessore, riempie ogni spazio, sfoggia le sue classiche scale e il suo buon gusto melodico. Le chitarre fanno la differenza, in particolare nelle aperture strumentali. Ci sono riferimenti a ogni epoca della band e gli stili delle tre asce sono facilmente riconoscibili. La solistica è davvero degna di nota. Al resto ci pensano poi le voci. Sì, perché il continuo duetto tra Deris e Kiske dona colori e sfumature diverse a ogni passaggio. Se a questo aggiungiamo gli interventi al microfono di Hansen, possiamo ben comprendere come le atmosfere cambino ulteriormente. L’uso delle tre voci, per certi aspetti, è ancora in fase embrionale ma esprime una versione nuova di una band che sta sempre più facendo pace con sé stessa. ‘Pumpkins United’, insomma, si tramutò nell’inno di questo fondamentale momento della storia degli Helloween e, molto probabilmente, un banco di prova per il futuro delle Zucche.
Il “Pumpkins United World Tour 2017-2018” partì come da programma, il 19 ottobre 2017. Kiske si presentò con seri problemi alla voce e per non cancellare degli show, assecondato da management e band, decise di esibirsi sfruttando il playback in alcuni passaggi. I video che iniziarono a circolare in rete svelarono la scelta del cantante, una soluzione che non fu accolta con serenità dai fan. Kiske decise quindi di non ricorrere più a tale stratagemma, pur evidenziando alcune difficoltà, in particolare nei pezzi più impegnativi. Un ostacolo che lo accompagnò nelle prime tappe del tour, come avvenne nella data di Milano, in cui il cantante apparve affaticato, soprattutto nei passaggi più acuti. Dopo un debutto in salita, Kiske riuscì a recuperare la forma migliore, completando il tour e sfoggiando tutta la classe che lo contraddistingue. Un avvio impacciato, lo potremmo definire, che non riguardò solo Kiske ma coinvolse tutta la band, sebbene con caratteristiche diverse. C’erano meccanismi da oliare, una complicità da creare, una coesione che doveva essere curata, passetto dopo passetto. Gli Helloween di inizio tournée non sono la stessa band che ritrovammo alla fine delle settanta date. La crescita fu esponenziale, così come crebbe a dismisura l’armonia tra i singoli componenti. Deris e Kiske, in particolare, legarono tantissimo, esprimendo nelle varie dichiarazioni dell’epoca continui attestati di stima reciproca. La scaletta del “Pumpkins United World Tour 2017-2018” rappresentava il meglio del meglio delle varie epoche delle Zucche d’Amburgo. Uno show di quasi tre ore, in cui erano presenti pezzi tratti da “Walls of Jericho”, cantati da Hansen, e tracce dai primi due “Keeper of the Seven Keys”, interpretate da Kiske. Veniva poi dato ampio spazio all’era Deris, con i classici degli anni Novanta, fino a toccare i capitoli più recenti. Semplicemente splendidi i duetti tra Deris e Kiske nelle canzoni più iconiche della band. Da segnalare, poi, che la scaletta variò molto nei vari appuntamenti. Vennero fatte ruotare canzoni come ‘I’m Alive’, ‘March of Time’, ‘Rise and Fall’, ‘Pumpkins United’ e ‘Kids of the Century’. Quest’ultima rese giustizia al sottovalutatissimo “Pink Bubbles Go Ape”. Insomma: il tour si tramutò presto in un’autentica festa, supportato da un pubblico gremitissimo e caldissimo in ogni appuntamento, in qualsiasi parte del mondo le Zucche mettessero piede. L’entusiasmo era davvero alle stelle, sia tra i fan che all’interno della stessa band. Il passaggio successivo avvenne con una naturalezza quasi disarmante. Mancavano infatti poche date alla conclusione del tour quando gli Helloween annunciarono l’intenzione di pubblicare un live album, una chiara testimonianza di quanto vissuto nel “Pumpkins United World Tour 2017-2018”. Non si limitarono a questo, però. Annunciarono anche un imminente full length, realizzato dai “nuovi” Helloween, nella speciale formazione a sette elementi. Una reunion nata per realizzare una tournée celebrativa, si tramutò in qualcosa di più. Generò un evento impensabile solo pochi mesi prima. La compagine di Amburgo aveva finalmente e definitivamente fatto pace con sé stessa. Era pronta a raccogliere ciò che sarebbe dovuto essere suo, di diritto, ma che ancora non era riuscita a gustare fino in fondo. Non del tutto, perlomeno. In questo modo, una nuova epoca si stagliava all’orizzonte, per la gioia dell’intera comunità metallica mondiale.

La copertina di “United Alive”
Nel 2019 venne dunque pubblicato l’attesissimo live album. La testimonianza audio e video del “Pumpkins United World Tour 2017-2018” era sentitissima da appassionati e addetti ai lavori. Ne furono realizzate due versioni: una solo in CD, intitolata “United Alive in Madrid”, e una video, intitolata “United Alive”. Quest’ultima uscì anche in un’edizione artbook limitata – caratterizzata da tre CD, tre DVD e due Blu-ray – molto ricercata dai collezionisti. Proprio “United Alive” ci permette di assaporare con dovizia di dettagli l’unità e la sinergia venutasi a creare all’interno della band, nella sua nuova dimensione. A differenza dell’edizione CD, interamente registrata a Madrid, le riprese video arrivano da più eventi, con l’intento di offrire il miglior impatto visivo. Troviamo quindi brani registrati a Madrid, Wacken Open Air e San Paolo, per un’esperienza totalizzante. Succosissimo il DVD bonus, in cui possiamo gustare video esclusivi e tantissimo altro materiale. Spicca un’intervista multipla, a tutta la band, in grado di regalare grandi emozioni. Vengono toccati vari argomenti, tra cui le sensazioni provate dai singoli durante questo storico ricongiungimento. Ai sette musicisti viene inoltre chiesto un pensiero sui compagni d’avventura. Ognuno di loro rilascia dichiarazioni importanti, in cui possiamo scoprire tanti piccoli particolari. Veniamo quindi a conoscenza di come Deris e Kiske fossero tesi per il loro incontro: entrambi erano in soggezione, riconoscendo l’uno la caratura dell’altro. Scopriamo come Hansen temesse un po’ il rapporto con Deris. D’altronde, quando Deris entrò negli Helloween, le Zucche e i Gamma Ray erano in forte competizione. Il chitarrista si chiedeva come il cantante avrebbe potuto reagire in questa nuova dimensione. Frequentandosi, però, trovarono moltissimi punti in comune. Capirono che tutti agivano per il bene della band e desideravano conoscersi meglio. In questo lungo dialogo, il lato umano delle Zucche viene esaltato. Ritroviamo sì un gruppo di musicisti affermati, ma prima di tutto entriamo in contatto con gli uomini, esseri umani, ognuno con le proprie debolezze e paure. Sette ragazzacci che hanno scoperto quanta stima nutrissero l’uno nell’altro, quanto fossero condivisi gli obiettivi. Un’intervista che sottolinea come gli Helloween abbiano riforgiato sé stessi, creando una nuova entità, una nuova essenza. La compagine di Amburgo può vantare quattro decadi di storia, caratterizzate da quattro ere diverse. Un’evoluzione continua, che ci consegna le Zucche in un formato capace di unire presente e passato, con un futuro tutto da scrivere.
Gli Helloween iniziarono quindi a concentrarsi sul nuovo lavoro, il primo dopo il rientro in formazione di Kiske e Hansen. Un album sentito, destinato a entusiasmare intere generazioni di metalhead. La formazione di Amburgo, intanto, forte del successo del “Pumpkins United World Tour 2017-2018” e di una richiesta incessante, annunciò una nuova tournée. Originariamente battezzato “United Alive Part II”, il tour avrebbe portato le Zucche a girare nuovamente il globo terracqueo nel 2020-2021. Questa ennesima avventura live avrebbe inoltre celebrato l’uscita dell’attesissimo platter con la formazione a sette elementi. L’uscita del full length venne infatti pianificata per il 2020. Successe però l’imprevedibile. Una sciagura si abbatté sul nostro mondo. Ci stiamo ovviamente riferendo alla pandemia da Covid-19. Ne seguirono i lockdown, i coprifuoco, gli obblighi a non uscire di casa. Vennero vietati i concerti e ogni tipo di avvenimento che potesse attirare un pubblico. Gli Helloween, come tantissime altre band, dovettero posticipare le date confermate, ripianificando il tour per ben tre volte. Anche i lavori per il nuovo album subirono dei ritardi. Il disco, originariamente programmato per il 2020, venne pubblicato a giugno 2021. E in quel mese, l’universo metallico si fermò completamente, pronto ad accogliere e ascoltare un lavoro che segnava una nuova epoca per una delle band più influenti della scena.

La copertina di “Helloween”
Il disco, dall’iconico titolo “Helloween”, venne accolto con entusiasmo dai metalhead di tutto il globo. I piazzamenti nelle classifiche di vendita conquistati da “Helloween” esprimono alla perfezione il clamore riscosso dal platter. Non bastano due mani per contare le top 10 raccolte dall’album, in cui inseriamo il sorprendente primo posto ottenuto in Spagna. Ma come si presenta “Helloween”? Beh, partiamo dalla sua veste grafica. L’artwork è davvero curato, elegante, accattivante. Oltre a un numero elevato di foto – che raffigurano i singoli e la band al completo – sono presenti molti elementi filosofici, oltre a richiami ai testi dei vari brani. Troviamo quindi una versione helloweeniana de “L’uomo Vitruviano” di Leonardo da Vinci. Un chiaro riferimento all’armonia, alla proporzione, all’appartenenza a più dimensioni. Un concetto che incarna e descrive alla perfezione la nuova line-up delle Zucche: armonia ritrovata, una corretta proporzione tra passato e presente, il senso di appartenenza a più epoche, ora condensato in questo nuovo lavoro. La copertina, poi, è semplicemente spettacolare. Incontriamo le immancabili sette chiavi e il loro protettore. Ai piedi del negromante troviamo un orologio, che descrive la ciclicità del tempo, rappresentando alla perfezione la nuova incarnazione della compagine di Amburgo. Vi sono raffigurati angeli e corpi celesti, elementi che toccano alcuni temi espressi nelle canzoni e che approfondiremo più avanti, nel nostro racconto. La cover di “Helloween” è un’opera a tutto tondo, realizzata da un Eliran Kantor ispiratissimo, ben allineato al pensiero delle Zucche. Ma musicalmente? Come suona “Helloween”? Diciamo che per l’occasione il combo tedesco fece le cose in grande. Sì, perché oltre ai fidati Mi Sueño Studio, Weikath e compagni registrarono alcune parti ad Amburgo, dove tutto ebbe inizio. Fanno quindi capolino gli H.O.M.E. Studio e i Chameleon Studio. Vennero inoltre utilizzate alcune apparecchiature che contribuirono a realizzare il trittico d’oro degli anni Novanta. Alcuni passaggi di batteria furono registrati con il drumkit impiegato da Schwichtenberg in “Keeper of the Seven Keys Part II”. L’armonia, la proporzione e l’appartenenza a più dimensioni citate poco sopra, vengono condensate in quanto appena scritto. Le scelte fatte dagli Helloween ne sono una perfetta espressione. Il risultato è un album riuscito, convincente, capace di incollare l’ascoltatore alle casse dell’impianto e di superare la prova del tempo. Le Zucche continuano il percorso iniziato con “My God Given Right”, realizzando un disco che suona più classico, relegando in un angolino sperimentazioni e passaggi moderni. Troviamo quindi un ponte di collegamento tra alcune atmosfere proprie dei lavori realizzati a cavallo del 2010 ed echi degli Helloween anni Ottanta e Novanta. Spiccano canzoni come l’esplosiva ‘Robot King’, una sorta di ‘Burning Sun’ versione 2.0, in cui emerge un coro anthemico, in perfetto Weikath sound. Ma come non citare l’inno ‘Out for the Glory’, dal marcato flavour ottantiano, o la divertentissima ‘Mass Pollution’, caratterizzata da quello spirito hard rock che abbiamo tanto apprezzato in un lavoro come ‘Straight Out of Hell’. Accattivante ‘Rise Without Chains’, classico pezzo power griffato Deris. Altrettanto enfatica risulta ‘Fear of the Fallen’, con quell’intreccio di voci che fanno decollare un pezzo già esplosivo di suo. Il ritornello, non a caso, entra in testa già al primo ascolto. ‘Best Time’ ci riporta invece agli anni Novanta, dove a dominare è l’incrocio tra power e hard rock. L’alternanza al microfono di Deris, Kiske e Hansen dona poi ulteriore magia. Il pezzo incarna in sé l’anima di una certa ‘I Can’, e scusate se è poco. Aperture più moderne caratterizzano invece pezzi come ‘Cyanide’, ‘Angels’ e ‘Indestructible’. E se cercassimo una composizione dalla chiara matrice ottantiana? La suite finale ‘Skyfall’ fa al caso nostro. E non a caso, il pezzo realizzato da Hansen è stato insignito del ruolo di singolo apripista dell’album. Durante l’ascolto vi troviamo anche una piacevole divagazione negli anni Novanta, con il bridge che richiama da vicino alcune melodie dei primi capitoli degli Avantasia. Un pezzo monumentale, che chiude come meglio non si potrebbe uno dei dischi più riusciti della carriera degli Helloween.
La prova dei singoli è semplicemente stellare. Löble rappresenta ormai le fondamenta su cui è possibile erigere qualsiasi struttura. Un tassello a cui gli Helloween difficilmente possono fare a meno. Grosskopf risplende in tutta la sua lucentezza, creando il solito muro di suono e sfoggiando quel senso melodico unico, che lo rende riconoscibile in mezzo a mille altri bassisti. I suoi suoni, così brillanti, sono un ulteriore marchio di fabbrica. Le chitarre ricoprono un ruolo importantissimo nell’evoluzione del platter, con tre stili diversi, facilmente riconoscibili, ma ben amalgamati e sempre a disposizione della struttura canzone. Spicca la prova di Sascha Gerstner, maniacale in ogni frangente. A fare la differenza sono però le voci. Sì, perché l’alternanza al microfono di Deris e Kiske dona sfumature diverse alle varie tracce. Le canzoni sono inoltre realizzate per esaltare le peculiarità dei due cantanti e i brevi cameo vocali di Hansen ampliano le chiavi di lettura. Deris e Kiske risultano perfettamente integrati, affiatati, pronti a creare una sorta di dialogo cantato, donando all’album un’atmosfera quasi teatrale. In fase di composizione emerge dunque una cura maniacale per i dettagli, un’attenzione certosina per gli arrangiamenti e per la ricerca della melodia più azzeccata per ogni singolo momento. I ritornelli sono esplosivi, fanno letteralmente decollare i pezzi. Le linee vocali, insomma, risultano enfatiche e in continuo crescendo. Le tematiche trattate nei testi sono un ulteriore valore aggiunto. Gli Helloween continuano la critica sociale, rivelandosi ottimi osservatori dell’evoluzione dell’umanità, riuscendo a coglierne gli aspetti più delicati. Toccano quindi il tema della tecnologia, di come il rapporto uomo-macchina possa portare a una sorta di disumanizzazione dell’individuo. Il simbolo di tutto questo è un Re robot, che controlla il mondo attraverso la rete, conquistando e amplificando il suo potere. Vengono affrontati temi come il tradimento, il contrasto tra apparenza e realtà, che possiamo ritrovare nei rapporti quotidiani. Incontriamo quindi dei demoni travestiti da angeli, che rappresentano la metafora dell’inganno. Gli Helloween, inoltre, descrivono la standardizzazione a cui è soggetta l’attuale società, evidenziandone l’incapacità ad accettare le diversità. Tutto questo ci viene raccontato con l’immagine di un alieno caduto sulla Terra. La creatura viene catturata e fatta prigioniera dall’umanità, che ne distrugge la nave, privandola della possibilità di rientrare a casa. L’alieno diventa quindi il simbolo di chi si sente fuori posto e incompreso. La narrazione avviene attraverso l’uso delle tre voci, che di volta in volta cambiano il punto di osservazione. L’attuale società, inoltre, emargina chi non si conforma, facendolo sentire come una persona gettata nella spazzatura. Gli Helloween analizzano poi la manipolazione delle masse e, attraverso varie immagini, ci raccontano di un’entità che si nutre della paura della collettività. Un essere che indica in cosa credere, cosa temere, cosa deve far sorridere. Non possono poi mancare i messaggi positivi e l’invito a vivere la vita nel presente. Il passato è ormai storia, in quanto già vissuto. Ci invitano a cogliere l’attimo, a sfruttare le occasioni che il presente ci può regalare. E se mai dovessimo cadere, non dovremmo perdere tempo a commiserarci sull’errore commesso. Capita di sbagliare. L’importante è rialzarsi, credere in sé stessi, superare le proprie paure. “Helloween”, in poche parole, è un lavoro ricco di contenuti, in cui le Zucche hanno dato ampio spazio alle proprie emozioni, mettendo a segno un disco significativo, destinato a lasciare un segno nel tempo. Dal punto di vista del songwritng, Deris fa la voce grossa. Il cantante, come spesso verificatosi dal suo ingresso nelle Zucche, risulta il compositore più prolifico. Sono ben quattro le canzoni che portano la sua firma: ‘Fear of the Fallen’, ‘Mass Pollution’, ‘Rise Without Chains’ e ‘Cyanide’. Weikath segue con tre brani: ‘Out for the Glory’, ‘Robot King’ e ‘Down in the Dumps’. Gerstner lascia la sua firma con ‘Angels’ e, a quattro mani con Deris, in ‘Best Time’. Di Grosskopf risulta invece l’accattivante ‘Indestructible’. Non poteva ovviamente mancare il marchio di Hansen, che mette a segno la suite ‘Skyfall’, introdotta dall’interludio ‘Orbit’. Chiudiamo l’analisi di “Helloween” dicendo che i suoni risultano curatissimi, grossi e cristallini, pronti a valorizzare ogni strumento. Un lavoro realizzato da più tecnici in cabina di regia, in cui non poteva certo mancare il fidato Charlie Bauerfeind.

Una recente foto promozionale degli Helloween
Nel 2022, intanto, l’emergenza pandemica sembrava superata e gli eventi dal vivo poterono riprendere. Il più volte procrastinato tour delle Zucche trovò quindi compimento. Il nome di questa tournée è emblematico: “United Forces 2022-2023”. Un’ulteriore dimostrazione di unità, di comunione d’intenti. Anche gli show dello “United Forces 2022-2023” vantavano una durata lunga, di almeno due ore e mezza. Spettacoli in cui gli Helloween sfoggiarono una classe cristallina, dimostrando di appartenere a un livello superiore rispetto a buona parte della concorrenza. Di quell’avventura live, che durò circa settanta date, portiamo la nostra esperienza vissuta ad Amburgo, in cui sul palco salì anche il figlio di Kai Hansen, Tim (qui il nostro articolo dell’epoca, n.d.a.). Il risultato di questa ennesima spedizione itinerante fu un nuovo live album, intitolato “Live at Budokan”. Il disco dal vivo, registrato nella leggendaria arena Nippon Budokan di Tokyo, il 16 settembre 2023, vide la luce nelle battute conclusive del 2024. Un lavoro che rappresenta una perfetta diapositiva del livello raggiunto dalla compagine tedesca.

La copertina di “Liva at Budokan”
La storia si fa ora recente. Sul finire del 2024 gli Helloween annunciarono un nuovo tour, in programma per il 2025, con cui celebrare assieme ai fan i quarant’anni di carriera. Una storia avviata nel 1985, con la pubblicazione dell’omonimo EP. Nello stesso periodo, iniziarono a trapelare alcune indiscrezioni relative a un nuovo album delle Zucche. Deris lo definì più allegro e immediato rispetto a “Helloween”, il primo disco con la formazione a sette elementi, pubblicato nel 2021. Nelle interviste del periodo, il cantante disse che il futuro lavoro sarebbe stato più melodico, più facile da ascoltare. Come possibile data di pubblicazione venne ipotizzata l’estate 2025, mandando in fibrillazione i fan. L’attesa venne interrotta a marzo 2025, con l’uscita della raccolta celebrativa “March of Time – The Best of 40 Years”. Un greatest hits che ci permette di ripercorrere la carriera della formazione di Amburgo, esplorandone ogni decade. Un viaggio lungo, lunghissimo, caratterizzato da una serie di fermate che ci permettono di capire, di vivere l’evoluzione del combo teutonico. Le soste, ovviamente, corrispondono ai sedici album pubblicati da Weikath e compagni, fino a quel momento. Alcuni lavori ricoprono un ruolo centrale nella compilation, altri vi fanno solo un breve cameo. E così, a rivelare la caratura artistica e il successo di ogni album è il numero di brani inclusi in “March of Time – The Best of 40 Years”. Segnaliamo inoltre che la raccolta è stata pubblicata in due versioni: in digipak, in formato triplo CD, e in un cofanetto con ben cinque LP, color rosso fuoco. Nel boxed set, inoltre, è presente un puzzle caratterizzato da un collage di tutte le copertine degli album degli Helloween. Nella versione CD, sorprende la scaletta del terzo disco. Delle quattordici canzoni inserite, otto portano la firma di Deris. In altre due tracce, poi, il cantante è uno dei co-compositori. Un vero monopolio, che sottolinea l’importanza di Deris negli equilibri della band.

La copertina di “March of Time – The Best of 40 Years”
Dopo un gustoso antipasto come ‘March of Time – The Best of 40 Years’, i fan iniziarono ad attendere con trepidazione il banchetto vero e proprio. Un’attesa che finì ad agosto 2025, con la pubblicazione via Reigning Phoenix Music di “Giants & Monsters”, il nuovo album dei “nuovi” Helloween. L’uscita del disco venne anticipata da due singoli, ‘This Is Tokyo’ e ‘Universe (Gravity for Hearts)’, due canzoni accolte da pareri contrapposti, sia dai fan che dagli addetti ai lavori. Inutile negare che le aspettative in merito al diciassettesimo full length fossero elevatissime. Come è anche vero che le dichiarazioni di Deris, in cui definì l’album più diretto e melodico, avessero generato un po’ di apprensione. E quindi? Come suona il nuovo “Giants & Monsters”? Diciamo che l’analisi del disco si fa complicata. Sì, perché “Giants & Monsters” è effettivamente più melodico di “Helloween” e, appena inserito nell’impianto, può spiazzare un attimo. A un primo approccio può infatti risultare un lavoro immediato, come se le Zucche avessero deciso di puntare sulla facile presa. Le prime rotazioni, insomma, possono indurre l’ascoltatore a pensare a un disco nato per tornare presto in tour. La bellezza di “Giants & Monsters”, però, sta nella sua capacità di crescere nel tempo. Brano dopo brano svela piccoli particolari di sé, conquistando l’ascoltatore un passo alla volta. E così, un lavoro che potrebbe apparire easy listening si rivela invece un centro clamoroso. Un album curato nei minimi dettagli, dagli arrangiamenti alle melodie. Un platter che pone in primo piano l’immediatezza ma che poggia le proprie fondamenta su trame eleganti e ricercate, in pieno stile Helloween. Certo, suona più classico rispetto al predecessore, forse anche più hard rock, ma ascolto dopo ascolto “Giants & Monsters” sa insinuarsi nella mente e conquistare ampi consensi. E non a caso, l’album non vanta lo stesso numero di top 10 ottenute da “Helloween” ma può già esibire un disco d’oro, conquistato in Repubblica Ceca. Un impatto più soft ma destinato a crescere nel tempo. Le danze vengono aperte da ‘Giants on the Run’, composta dall’inedita coppia Deris-Hansen. Chi si aspettava il classico inizio anthemico, cantato da Kiske, viene colto alla sprovvista. La canzone evidenzia infatti le influenze dei due compositori, esibendo un richiamo agli Helloween del “Keeper of the Seven Keys – The Legacy” e ai Gamma Ray dello stesso periodo. La parte iniziale e il ritornello evidenziano la firma di Deris, mentre la sezione solistica, seguita da cori maestosi e marziali, sono una chiara espressione della visione di Hansen. Proprio i due compositori si alternano al microfono, per un’apertura d’album un po’ fuori dagli schemi helloweeniani. Si prosegue con ‘Savior of the World’, composta da Weikath, il pezzo anthemico, cantato da Kiske, che tutti i fan aspettavano. Il ritornello presenta riferimenti agli Helloween anni Ottanta, mentre il resto della canzone sembra appartenere alle Zucche del nuovo millennio, con una solistica che si muove con sapienza tra le varie epoche. Arriva poi ‘A Little Is a Little Too Much’, uno dei pezzi più melodici e hard rock di “Giants & Monsters”. Il brano, scritto da Deris, è uno degli assoluti highlights dell’album. Presenta una serie di genialità compositive proprie del cantante, con degli inserti melodici semplici ma sempre azzeccati, pronti a incollare l’ascoltatore alle casse dell’impianto. Citiamo anche ‘We Can Be Gods’, griffata Hansen, il capitolo forse più power speed melodic metal del disco. Perché elenchiamo le tracce in senso cronologico? Per evidenziare una delle caratteristiche principali di “Giants & Monsters”: la varietà delle canzoni. L’ultima fatica delle Zucche è infatti un lavoro composito, un album capace di condensare le diverse anime degli Helloween. Rispetto al lavoro del 2021, “Giants & Monsters” riesce a regalare aperture e sfumature più ampie. Basti pensare che in “Helloween” non comparivano ballate, per un disco tutto pelle e borchie. Nel platter del 2025 troviamo invece ‘Into the Sun’, canzone non inclusa nell’album del 2021 perché il risultato non soddisfaceva Deris. Dopo un’opportuna rivisitazione, la canzone risplende di una luce intensa in “Giants & Monsters”. E la prova al microfono di Deris e Kiske mette letteralmente i brividi.

La copertina di “Giants & Monsters”
Ascoltare l’album dall’inizio alla fine, gustandone l’eleganza e la varietà, permette inoltre di rivalutare i singoli. Già, perché sfruttando il posizionamento nella tracklist, ‘This Is Tokyo’ e ‘Universe (Gravity for Hearts)’ aumentano il proprio impatto e pathos. Un aspetto che dimostra la cura degli Helloween nella collocazione delle singole tracce all’interno del platter. In questo modo, “Giants & Monsters” può essere descritto come una sorta di viaggio, di sentiero da percorrere. Si apre con una matrice classica, dove emergono velocità, melodia ed elementi hard rock. Presenta un break centrale, con un netto cambio di atmosfera, dove emergono sfumature più intime. La ballata e il passaggio hard rock con influenze pop di ‘This Is Tokyo’, aprono una parentesi diversa. L’intensità torna poi a crescere nel finale, riportandoci su lidi più tipicamente metal. Un viaggio di quasi un’ora, in cui gli Helloween si divertono a fondere elementi da tutte le proprie ere e incarnazioni. ‘Hand of God’ sembra infatti ispirarsi alle sperimentazioni proposte in pezzi come ‘Asshole’, mentre ‘Under the Moonlight’ riporta alla luce quelle atmosfere gioiose e ironiche che avevamo assaporato in ‘Livin’ Ain’t No Crime’. Con questa chiave di lettura, “Giants & Monsters” si rivela senza ombra di dubbio un disco riuscito. Ecco, se proprio volessimo essere meticolosi, dovremmo forse dire che ‘Majestic’ risulta il passaggio meno ispirato del lotto. Per quanto ben strutturata e ricercata, alla traccia manca quel guizzo, quella cura per i dettagli, quella ricerca melodica che abbiamo invece vissuto nel resto del platter. Un peccato veniale, che non va certo a inficiare la qualità di un lavoro come “Giants & Monsters”.
Dal punto di vista delle tematiche trattate, in “Giants & Monsters” gli Helloween toccano argomenti più introspettivi rispetto al recente passato. Attraverso l’uso di metafore, le Zucche ci raccontano gli eccessi personali, di come una piccola dose di desiderio possa diventare troppo, generando conseguenze inattese. Ci parlano del confronto generazionale, affrontando l’argomento da un punto di vista adulto. Descrivono il passaggio di consegne, con l’inevitabile ambivalenza che viene a generarsi. Da una parte, il tono di speranza, proprio di chi è più anziano, dall’altro il peso delle aspettative, una sorta di fardello che può schiacciare chi lo riceve. Attraverso toni epici e mitologici, lanciano l’ennesimo messaggio a credere in sé stessi, a resistere, a lottare per la libertà. Toccano temi di riflessione spirituale e interiore, usando il contrasto tra melodie allegre e testi intrisi di malinconia. È come se il ricongiungimento tra presente e passato avesse scalfito l’armatura e lasciato libertà di espressione al cuore e ai sentimenti. Un lavoro “umano”, che aumenta il fascino di “Giants & Monsters”. Segnaliamo poi l’ottima copertina di Eliran Kantor, ormai artista a tutto tondo. Elegante l’artwork curato da Thomas Ewerhard, al quale si aggiungono le spiritosissime zucche realizzate da Marcos Moura, per donare una descrizione grafica alle varie canzoni, in pieno stile Helloween. Anche per “Giants & Monsters” sono stati usati più studi di registrazione. Oltre agli immancabili Mi Sueño Studio di Deris, apprezzatissimi da Kiske, sono stati impiegati anche gli Hansen Studio in Kosice, gli Streetlife Studios in Furth, gli Shockhouse Studio di Amburgo e i Pace Arts di Berlino. In cabina di regia troviamo l’inossidabile Charlie Bauerfeind, supportato da Dennis Ward. Chiudiamo il capitolo “Giants & Monsters” soffermandoci sulle firme delle varie composizioni. Deris continua a essere la penna più prolifica delle Zucche. Del cantante sono infatti ‘A Little Is a Little Too Much’, ‘Into the Sun’ e ‘This Is Tokyo’. Hansen aumenta il peso in sede compositiva, scrivendo ‘We Can Be Gods’, ‘Majestic’ e, a quattro mani con Deris, l’opener ‘Giants on the Run’. Di Weikath sono ‘Savior of the World’ e ‘Under the Moonlight’, mentre Gerstner mette a segno ‘Universe (Gravity for Hearts)’ e ‘Hand of God’. Sorprende la decisione di tagliare dalla tracklist ufficiale ‘Out of Control’, canzone scritta da Grosskopf e presente come bonus track in alcune edizioni dell’album. La traccia è un classico brano griffato Grosskopf, il cui ritornello è semplicemente killer. ‘Out of Control’ suona allo stesso tempo classica e al passo con i tempi, evidenziando melodie ricercate, soluzioni avvincenti e una cura maniacale per i dettagli e gli arrangiamenti. Il pezzo è interamente cantato da Hansen e su “Giants & Monsters” avrebbe fatto un figurone.

Gli Helloween nel 2025
Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio. Abbiamo giusto il tempo di condividere l’esperienza vissuta alla data milanese, che ha visto le Zucche festeggiare assieme ai fan italiani il proprio quarantesimo anno di carriera. Ecco quindi il nostro live e photo report dell’evento.
È stato un vero piacere ripercorrere assieme a voi le gesta di una delle formazioni più influenti nella storia della musica dura. Una band in continua evoluzione che, nella sua nuova metamorfosi, dimostra di avere ancora tanto da dire. All’orizzonte, il futuro è radioso. Augurando lunga vita agli Helloween, ci salutiamo con una breve appendice, in cui andremo ad analizzare i rapporti con gli ex componenti delle Zucche, non coinvolti nell’attuale incarnazione del combo teutonico. Horns up!
APPENDICE
Stefan Schwarzmann: entrato negli Helloween nelle battute conclusive delle registrazioni di “Rabbit Don’t Come Easy” – ha infatti inciso qualche b-side dell’album – il batterista lasciò spontaneamente la band dopo aver ultimato il tour di supporto al disco. Lasciati gli Helloween venne assoldato dagli Accept, registrando due full length: “Stalingrad” e “Blind Rage”. Il sound della compagine di Solingen era fatto su misura per lo stile di Schwarzmann, un aspetto che permise al drummer rossocrinito di riscattarsi dalla delusione provata con le Zucche. Il rapporto con gli Helloween è comunque ottimo. Weikath, Deris e compagni hanno sempre speso parole positive per il batterista, evidenziandone la professionalità e la serietà. Schwarzmann, insomma, ha lasciato un ricordo positivo.
Uli Kusch: uno dei batteristi più influenti degli anni Novanta, Kusch ha contribuito alla rinascita degli Helloween. Entrato nelle Zucche a seguito della rivoluzione post “Chameleon”, Kusch è stato uno dei protagonisti nella stesura dei capolavori dei Nineties targati Helloween. A causa di forti divergenze con il resto della band, venne licenziato in tronco, una volta ultimato il tour di supporto a “The Dark Ride”. Kusch è quindi stato uno dei fondatori dei Masterplan, con cui pubblicò due gemme assolute intitolate “Masterplan” e “Aeronautics”. In quel periodo iniziò a evidenziare alcuni problemi di salute. Fu colpito da un’infiammazione tendinea che ne limitò l’attività. Uscì quindi dai Masterplan, non potendo sostenere lunghi tour, dedicandosi a progetti in studio. Registrò l’album “Lurking Fear” con i Mekong Delta e “New Protection”, il disco di debutto dei suoi Ride the Sky. Nel 2011 entrò a far parte del supergruppo Symfonia, con cui registrò “In Paradisium”. Purtroppo, l’infiammazione diventò sempre più intensa, costringendolo a ritirarsi dalle scene. Un vero peccato. Il valore di Kusch è indiscutibile, un batterista dotato di grande personalità, tecnica e un incredibile gusto melodico. Un musicista visionario, che avrebbe meritato un percorso migliore. Oggi vive in Norvegia, dove insegna in una scuola di musica. I rapporti con gli ex compagni risultano tuttora freddi, anche se il periodo burrascoso sembra ormai superato.
Roland Grapow: sei dischi con gli Helloween, il pesante fardello di prendere il posto che fu di Hansen. L’ambizione di vivere dimensioni nuove, di puntare in alto, la caduta con “Chameleon” e la risurrezione iniziata con “Master of the Rings”. Grapow è stato tutto questo. Uno dei componenti fondamentali per gli Helloween degli anni Novanta. Il suo percorso con le Zucche, come successo a Kusch, terminò dopo il tour di supporto a “The Dark Ride”. Il rapporto con i compagni di scuderia era ridotto ai minimi termini. Nacquero grandi tensioni con Weikath e Deris, segno di un’incompatibilità caratteriale ormai ingestibile. Licenziato dagli Helloween, assieme a Kusch diede vita ai Masterplan. La nuova avventura partì con il botto, grazie a due dischi sensazionali, tra le gemme compositive del power di inizio nuovo millennio. Poi, piano piano, a causa di un continuo turnover in formazione, i Masterplan non riuscirono a mantenere lo stesso livello qualitativo. Pur vantando un discreto seguito, persero purtroppo i favori del pubblico. I rapporti con gli ex compagni sono tuttora tesi. È solo di pochi mesi fa l’ultima scaramuccia avvenuta via social. A seguito di qualche evento non ben definito, le Zucche hanno rilasciato un comunicato in cui, per l’ennesima volta, hanno voluto sottolineare che in casa Helloween non c’è più spazio per Grapow. Sono passati oltre vent’anni da quell’improvviso licenziamento, da quel periodo così negativo. Tutto questo tempo non è servito a cancellare l’astio. Le ferite sono profonde, molto profonde e, probabilmente, sanguinano ancora.
Marco Donè