Studio Report: Embrace Of Disharmony

Di Emanuele Calderone - 23 Aprile 2014 - 20:04
Studio Report: Embrace Of Disharmony

Necessità o destino, giustizia o fortuna, comunque la si intenda o si chiami, questa divinità la cui immagine non è altro che l’Umano stesso, con le proprie vicissitudini, prende ciò che le spetta nel tempo che la accompagna: gli Embrace of Disharmony lo sanno, ne sono ben coscienti e tributano a questa divinità il loro album d’esordio, in uscita il prossimo 19 maggio presso la italianissima My Kingdom Music. Il titolo scelto è “Humananke”, felice intuizione che racchiude in una parola “ciò che è destino”, ananke con “ciò che è umano” human. Si sono formati nel 2006 e le canzoni che per Truemetal ho ascoltato ieri presso i Vertigò Studios di Roma, sono frutto di quasi 8 lunghi anni di lavoro. A fasi alterne Ananke li ha sottoposti ai propri quesiti: scelte, cambi di line-up, prove di volontà. Queste sono le prove che una sfinge invisibile sorella al Tempo, ha posto. “Humananke” è la risposta che volontà e passione per la musica han dato.

“Molti di questi brani, -dice Matteo Salvarezza, chitarrista del gruppo-, sono pronti da anni, crescendo poi come musicisti è stato inevitabile e direi naturale tornarci sopra e crescerli con noi”.

Prendiamo posto nella saletta, in attesa di quasi un’ora di musica. Alcune canzoni sono note a chi ha ascoltato l’EP, “Wishpers from the edge of nowhere” (2010), altre s’apprestano a suonare inedite. Nove in totale i pezzi del disco.

L’ascolto è interrotto, fra canzone e canzone, da brevi introduzioni di Matteo; Shards of Apocalypse, in apertura, con i suoi 10 minuti è più che un’introduzione al disco. Vi chiedo se avete mai avuto occasione di sedere “davanti ad un disco” per ascoltarlo. Puro ascolto. Chiunque ami la musica dovrebbe avere il diritto di poterlo fare. Il tempo assume proporzioni inedite. Dieci minuti sono “effettivamente” un lungo minutaggio ma in questo contesto si moltiplicano o meglio, si fanno più densi.

Una potente, decisa orchestrazione introduce il brano ed accompagnerà in generale tutto il disco, tuttavia più che introduzione, Shards of Apocalypse è una vera e propria immersione. Brevi commenti di Matteo, anche qualche battuta e si ride, tutto resta comunque sullo sfondo. Nulla rompe la compatezza sonora che va addensandosi nella saletta.

A cosa si deve questa compattezza? “Le orchestrazioni, -ci spiega ancora Matteo-, sono quanto di più recente abbiamo aggiunto alla musica di questo disco. Me ne sono occupato io personalmente”. Sono queste infatti a tendere un filo continuo di drammaticità lungo il disco, a suggerire anche ad un primo ascolto la sensazione di un’idea di fondo comune ai brani ed infine a mantenere assorto l’ascolto per tutta la sua durata.

Humananke non è un classico concept album, domina comunque la scena un attore principale… ma è invisibile; è non-detto ma ovunque presente: il Destino, la sua inevitabilità. In scena è un contrasto tragico: che sia fra le pagine della saga di Elric di Meliborne, celebrata in “The Eternal Champion”, o fra le spire marittime di Edgar Alla Poe, fino ad oscurare il sole in “A descent into the Maelstrom”.

La ricchezza delle orchestrazioni è quanto colpisce subito, nell’immediatezza dell’ascolto, l’attenzione. Il loro carico emotivo è forte in misura tale che a metà del disco, e non casualmente credo, le ritmiche orientaleggianti di “The Edge of Nowhere” colgono di sorpresa. L’effetto è amplificato dall’entrata in scena di una voce inedita; si tratta di Kobi Fahri, singer degli Oprhaned Land, ospite non unico nell’album. La sua voce calda, anche nelle sue celebri parti fra il cantato ed il recitato, crea quello che è forse l’unico vero momento di sospensione di “Humananke”. Siamo all’apice, al sommo ma di cosa? di nessun luogo.

Vibriamo su sabbie invisibili, sospesi ad altezze verso le quali non nutriamo alcun desiderio di calcolo e misurazione. A questo ci abitua in fondo, la musica stessa.

Ho scelto di insistere sulle orchestrazioni per un altro motivo: il loro volume. Inizialmente la loro forza non sembra suggerire l’arrivo di suoni più “alti” nei volumi  ed incisivi; è qui la sorpresa. Più di un brano cattura e stordisce per l’esplodere “chiaro e avvolgente” al tempo stesso dei suoni di chitarre, batteria e basso. Senza sacrificare ben tre voci che si alternano, si combattono, si amano e odiano in quasi tutto il disco.

Prima di proseguire sulle voci, restiamo sul suono: “chiaro e avvolgente”. Dalla batteria di Emiliano Cantiano (drummer già di Noumeno e Shores of Null, umile e capace come sanno esserlo i veri musicisti, quelli virtuosi e pieni d’anima) fino al basso di Leornardo Barcaroli, nessun suono è perduto (ed è un bene che sia così o a poco varrebbe la presenza di un bass solo di Lepond, Symphony X!).

Le ragioni di questi suoni puliti le andiamo a cercare negli Outer Sound studio di Giuseppe Orlando, storico batterista e fondatore, insieme col fratello Carmelo, dei Novembre. Ad ascolto finito, Gloria me ne parla amichevolmente a seguito del mio prevedibile commento clichè “Chissà che ne sarà dei Novembre”.

“Certamente è stato un lavoro lungo quello agli Outer Sound studio ma hai sentito tu stesso il risultato. -mi dice Gloria-, Non so come faccia ma Giuseppe è sempre lì, in quello studio, e svolge una mole di lavoro incredibile”.

Composizioni poco lineari e fortemente strutturate come quelle degli EoD hanno bisogno di suoni puliti, chiari e distnguibili, non devono però esserlo al punto di spezzare l’incanto dell’insieme: qui il missaggio si fa chiave di volta dell’intero edificio dell’album. Il risultato rende da subito piacevole l’ascolto e lo nutre della personalità dei singoli strumenti e, come già detto, senza “assassinare” le voci.

Tre voci raccontano “Humananke”. Quella per me inedita è stata la voce di Paolo Caiti, non avendo avuto ancora modo di ascoltarlo prima di questa listening session. La sua impostazione vocale con una sfumatura teatrale (e come potrebbe non esserlo in un intreccio di voci?), mi ricorda subito alcune soluzioni vocali dei Therion. Il suo effetto è straniante e porta in profondità l’ascolto. Una scoperta interessante.

A sorprendere sono in realtà anche le altre due voci: il cantato di Gloria è cresciuto negli anni, il suo stile rifugge lo stile tradizionale del cantato femminile in brani di genere prog/power sinfonici. Volendo far decantare la sua performance su disco e dir di sentori, potremmo parlare di Haggard, Therion e Crown of Autumn lì dove il gruppo di Rastelli e Girardi ha creato spazio ad una voce femminile.

Ultime vengono le harsh vocals di Salvarezza, un esordiente, anche se imbarazza dirlo, non tanto per l’ottimo lavoro di chitarra, latore di una tecnica mai dimentica della melodia e del trasporto (non è un caso il suo deciso e spesso reiterato richiamarsi al lavoro dei “primi” Dream Theater), quanto per l’uso sapiente e moderato del growl, stile al quale si è dedicato in tempi recenti, con lo scopo di ribadire con convinzione quelle pennellate più scure che vanno a tinteggiare il panorama sonoro degli EoD. Il buon Portnoy potrebbe contattarlo e farsi consigliare!

Cos’altro è lecito chiedere ad un primo ascolto a caldo di un album che una recensione non potrà dire? non amo le formulette promozionali nè le schede e i resoconti matematici. Non ho chiesto ai ragazzi di parlarmi del disco, avremo tempo in sede di intervista. “Ditemi di Humananke” gli ho chiesto invece: “Ditemi in una o due righe di TUTTO Humananke: degli anni trascorsi, delle ore a suonare, scrivere musica, ditemi di Humananke tenendo a mente tutto ciò che necessità e destino vi hanno chiesto fino ad oggi.

Affinchè non siano le mie parole ma le vostre a chiudere:

Leonardo: Questo è il frutto di una semina in una landa brulla. È bello sentirsi responsabili di qualcosa che nasce da una terra arida. Per quanto estraneo da ciò che l’ha generato.

Emiliano: pazienza, concentrazione, studio, dedizione, e tantissima passione!!!

Matteo: fatica, impegno, perseveranza, sacrificio, paure, speranze, sogni, introspezione, apprendimento, crescita, realizzazione. Ed è solo l’inizio.

Gloria: Humananke è la colonna sonora di sette anni della mia vita, è il tempo speso per trovare la parola giusta per un testo e per imparare a cantare un passaggio difficile dopo averlo scritto. È ambizione, passione, evoluzione, volontà e tenacia.

 

Studio Report a cura di Marco Migliorelli