Recensione: Aégis

Di Marco Tripodi - 14 Novembre 2020 - 8:00
Aégis
Etichetta: Swanlake
Genere: Gothic 
Anno: 1998
Nazione:
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95

Dopo due album all’insegna della formula “beauty and the beast”, due album magnifici che, col senno di poi, rimarranno come pietre miliari in ambito doom death, i norvegesi Theatre Of Tragedy decidono di apportare qualche novità al proprio sound. Non sarà l’unico atto di coraggio in carriera, più volte Rohonyi e compagni hanno avuto il merito di inseguire il loro bianconiglio incuranti dei pericoli e dei rischi che ciò avrebbe potuto comportare. Al di là degli effettivi riscontri discografici (e di critica), ritengo encomiabile la loro determinazione poiché quanto prodotto nei tre lustri di attività è diventato materiale di enorme soddisfazione per molti estimatori della buona musica sparsi sul globo. Il passaggio da “Velvet Darkness They Fear” (la sublimazione della precedente incarnazione dei T.O.T., oltre era oggettivamente impossibile andare) a “Aégis” è logica e coerente, ed al contempo rivoluzionaria e incendiaria. Le influenze death vengono praticamente abbandonate del tutto, e con esse il growl di Rohonyi.

Il maniero gotico dei figli di Stavanger (terza città per popolazione della Norvegia) si addobba di un’eleganza stordente. Gli arredi sono lussuosi, aristocratici, nobiliari, di gran classe. Gli spazi interni sono enormi, molto ariosi e permettono lunghe passeggiate immersi in riflessioni e meditazioni sul senso della vita e sulla caudicità delle cose terrene. La grande intuizione è strutturare l’album sotto forma di concept, un concept dedicato a molteplici figure femminili, ad ognuna delle quali è intestata una canzone. Un album di fotografie (rigorosamente invecchiate con venature seppiacee), composto da emozioni contrastanti ma sempre perfettamente armonizzate. C’è dolcezza, inquietudine, sensualità e mistero. Il songwriting dei Theatre Of Tragedy va per sottrazione, l’architettura di ogni singola composizione è affidata al vuoto, al silenzio, gli strumenti centellinano la loro presenza, facendo meno ma facendo l’essenziale. La sezione ritmica crea l’intelaiatura su cui adagiare chitarre e tastiere, e soprattutto il dualismo Rohonyi/Espenaes – rispettivamente narratore e cantrice  di questo viaggio – un gioco di sguardi (e di voci) magnetico ed intricato come le trame delle ragnatele dei vecchi film in bianco e nero dei mostri della Universal.

C’è un soffuso e soppesato uso dell’elettronica, che serve ad impreziosire e cesellare ulteriormente l’ordito già raffinatissimo della band. “Aégis” stupisce anche e soprattutto a partire da questo, la gigantesca eleganza del sound, che personalmente ritengo senza eguali. Forse l’unico termine di (vago) paragone, non tanto per stile quanto per qualità e – appunto – eleganza, potrebbe essere “How To Measure A Planet?” dei The Gathering, per altro pubblicato appena 6 mesi dopo “Aégis“. L’album è un corpus unico da gustare ed assaporare nel suo insieme, perché nella sua completezza trova la massima espressione possibile; tuttavia, dovendo segnalare alcuni picchi di bellezza (ai limiti del commovente), mi sento di citare “Cassandra“, “Angélique“, “Siren“, “Venus” e “Poppea“, ma davvero escludere una canzone a danno di un’altra è compiere un misfatto imperdonabile, visto che non c’è una sola nota fuori posto nei 49 minuti di questo capolavoro. Al netto dei goticismi e delle penombre che “Aégis” incarna, il disco sorprende anche per la sua sobrietà ed asciuttezza. Non c’è alcunché di pacchiano o di kitsch (e l’ambiente sonoro che fa da cornice era decisamente sdrucciolevole al riguardo), proprio per questo si può parlare di eleganza misurata, bel tratto, garbo distinto, signorilità quasi floreale (come evocato dal suggestivo artwork).

Aégis” è decadenza pura ma non trasmette un senso di morte, disperazione o disfatta, non c’è nichilismo, semmai speranza, serenità, pace interiore. Sotto la brace cova un’energia inaspettata, un misto di lussuria e vitalismo che apparentemente sembra edulcorato dall’incedere ieratico e dalle venature gotiche, ma che ad un ascolto attento emerge prepotente e dirompente, forgiando l’ascoltatore dentro un’armatura che distende lo sguardo oltre l’orizzonte (esistenziale). “Aégis” è quasi filosofia, è uno di quegli album che potremmo definire “larger than life”, perché va oltre il suo mero appartenere alla forma di un album, al concetto di musica, si espande come un universo dopo il Big Bang e investe gli embrioni più remoti della nostra anima. Un’autentica esperienza, impensabile privarsene, un lavoro spartiacque che crea un “prima” ed un “dopo”, nonché un landmark al quale inevitabilmente molte altre band dovranno riferirsi in ambito Gothic. Tanta magnificenza per i Theatre Of Tragedy sarà appena una parentesi del loro percorso, poiché 2 anni dopo saranno già altrove con “Musique“. Certo rimane il disappunto per non aver potuto avere magari un altro “Aégis” e tuttavia ciò che i norvegesi hanno saputo creare dopo sarà altrettanto sconvolgente, innovativo e formidabile, sebbene con tutt’altro linguaggio espressivo.


Marco Tripodi

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