Recensione: Freakshow

Di Francesco Maraglino - 8 Agosto 2020 - 0:01

John Payne è stato per quindici anni – un periodo fruttuoso di un bel numero di ottimi lavori discografici e di tanti concerti – il cantante e bassista degli Asia, dopo l’abbandono di John Wetton e fino alla ricostituzione della line up originale. Pur avendo ottenuto il permesso di utilizzare ancora il monicker della celebre formazione pomp/AOR anche dopo la citata reunion (con la formulazione Asia featuring John Payne) l’artista ha preferito, nelle proprie uscite discografiche, utilizzare altri brand, come GPS (il supergruppo autore dell’unico, eccellente studio album del 2006 “Windows To Your Soul”) e, soprattutto, a partire dal 2018 (anno di uscita dell’altrettanto valido omonimo full-length),  Dukes Of The Orient.
Questi ultimi sono il risultato della partnership di Payne con il tastierista Erik Norlander (Lana Lane, Rocket Scientists), ed oggi vedono schierati  alle chitarre Alex Garcia, alla batteria Frank Klepacki  e al sassofono Eric Tewalt .

Proprio il sax rappresenta spesso, in “Freakshow” (questo il titolo del nuovo CD), un elemento originale e distintivo della proposta artistica odierna dei Dukes. Lo strumento a fiato, infatti, assume connotazioni nervose e duetta con dei tasti d’avorio un tantino vintage in Freakshow (un brano di prog-rock teso e teatrale con sfumature da musical), sfoggia sonorità suadenti, invece, in The Ice Is Thin (una canzone melodica  tra midtempo e semiballad, condotta dal piano e molto affine allo stile  “Asia era Payne”) e disegna contorni quasi fusion, infine, in  The Last Time Traveller (una traccia  progressive  dolce con tastiere e, appunto,  sax, sugli scudi)

Le canzoni di “Freakshow”, tutte raffinate e di altissima caratura compositiva e di arrangiamento, veleggiano, come si vede, tra intricate – ma non troppo – trame prog (in larga parte) e melodie e fierezza AOR, con qualche elemento teatrale come in The Dukes Return, gradevole incipit del disco, un po’ sulle orme di certi Styx.

A tenere alta la bandiera degli influssi più progressivi provvedono Man Of Machine (brano dagli ampli spazi strumentali e con la sei-corde in bella vista), The Great Brass Steam Engine e A Quest For Knowledge (entrambe performance ad alto tasso di melodia e dinamicità).

Il fronte più versato all’AOR vede in prima linea The Monitors (canzone ben costruita in linea con gli Asia era Payne, When Ravens Cry (un lento pomp/AOR sempre sulla stessa linea) e, infine,  l’emotivo slow Until Then.

In definitiva, “Freakshow” è un’opera di prelibata fattura, contrassegnata da un canto – quello di John Payne – assolutamente inconfondibile, la quale con alta classe di stesura e confezionamento, e tanto feeling riesce a percorrere orgogliosamente  quel terreno di confine tra rock progressivo e Adult Oriented Rock lungo il quale l’ascoltatore può immergersi – con soddisfazione –  in gradevoli melodie incastonate in un tessuto sonoro raffinato e costellato di idee mai banali.

Francesco Maraglino

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