Recensione: Leaves of Yesteryear

Di Tiziano Marasco - 12 Maggio 2020 - 7:04

Dopo il ritorno degli In the Woods… in tanti devono aver pensato ai Green Carnation. Non tanto perché sussistano ad oggi legami concreti tra le due formazioni, ma per quelli che furono nel passato, al passaggio dal millennio vecchio a quello nuovo, quando queste due band ci hanno letteralmente inondato di ottima musica.

L’unica costante in comune delle due band, ad ora, è solo il ritorno dopo una lunghissima pausa. Quella dei Green Carnation è durata ben 14 anni: era il 2006 quando uscì “Acoustic Verses”. La piacevole sorpresa è che, a dispetto di tutti questi anni, i punti cardine della formazione sono sempre lì. Tchort rimane inamovibile, al suo fianco troviamo ancora Kjetil Nordhus alla voce, Stein Roger Sordal al basso e Bjorn Harstad alla sei corde. C’è anche Kenneth Silden alle tastiere, quindi non fosse per l’ingresso del nuovo batterista Jonathan Perez avremmo la stessa identica lineup di “Acoustic Verses”. Ottimo inizio.

Un ottimo inizio, corroborato anche dall’ottima brano-title-track che ha annunciato questo nuovo album, intitolato “Leaves of Yesteryear”. Sì perché “Leaves of Yesteryear” è un ottimo pezzo, magari non tenebroso come in passato, ma davvero bello, arioso, coinvolgente, strutturato eppure molto molto godibile. Senza dubbi il miglior biglietto da visita per il più classico come back da urlo dopo 14 anni di silenzio. Talmente classico che i come-back da urlo dopo tale lungo silenzio ciascuno di noi li potrebbe contare sulle dita di una mano.

Tra le altre tracce, “Sentinels” riprende quanto sentito nella title-track, che è pure apripista, un altro pezzo strutturato ma guidato da un’ottima linea melodica. “Hounds” è invece una traccia lunga e malinconica che ci riporta ai Green Carnation di una volta, con melodie cupe ed incedere lento. E la cosa bella è che non sfigura coi classici.

Veniamo ora alle altre due tracce. La conclusiva “Solitude” è una cover dei Black Sabbath e anche qui il risultato è ottimo, un po’ per merito di Ozzy & co. e un po’ perché i Green sanno il fatto loro.

Veniamo ora all’ultimo pezzo del lotto (non della tracklist), ovvero, “My dark Reflection of Life and Death”. Oh aspetta, anche questa è una cover. Di chi? Dei Green Carnation stessi! Eh già, “My dark Reflection of Life and Death” era la terza song del loro debut, “Journey at the End of night“. Qui riproposta con una produzione più pulita e senza un paio di minuti di distorsioni all’inizio, ma quella è, stupenda e (un po’ meno) tremenda come allora.

Ma quel che è peggio è che questa versione nuova di una roba vecchia si pappa 15 minuti di album. E se aggiungiamo 5 minuti di cover (che per carità, non c’è nulla di male nel mettere una cover in un album di inediti) arriviamo a 20 minuti di “non inediti” su un album che nel complesso ne dura 44.

A questo punto la domanda non riguarda lo stato di forma dei riesumati Green Carnation (che pare ottimo, tra l’altro) ma se dobbiamo considerare “Leaves of Yesteryear” un vero album. E la risposta è, sfortunatamente, no. 24 minuti di nuovo materiale fanno un Ep. Aggiungici la cover, che ci può stare, e arrivi a 30, ma sempre Ep rimane. Mettere un brano vecchio, peraltro non molto differente da allora, sì da allungare e toccare i canonici tre quarti d’ora per parlare di “album” invece non è particolarmente corretto. O almeno non lo sembra a chi scrive.

Ed è un peccato perché “Leaves of Yesteryear” è un ottima prova che lascia ben sperare per il futuro musicale dei norvegesi, sempre che riescano a mettere insieme 40 minuti di inediti (sì, un po’ mi sono inviperito e magari non se lo meritano).

Se non avete mai sentito “Journey at the End of night” (che comunque era un disco si bello ma molto ricco di asperità) potete alzare tranquillamente di almeno 15 punti il voto di “Leaves of Yesteryear”. Senso di amaro in bocca che si diffonde.

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