Recensione: The Diseased Heart of Society

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Quando si parla di Metal Inglese viene spontaneo risalire alle sue origini, quando tutto ebbe inizio. Restando sui nomi più importanti, l’isola ha dato i natali ai Black Sabbath, partiti da Birmingham nel 1969, ai Judas Priest, nati nella stessa Città un anno dopo, ed ai Motorhead, formatisi a Londra nel 1977.

Quando l’Heavy Metal entrò in crisi, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, furono i gruppi della NWOBHM a risollevarlo con prepotenza: Iron Maiden in testa, seguiti da un’invincibile armata comprendente Diamond Head, Saxon, Blitzkrieg e molti altri ancora.

Nel 1979, dagli anfratti di Newcastle, si materializzarono i Venom, che sconquassarono il mondo con il loro grezzo e sfrontato Black Metal.

Il momento storico, durato circa dodici anni, fu fondamentale ed ancora oggi si ripercuote con forza sull’intero movimento del Metal. Particolarmente, influenzò chi, nei primi anni ’80, dette vita al prolifico ramo del Thrash Metal, che germogliò nei territori della Bay Area di San Francisco e della Regione della Ruhr in Germania per poi crescere velocemente in quasi tutto il pianeta.  

L’Inghilterra subì, a sua volta, l’influenza di queste dirompenti e giovani band. Seguendo lo stile di Metallica, Slayer, Testament, Kreator, Sodom e Destruction, nella Terra d’Albione nacque, in quel periodo, un movimento nel quale si distinsero positivamente Acid Reign, Anihilated, Deathwish, Onslaught ed i Sabbat di Andy Sneap.

Da quel primo periodo, negli oltre trentacinque anni trascorsi, sono molte le band inglesi che si sono avvicendate sui palchi: molte di loro sono rimaste relegate nel sottobosco underground, pubblicando più che altro dei Demo, qualche EP od al massimo un LP, altre sono sparite nel silenzio, ma alcune sono emerse con prepotenza, come, ad esempio, gli Evile od i Gama Bomb, nati rispettivamente nel 2002 e nel 2004.

Tra queste anche i Solitary, formatisi a Preston nel 1994 a dispetto della crisi che stava attraversando, all’epoca, il Thrash Metal, causata anche dalle nuove tendenze musicali che portarono al successo il grunge ed il Nu-Metal.       

In quasi ventitre anni di carriera i Solitary hanno inciso due Full-Length: “Nothing Changes”, pubblicato nel 1998 dopo due Demo esplorativi ed un EP, e “Requiem”, dato alle stampe circa dieci anni dopo con una formazione rinnovata per tre quarti, con il solo vocalist Richard Sherrington a rappresentare la primigenia line-up.

Dopo un live, dal titolo emblematico “I promise to Thrash Forever”, uscito nel 2014 per celebrare i vent’anni di carriera e con l’entrata in scena di Pete Hewitt al basso (Winterfire, ex Eternal Winter ed ex Slander),  i Solitary sono tornati in studio per incidere il loro terzo album: “The Diseased Heart of Society”, prodotto dalla label UKEM Records e pubblicato il 3 marzo 2017.

Quello che esce dai solchi del disco è un Thrash di alto livello, al pari di quello espresso da band di più alto lignaggio: maturo, potente ed esplosivo che riprende le sonorità Old-School di matrice Bay-Area per trasportarle con violenza nel periodo attuale.

Nessun gioco con i ritmi estremi provenienti dalla penisola scandinava, nessun inserto acustico o di musiche provenienti da altre tradizioni, nessun uso delle tecniche growl o scream si riscontra nelle composizioni dell’album: “solo” tanto, tanto Thrash Metal suonato e composto dannatamente bene.

In poco più di mezz’ora i Solitary comunicano rabbia allo stato puro verso quello che non va nel mondo attraverso una potenza dei suoni sempre manifesta, sia durante le fasi veloci, sia durante quelle cadenzate. A dir la verità l’album non parte benissimo: “Wait”, prima traccia che segue l’intro “Blackened Skies”, pur se discreta ripete troppe volte il refrain in fase finale, fino a sfumare, mancando di conclusione. L’opera però si riprende subito, dal secondo pezzo “Trigger Point Atrocity” in avanti, con otto brani dalla tessitura deflagrante ed articolata, tra i quali emergono, a parere di chi scrive, la potente Title Track, “The Diseased Heart of Society”, la massiccia “The Word Define” e la dinamica “The Edge of Violence”.

Ritmiche che formano un muro sonoro di forte impatto, cambi di tempo mozzafiato, assoli carichi di melodia che si alternano armoniosamente con le parti cantate, una voce rabbiosa che entra nell’anima: questo sono i Solitary di “The Diseased Heart of Society”, equivalenti ad una mitragliatrice Gatling Gun che spara a raffica straziando tutto quello che colpisce.

Come detto sopra, non ci sono novità nell’album: il senso del “già sentito” affiora in più di un occasione ed il lavoro riprende molto quello di Testament (soprattutto per il modo di cantare), Forbidden e Slayer.   

Non importa. A parte la sbavatura iniziale, che non pregiudica il lavoro, il prodotto della terza fatica dei Solitary è parecchio efficace, riassumibile in un Thrash “semplicemente” bello da ascoltare, avendo sufficientemente spazio intorno per poter scuotere la testa nel più malsano degli headbanging.

Con “The Diseased Heart of Society” il combo emerge definitivamente e si affianca ai grandi, esprimendo una potenzialità di largo margine, che si presume destinata a crescere nel prossimo futuro.

Aspettiamo il prossimo lavoro. Per ora, risultato più che eccellente!!!!!!! 

 
75