Evolution Festival 2006 @ Tuscolano Maderno (BS)
14-15-16 Luglio 2006
AMON AMARTH

ARMORED SAINT

DARK TRANQUILLITY

DEATH ANGEL

DEATH SS

DESTRUCTION

ELDRITCH

ENSIFERUM

FINNTROLL

HAGGARD

KORPIKLAANI

MACBETH

MOONSPELL

NILE

SADIST

SAXON

THE GATHERING

TRISTANIA

WITHIN TEMPTATION

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In undici edizioni il Bang Your Head!!! si è ormai ritagliato un posto al sole nel panorama dei festival hard & heavy di tutta Europa, segnalandosi come una kermesse in grado di soddisfare soprattutto i gusti dei più nostalgici, fedeli a certe sonorità old-fashioned ma sempre in grado di scaldare i cuori. Partito come evento indoor, dal 1999 il Bang Your Head!!! è un open-air apprezzato per l'organizzazione tipicamente tedesca (che, tradotto, significa: rapporto qualità / prezzo elevato, tempi di attesa minimi tra un gruppo e l'altro, local crew severa ma affidabile), la selezione annuale delle band e l'atmosfera di festa che si respira nell'aria di Balingen, tranquilla cittadina nel sud-ovest della Germania. Ecco il resoconto dell'ultima edizione, tenutasi tra il 23 e il 24 giugno.
Venerdì 23 giugno
Communic.
Persa, per ragioni unicamente logistiche, l'esibizione degli Hellfueled (penalizzati forse da un orario che non permette il pienone), è il turno dei Communic. Il trio norvegese, autore di due album che hanno letteralmente diviso la stampa europea, si presenta con suoni discreti e un'equa selezione di brani dal proprio repertorio, eseguiti nell'arco di una mezz'ora abbondante. La proposta della band non è l'ideale per un grande festival estivo, specie tenendo conto della durata media delle composizioni, ma brani come Fooled By The Serpent e Conspiracy In Mind (che tradisce un certo flavour nevermoriano) lasciano il segno su un pubblico in fin dei conti soddisfatto. Complesso in crescita, da rivedere in contesti più adatti.
Leatherwolf.
Tra i gruppi più attesi, se non altro per la lunga assenza dai palchi europei, i Leatherwolf si presentano con tre membri storici (Geoff Gayer, Dean Roberts e Paul Carman) e il nuovo acquisto Wade Black, vocalist già noto per i suoi trascorsi in Crimson Glory e Seven Witches. Niente Triple Axe Attack dunque – Black non è un granché con la chitarra, dicono – ma abbuffata di classici che rispondono al nome di The Calling, Season Of The Witch, Rise Or Fall, Street Ready (forse il brano più riuscito), capaci di riscuotere un certo entusiasmo tra il pubblico. Pollice verso per il nuovo materiale, tratto dal mediocre World Asylum, assolutamente non all'altezza del monicker che campeggia sulla (orribile) copertina. Nel complesso un concerto sicuramente godibile, ma non indimenticabile.
Flotsam & Jetsam.
La classica sorpresa del festival. Sono anni che i Flots intravedono soltanto i livelli dei primi due platter, gravati forse dall'ingeneroso appellativo di ‘ex-band di Jason Newsted', eppure lo show di Balingen mostra una band compatta, coinvolgente, capace per prima di dare una scossa tangibile al popolo del Bang Your Head!!!. Il gradito ritorno di Mike Gilbert, al posto dell'assente (giustificato) Ed Carlson, rispolvera il rifferama muscolare dei tempi andati, districandosi tra le varie Hammerhead (opener di grande potenza), No Place For Disgrace, Hard On You e Escape From Within. Chiusura affidata a una divertente cover di Fairies Wear Boots, con Eric A.K. mattatore. Applausi meritati per il combo di Phoenix, che tornerà in Germania il 4 novembre per la settima edizione del Keep It True, per il quale è stato promesso uno ‘special old school show'.
Vengeance.
Ricomparsi sulle scene dopo alcuni anni di silenzio, gli olandesi Vengeance non hanno la benché minima intenzione di passare inosservati, nonostante la promessa di ospitare l'ex-compagno Arjen Lucassen (Ayreon) venga disattesa sul palco. Cambia il genere ma non viene meno l'adrenalina, come testimoniano Take It Or Leave It, Rock N Roll Shower, la nuova Back In The Ring e l'acclamata Arabia, con prova convincente del minuto frontman Leon Geowie, incapace di star fermo un secondo - e protagonista di alcune performance di dubbio gusto, tra cui vanno citate almeno uno striptease a metà set e la doccia finale con ettolitri di birra. Divertenti e goliardici, strappano più d'un applauso anche nel 2006, ed è un piacere vederli ancora in piedi dopo tante peripezie (non ultima la morte del batterista Paul Thissen, stroncato da un infarto a soli 32 anni).
Raven.
Leggende sopravvissute, pur con svariate ricadute, al declino della NWOBHM, i Raven si presentano a Balingen con un set dedicato alle glorie dei primi anni '80, quando il combo di Newcastle incarnava uno dei pezzi pregiati dell'HM britannico. L'athletic rock dei fratelli Gallagher rivive ancora una volta in brani del calibro di Rock Until You Drop, Lambs To The Slaughter, Live At The Inferno, All For One, Break The Chains, fomentando le prime file con una resa non esente da pecche, ma tutto sommato energica e trascinante. Spazio anche a un brano inedito, intitolato Breaking You Down, prima che la band abbandoni la scena, non senza aver sforato abbondantemente con il minutaggio. Inesauribili.
Jon Oliva's Pain.
Il Mountain King fa ritorno al Bang Your Head!!! cinque anni dopo l'ultima apparizione con i Savatage, allestendo uno show che suona come un tributo alla sua band madre. Non mancano spazi dedicati al suo (valido) materiale solista, da cui spicca l'ottima The Dark, ma gli animi dei più si scaldano all'esplodere delle note di Warriors (opener insolita e acclamata), Agony And Ecstasy, Gutter Ballet e la conclusiva Hall Of The Mountain King. Buona prestazione di Jon Oliva, pur sofferente per il caldo torrido, che ha dedicato la splendida Hounds al compianto fratello Criss – peraltro tributato con perizia dal bravo Matt LaPorte. Una gradita conferma.
Death Angel.
Special-guest della giornata di venerdì, il quintetto di origini filippine è chiamato a ripetere l'esibizione devastante datata 2004, valsa alla formazione di San Francisco una posizione onorevole nel bill di quest'anno. La promessa di suonare un set speciale a base di vecchi classici si traduce in una scaletta con massicci richiami ad Act III (ben cinque: Seemingly Endless Time, Stop, Discontinued, Stagnant ed Ex-T-C), alternati a pezzi dal più recente The Art Of Dying, tra cui eccelle Thicker Than Blood. Band al solito ipervitaminica e precisa dal punto di vista tecnico, ma due soli estratti da The Ultra-Violence (Voracious Souls e Evil Priest) e qualche problema tecnico alla chitarra di Rob Cavestany – presentatosi con un insolito look à la Cristiano Ronaldo – sono ragioni sufficienti per non gridare al miracolo, come generalmente accade a uno show dei Death Angel. Non è 10 ma 8, e per una volta siamo tutti contenti lo stesso.
Helloween.
Da molti attesi come autentici headliner della giornata, gli Helloween sono i primi a beneficiare di una propria coreografia, con giganti zucche gonfiabili, pupazzi bizzarri montati attorno al drum-kit di Daniel Loeble e petardi a profusione. L'aria di casa distende le corde vocali di Andi Deris, già in spolvero sull'opener The King For A 1000 Years, ma le note migliori arrivano con la valanga di classici: Halloween, A Tale That Wasn't Right, Future World, I Want Out e Dr. Stein suscitano ovazioni calorose tra gli astanti, rapiti dalla simpatia delle Zucche (su tutti Markus Grosskopf) e da un'ora abbondante di power metal che non teme il passare degli anni. Il finale è riservato all'ingresso a sorpresa di Tony Martin (in azione la sera precedente al warm-up show), per una corale ma grossolana Headless Cross. Complice la vena di Michael Weikath, uno show da inserire nei piani alti della prima giornata.
Foreigner.
La banda di Mick Jones - unico superstite dei veterani Foreigner - si presenta alla platea di Balingen con una formazione di lusso, che include Jeff Pilson (già nei Dokken, Dio, McAuley Schenker Group, etc.) al basso, Thom Gimbel (chitarra + sax), Jeff Jacobs alle tastiere, il batterista Jason Bonham e l'ex-Hurricane Kelly Hansen. La massiccia affluenza di pubblico è ripagata da un set a base di vecchie glorie, da Double Vision a Dirty White Boy, da Jukebox Hero a Hot Blooded, con prestazione convincente da parte di tutti i protagonisti. Azzeccata la scelta di Hansen, nonostante nessun fan dei Foreigner riuscirà mai a sostituire Lou Gramm nel proprio cuore. Per molti cala il sipario sulla giornata del venerdì.
In Flames.
Equivoco o scommessa vincente? È quello che si sono chiesti in molti all'annuncio del primo headliner dell'XI edizione del festival, decisamente insolito rispetto agli standard cui tutti sono abituati. Nessun dubbio sulla qualità del gruppo, rinomato per le sue infiammate esibizioni dal vivo, ma qualche perplessità resta sulla posizione offerta al quintetto di Göteborg, tradizionalmente affidata a band di taglio più classico. Gli In Flames rispondono con uno show diviso tra vecchi e nuovi successi, dispensando gli ultimi in apertura (The Quiet Place) e conservando le hit per il finale (Behind Space, Colony e la ruffiana Only For The Weak), con la famosa cornice pirotecnica che tanto incantò il Wacken 2003. Buona prova nonostante le premesse poco felici, tra l'esultanza dei fan accorsi e l'indifferenza di chi ne ha approfittato per una cena anticipata.
Sabato 24 giugno
Victory.
Dopo Powerwolf e Anvil (incrociati per un pelo, con un set di vecchie glorie tra School Love e Metal On Metal) tocca a un'altra formazione casalinga, i Victory. Quaranta minuti a base di hard & heavy è quanto offerto dalla band di Hannover, uscita a gennaio con il nuovo Fuel To The Fire, antologia con classici del repertorio completamente risuonati per presentare il nuovo cantante Jioti Parcharidis. L'ultimo arrivato non è un fenomeno, ma ha gli attributi per reggere un grande palcoscenico e non sfigurare su brani come Power Strikes The Earth o Backseat Rider, con la chitarra graffiante di Hermann Frank quale degna cornice. Positivi, che abbiano finalmente la fortuna dalla loro parte?
Unleashed.
Dopo l'apparizione dei Count Raven (di valore, ma godibili in ambienti più intimi), scocca l'ora degli Unleashed. Unica death metal band inserita nel lotto di quest'anno, il quartetto svedese stupisce per compattezza e precisione, conquistando diversi fan anche tra i turisti di turno. La proposta della band è varia quanto basta per non stancare dopo un paio di brani, sfatando il luogo comune per cui è necessario andare sempre a mille. Don't Want To Be Born, Death Metal Victory, The Longships Are Coming e The Defender sono nate per scatenare il pubblico a furia di headbanging, e Balingen non si lascia pregare. Contro la diffidenza di una platea più orientata verso altri lidi, trionfano con merito e guadagnano il personalissimo premio-simpatia del festival – suffragato anche da un'insolita apparizione sotto il palco durante l'esibizione degli Whitesnake, con tutti i pezzi cantati a squarciagola: evil has no boundaries!
Armored Saint.
Molti superstiti ricordano con piacere l'ultima apparizione del Santo in quel di Balingen, documentata nel nuovo DVD Best Of Bang Your Head!!!. Era il 2001, e come allora il combo californiano non fa prigionieri, dispensando un'ora abbondante di pregiato US power che copre tutta la carriera della band, dagli esordi (Lesson Well Learned) ai nostri giorni (Pay Dirt). La scelta di escludere il materiale di Raising Fear (unica eccezione: Book Of Blood) non intacca la qualità della scaletta, che può contare su pezzi da novanta quali Reign Of Fire, Aftermath, Nervous Man e Seducer (!). Chiusura in grande stile con le classiche Can U Deliver e March Of The Saint, osannate da un pubblico decisamente tiepido fino a quel momento. Grandissimi John Bush e Gonzo, per uno dei concerti più esaltanti dell'intera due-giorni: occhio all'Evolution!
Pretty Maids.
Delusione. L'alibi di suonare dopo i Saint non regge, troppo diversi i generi e le aspettative del pubblico. Un incipit con Rock The House e Love Games dovrebbe incantare qualsiasi fan dei danesi, invece i risultati sono sconfortanti: tastiere inesistenti (frutto di un sound-check frettoloso) e un Ronnie Atkins in evidente debito d'ossigeno trasformano i due pezzi in episodi da dimenticare, senza scusanti. Più avanti le cose migliorano, con il vocalist dalla (ex) voce dorata a intonare Yellow Rain e Future World, senza dimenticare i primi passi della band con le classiche Back To Back e Red, Hot & Heavy, ma resta l'impressione di un'incompiuta. Concerto mediocre, demolito dal confronto con i gruppi che hanno preceduto e che seguiranno.
Y&T.
Dave Meniketti e soci vivono l'unica ingiustizia della giornata: esibirsi mentre è in scena Germania-Svezia. Nonostante un backstage con migliaia di tedeschi incollati al maxi-schermo, gli Y&T regalano un'ora di regale hard rock, che spazia attraverso la lunga carriera della band. Quando sale in cattedra Meniketti non ce n'è per nessuno, e le varie Black Tiger, Don't Be Afraid Of The Dark (gioiello da Ten), Midnight In Tokyo, Rescue Me e la poderosa Meanstreak lo dimostrano. Il calore del pubblico, già infiammato dalla doppietta di Podolski, non si fa attendere e premia uno dei momenti più intensi della giornata, dimostrazione lampante che la classe non è acqua. Applausi.
Rik Emmett (playing a night of Triumph music).
Da molti accolto come uno degli eroi dell'XI edizione del Bang Your Head!!!, Rik Emmett non ha probabilmente ben chiara la dimensione degli open air europei. La sua è un'esibizione inclassificabile, che pesca sì dal repertorio dei Triumph (ci sono Allied Forces, Rock N Roll Machine, la conclusiva Magic Power per citare alcune scelte), ma è infarcita di improvvisazioni e jam con i compagni d'avventura, che se da un lato confermano il talento cristallino del canadese, dall'altro mal si sposano con le esigenze del pubblico. Niente da obiettare sulla qualità (rinomata) della musica proposta, ma la sensazione è quella di un artista anche troppo professionale, che non mette in mostra grandi doti di intrattenitore. Show tecnicamente impeccabile, ma non proprio coinvolgente.
Stratovarius.
Sembra lontano il periodo nero del quintetto finnico, dato per disperso con le bizze di Timo Tolkki e frettolosamente ritornato in pista con la pronta ‘guarigione' del suo leader maximo. La band ha ripristinato una certa coesione al suo interno, che emerge più che mai dallo show di Balingen: in 70 minuti ecco dispensati molti classici ormai decennali, da Speed Of Light a The Kiss Of Judas, passando per le relativamente più recenti Hunting High And Low e Phoenix. Su Timo Kotipelto piovono regolarmente le critiche più svariate, invero il più delle volte esagerate: potrà non piacere la relativa staticità del suo stile canoro, ma la sicurezza sul palco e la fedeltà a certe linee non mancano mai, a differenza di altri colleghi. La chiusura – da copione – di Black Diamond completa un concerto gradevole, anche per chi non si professa Strato-fan.
Whitesnake.
Il momento più atteso. David Coverdale è ancora una volta in pista per resuscitare il mito del Serpente Bianco, ormai prossimo ai trent'anni di leggenda. La truppa al servizio di Mr. Everstylish include i chitarristi Reb Beach (già Winger e Dokken) e Doug Aldrich (statuario axeman di fama internazionale, già al servizio di Lion, Hurricane e Dio), nonché il compagno di una vita, Tommy Aldridge, batterista che non ha bisogno di presentazioni. Fedele alla linea, Coverdale ama abusare della pazienza del pubblico presentandosi in netto ritardo, con l'unica battuta: ‘I ain't no fuckin' Axl Rose!'. Quando finalmente scocca l'ora della musica, il medley porpora Burn/Stormbringer inaugura una sfilata di hit da capogiro, da Slide It In a Here I Go Again (forse la più riuscita), passando per Is This Love?, Love Ain't No Stranger, Crying In The Rain e la conclusiva Still Of The Night. Il ritardo accumulato ai box taglia sul nascere la possibilità di un encore, ma va bene così: con ottimi suoni, grande partecipazione del pubblico e il ghigno soddisfatto del Gran Capo, non si poteva chiedere di più. Degna chiusura di un festival che forse non ha raggiunto l'eccellenza delle edizioni precedenti, pur offrendo un servizio di qualità e quantità impagabili. Arrivederci al 2007!
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Foto di Michela Solbiati e Stefano Ricetti
Eccoci giunti alla terza giornata del Gods Of Metal, quella dedicata principalmente al power metal, ma con i due gruppi principali a coprire il settore hard rock d'importanza storica... a voi direttamente il resoconto della torrida giornata del 3 giugno!
Prima della full-immersion power il palco del Gods of Metal vede inaugurare il terzo giorno da un manipolo di fanciulle dal passato punk-rock e dal presente street: un binomio di attitudini che garantisce tanta voglia di suonare e uno show incentrato sulla genuinità e sul divertimento. È così, anche se la maggior parte dei presenti riserva alle quattro ragazzacce un'atmosfera piuttosto freddino, nel poco tempo a loro disposizione le Crucified Barbara propongono qualche brano dal loro debut In Distorsion We Trust (la cui recensione vedrete presto su queste pagine) e spingono, com'è ovvio, su tutti gli stereotipi del genere. Bravine e divertenti, ma incomprese da un pubblico ancora sonnolento e con altre mire musicali.
Alessandro 'Zac' Zaccarini
C'è chi sostiene che dal vivo i Sonata Arctica non riescano a raggiungere i livelli delle prestazioni in studio: l'esibizione al Gods vuole essere la decisa risposta della band a critiche che hanno ormai fatto il loro tempo. Accolta da una folla piuttosto numerosa, particolarmente in considerazione dell'orario, la band scandinava guidata da un vivace Tony Kakko regala una quarantina di minuti di power metal melodico e scorrevole, secondo la tradizione finlandese. Insieme al bravo chitarrista Jani Liimatainen e all'estroso tastierista Henrik Klingenberg – precisi, puliti e sufficientemente scenografici – a farsi notare è proprio il frontman, e non solo per la tinta decisamente pacchiana dei pantaloni. A suo agio sulle scivolose vette vocali del classico Black Sheep e della trascinante 8th Comandament, espressivo sulle tonalità più distese e suadenti della malinconica My Land, conquista definitivamente la folla con la hit Don't Say a Word, guadagnando per sé e i compagni uno scroscio di meritati applausi. Una piacevole sorpresa, nonostante i fastidiosi problemi al sonoro.
Riccardo Angelini
È solo mezzogiorno, ma la giornata del Gods of Metal è già nel vivo e a svegliare definitivamente gli intorpiditi spettatori ci pensano gli Edguy con il solito scatenato Sammet che, non curante del caldo e del sole alto nel cielo, inizia il suo personalissimo show fatto di salti, corse e questa volta anche di impensabili quanto pericolose arrampicate sulla struttura del palco. Il poco tempo a disposizione del simpatico frontman non permette errori di scaletta ed ecco che i nostri propongono sin da subito i piatti forti del succulento pasto: si inizia con l'irresistibile Lavatory Love Machine seguita dalla sempre acclamata Babylon e Tears of Mandrake. Tra una risata e l'altra – ma come dice il buon Sammet “non dovete ridere troppo che non c'è tempo” – segue l'unico estratto da Rocket Ride, ovvero la superba Sacrifice che viene interpretata alla grande dal biondo frontman supportato, come sempre, da una esecuzione ottima da parte di tutti i membri della band. Da segnalare uno Jens Ludwing particolarmente pulito negli assoli e dalla solita precisione della sessione ritmica. Purtroppo i quaranta minuti a disposizione sono già quasi esauriti ed è tempo del rush finale che si concretizza con una Mysteria come sempre devastante in sede live e con una sempre piacevole King of Fools. Si chiude con l'immancabile Vain Glory Opera che viene acclamata e cantata da buona parte dei presenti a dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, del meritato successo che ha raggiunto la frizzante band di Fulda la quale, anche oggi, ha dimostrato tutta la sua bravura e pazzia nonostante l'ora non fosse delle migliori... da applausi, come sempre.
Marco ‘Homer Jay' Ferrari
Senza bisogno di risalire fino all'ormai remota era-Matos, si può dire che la band brasiliana abbia visto giorni migliori. Lottando contro una qualità del suono per nulla all'altezza, gli Angra fanno del loro meglio e mettono in campo i pezzi più recenti e power-oriented – i più adatti all'atmosfera del festival – accanto a qualche grande calssico del passato, come Carolina IV e Nothing to Say. Purtroppo però nel camminare sulle orme dell'illustre predecessore il buon Edu Falaschi non mostra certo la medesima dimestichezza sfoggiata sui brani del nuovo corso. Che la band non sia in stato di grazia lo si capisce anche dalla riproposizione del capolavoro Carry On, il cui abbagliante splendore rimane offuscato da un'esecuzione non impeccabile e assai meno coinvolgente di quel che ci si sarebbe potuti aspettare. Show non disastroso ma senza dubbio deludente, soprattutto se confrontato con il terremoto teutonico che sarebbe sopraggiunto di lì a poco…
Riccardo Angelini
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Si respira un'insolita aria di derby che quando i Gamma Ray salgono sul palco del Gods of Metal. Nono ci sono dubbi: l'attitudine e l'impatto sonoro è quanto di più vicino si possa avere agli Helloween dei Keeper. Il repertorio è vasto, i minuti non sono tantissimi: è necessario fare sul serio sin da subito. Più che sul serio, i Gamma Ray vogliono fare le cose in grande. Si parte con l'ormai più che collaudata Gardens of the Sinner e una versione al fulmicotone della superba Man of a mission. Entrambe dimostrano il carismatico impatto live che ha sempre contraddistinto i Gamma Ray, con suoni davvero ottimi e potenti e un Kai Hansen che dimostra un'ottima forma vocale oltre che alla sempre presente simpatia. Giusto il tempo di riprendersi ed è la volta di New World Order, che con il suo incedere di Priestiana memoria non fa altro che scatenare ulteriormente il pubblico. Arriva il momento di attingere da l'ultimo nato, Majestic, con l'allegra e veloce Fight e Blood Religion. Quest'ultima, seppur ancor giovane all'anagrafe, è già fortemente candidata a divenire un classico della band in sede live. Tutto bene ma è da qui che lo show cambia definitivamente marcia: la successiva Heavy Metal Universe sveglia completamente gli ultimi intorpiditi e apre le danze per il grande momento targato Zucche. Al posto delle varie “Land of the Free” o “Somewhere out in Space” ecco che partono le note di Ride the Sky, pilastro dei primissimi Helloween che andrà a comporre con Future World e l'immancabile I Want Out un medley memorabile di rara potenza e bellezza. L'Idroscalo è in delirio. Dopo tanta grazia è giunta l'ora dei saluti, ma non prima di essere nuovamente affascinati dalla bellezza di Rebellion in Dreamland, perché questi sono i Gamma Ray, ed è giusto che l'epilogo sia affidato a un brano di casa. Un concerto magnifico e da ricordare, in assoluto uno dei migliori dell'intera kermesse meneghina, in cui i nostalgici del power metal più puro si sono sentiti a casa.
Alessandro 'Zac' Zaccarini, Marco ‘Homer Jay' Ferrari

Le recenti vicissitudini occorse in seno alla band finlandese avevano suscitato numerose perplessità alla vigilia del suo ritorno sui palchi del Gods of Metal. Tuttavia, sospesa l'esplorazione di nuovi lidi musicali inaugurata nell'ultimo disco, gli Stratovarius si ripresentano con il loro arsenale di classici al gran completo: da Hunting High and Low a Black Diamond, passando per Paradise, Speed of Light, The Kiss of Judas e pure per la bella e talvolta dimenticata A Million Light Years Away. Buona impressione fa anche United, unico tra i nuovi pezzi a trovare spazio accanto alle storiche Strato-song. Il sempre più enorme Tollki pare dal canto suo sulla via del recupero della forma migliore – almeno dal punto di vista musicale – mentre il pur bravo Kotipelto, nell'occasione più statico del lecito, tradisce un certo affaticamento sui passaggi più impegnativi. Sempre impeccabile Johansson, preciso ma monotematico Michael, dinamica e volenterosa la recluta Lauri Porra. Alla fine dell'esibizione pare di poter dire che i fan se ne siano tornati a casa più o meno soddisfatti, mentre chi non amava il sound della formazione finnica difficilmente avrà cambiato idea in quest'occasione.
Riccardo Angelini
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Quando a fianco del palco spuntano due enormi zucche gonfiabili è segno che è giunto il momento degli Helloween. L'ora a disposizione delle zucche di Amburgo viene aperta con The King for a 1.000 Years. Scelta pessima: per quanto sia un'ottima song e venga egregiamente interpretata da un Deris sempre più a suo agio anche sui pezzi più difficili, i non fedelissimi della band si vedono costretti ad annoiarsi per oltre dieci minuti in attesa di qualche pezzo dal traino più adatto a un festival. A dare subito mordente alla prestazione segue la consueta Eagle Fly Free sempre amata e cantata dal pubblico. Qui cominciano i segni di cedimento di Deris. Al cavallo di battaglia targato Keeper II segue l'unico estratto dal controverso Rabbit Don't Come Easy, ovvero la piacevole Hell Was Made in Heaven. Gli Helloween osano portando sul palco A Tale That Wasn't Right, ma la ballad mette in seria difficoltà il simpatico frontman e le corde vocali ne risentiranno per la restante durata dello show. Il seguente trittico rappresentato da Mr. Torture, If i Could Fly e Power confermano invece quanto di buono fatto dagli Helloween nella storia più recente: ottime song, brevi e festaiole, rese ancor più accattivanti dalla trasposizione in sede live (anche se con la sessione ritmica non esente da errori). Lo show, per quanto musicalmente apprezzabile, appare un po' troppo statico, eccezion fatta per il solito saltellante Grosskopf. Il duo Weikath/Gerstner manca di dinamicità e raramente offrono un supporto visivo complementare e adatto alle coordinate stilistiche dei pezzi proposti. Si torna quindi a ripescare nel passato più remoto della band con l'esecuzione di un brano che crea un certo imbarazzo nel pubblico: a distanza di un'ora l'Idroscalo si vede recapitare una seconda Future World. Il paragone non esiste: la versione targata Helloween è decisamente meno aggressiva e riuscita di quella proposta da Kai Hansen e compagni. Dopo i consueti cori inizia una lunga presentazione della band che se da una parte dimostra le ottime doti di intrattenitore di Deris, dall'altra accorcia inevitabilmente la scaletta di un brano: quel brano è I Want Out. A voi ogni congettura. Arriva il momento di chiudere lo show con la recente e poco ispirata Mrs God e la ben più acclamata Dr. Stein, classico di alto retaggio dell'era Keeper.
Alessandro 'Zac' Zaccarini, Marco ‘Homer Jay' Ferrari
Non si può oltrepassare, facendo finta di nulla, il paragone che è scaturito automaticamente in ogni testa scapocciante del Gods of metal 2006, anche in quelle annebbiate dalle gioie della birra e anche in quelle meno interessate al mondo del metal. Lo testimonia questo breve aneddoto: al termine dell'esibizione degli Stratovarius un addetto al merchandising mi ferma e mi chiede: “Chi suona adesso?”. Io gli rispondo: “Helloween”; e lui: “Ma come, non hanno suonato prima?”. Teoricamente no, praticamente sì: oggi, i Gamma Ray sono la band che più incarna lo spirito e l'anima della fu gloriosa formazione che alla fine degli anni '80 diede alla luce un nuovo modo di fare heavy metal. Sensazione che ho potuto riscontrare durante una chiacchierata con un Kai Hansen contentissimo dello show, costretto a essere politicamente corretto ma incapace di nascondere una certa soddisfazione per la vittoria nel derby del Gods of Metal 2006… Un'ultima considerazione prima di tornare al resoconto musicale della giornata. In molti si chiedono che sangue scorra tra Kai Hansen e Michel Weikath. Bene, non è che sia chiarissimo. Al Wacken 2005 suonarono insieme e Weiky annunciò Kai come “un caro vecchio amico”… ma si sa; il palco potrebbe nascondere tante cose. Io vi riporto alcune coincidenze sospette, poi voi trarrete le vostre personali conclusioni. Al GoM 06 gli Helloween hanno fissato la loro conferenza stampa esattamente cinque minuti dopo l'inizio del concerto dei Gamma Ray, hanno tardato 15 minuti ad arrivare al luogo delle interviste e hanno concluso esattamente sul finale dei Gamma Ray. Inutile dire che dopo il ritardo iniziale io sia fuggito, non disposto a tollerare alcuni incerti atteggiamenti e soprattutto non disposto a perdermi una prestazione dei Gamma Ray che si faceva di minuto in minuto sempre più accattivante; ma i dubbi restano…
Alessandro 'Zac' Zaccarini
Personalmente ennesima volta che vedo i Motorhead dal vivo. Come giustamente mi faceva notare l'amico e collega Marcello Catozzi una mitragliata di suono siffatto solo Lemmy riesce a ottenerlo, nonostante le migliaia di tentativi d'imitazione negli anni. L'impressione però è che i Nostri facciano il loro compitino – più che dignitosamente, s'intende! –, come ormai da copione durante i festival. C'è poco da fare, i Motorhead, come parecchie altre band – Def Leppard e Whitesnake, tanto per fare dei nomi – danno il meglio durante il loro tour, quello vero e proprio, dove non hanno limiti di tempo e si possono organizzare a loro piacimento. Complice una scaletta non proprio esaltante Lem & Co. non hanno infiammato la platea come ci si poteva aspettare, almeno a mio personalissimo parere. Pezzi tutto sommato anonimi hanno tolto dalla scaletta classici che amo come Iron Fist e Orgasmatron. Di contro invece l'apprezzatissima e inattesa Dancing on your Grave ha risollevato una prova priva di quel mordente che i Motorhead in altre occasioni hanno dimostrato di saper avere ancora. Chiusura di default con Ace of Spades e Overkill e il solito Mikkey Dee sugli scudi.
Stefano Ricetti
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Correva l'anno 1996 quando i Def Leppard si fecero vedere per l'ultima volta in Italia al Palalido di Milano (davanti a un pubblico veramente esiguo per quella che era la capacità della location, tra l'altro). Dopo ben dieci lunghi anni, invece, ce li ritroviamo al Gods of Metal in veste di co-headliner. In questo lasso di tempo la band ci ha fatto soffrire sotto molti punti di vista: dalle dichiarazioni anti-heavy metal da parte di quasi tutti i componenti del gruppo ai dischi poco metal, dal look serioso all'ultima raccolta di cover. Con queste premesse, da grande amante della band anni '80 (diciamo fino ad Adrenalize, tanto per intenderci), non vedo comunque l'ora di rivederli all'opera dopo così tanto tempo. L'inizio lascia un po' il pubblico paralizzato e perplesso a causa di un paio di scelte discutibili... Il primo e il terzo pezzo della setlist sono infatti due cover tratte appunto dal "nuovo" Yeah!. Capisco fare pubblicità a una nuova release, ma credo che in molti abbiano pensato che sarebbe stato meglio inserire qualche vero classico targato Def Leppard in più. In ogni caso il concerto è ottimo: tirato, senza pause, coinvolgente e con esecuzioni ottime e precise. La band, infatti, è famosa per la sua storica compattezza, che si riflette anche on stage. A parte le due cover iniziali, la band propone tutti i cavalli di battaglia possibili: Let's Get Rocked, Animal, Rock of Ages, Pour Some Sugar on Me, Rocket, Photograph, Armageddon It, Hysteria, Make Love Like A Man... Addirittura un'inaspettata (almeno da parte mia) Promises. Il pubblico italiano ha apprezzato. Ora si spera di non essere tagliati fuori dai prossimi tour per altri dieci anni, prima di tornare a urlare tutti insieme ...do you wanna get rocked?
Paola Bonizzato
Ore 22.00: it's time to rock! I Whitesnake prendono posto sul palco. Davanti a me si piazza proprio Doug Aldrich: che piacere rivederlo a due passi dopo le emozioni dell'ottobre scorso a Londra (“Holy Diver Tour” al seguito di Ronnie James Dio)! Più indietro, Tommy Aldridge si accomoda dietro le pelli; di fianco a lui Timothy Drury si sistema alle tastiere e, sulla sinistra, si posizionano Reb Beach e Uriah Duffy. Dulcis in fundo, arriva David Coverdale, che indossa jeans e camicia bianca sbottonata, come di consueto. Si comincia con le inconfondibili note di Burn, che subito infiammano l'intera platea. Siamo in piena era Deep Purple ed è già delirio. Il nostro frontman si agita come un indemoniato, brandendo l'asta del microfono con i suoi tipici movimenti: sembra quasi che voglia conficcarla in terra, in perfetta sintonia con gli stacchi della band. Scattante come una mosca corre e si posa da una parte all'altra, ammiccando al pubblico con quelle sue movenze così sensuali che lo hanno reso famoso nei lustri passati. A Burn si alterna un'altra mazzata micidiale come Stormbringer, sapientemente inframmezzata con il brano precedente da questi straordinari musicisti. Vista la portata dei due pezzi iniziali, intuisco che stasera ci sarà proprio da divertirsi. Da questo momento in poi ci si immerge in pura epopea Whitesnake: dalla mia posizione i suoni mi sembrano decisamente buoni, esclusa la voce, che non mi arriva forte e chiara; mi riprometto di ascoltare il sound con maggiore attenzione, quando gli addetti della security abbaieranno per spingere il gregge di fotoreporter fuori dal settore. Il tempo di goderci la stupenda Love Ain't No Stranger, condita dalle classiche espressioni facciali di Coverdale, e usciamo dall'area privilegiata, per immetterci nella zona retrostante (quella dei primi fortunati 3.000, per intenderci), dove ci piazziamo piuttosto centralmente, per poter fruire di una discreta acustica. Ci accoglie un favoloso medley con i più famosi successi di una gloriosa carriera: Ready and Willing ci riporta ai fasti del passato, con una ritmica tosta e ben impostata che sorregge l'intera struttura del brano: ci lasciamo ammaliare volentieri dalle note trascinanti, partecipando al coro. “Sweet satisfaction…”: l'ispirato vocalist ingaggia il familiare botta e risposta col pubblico. “Sweet satisfaction…”: vorremmo gustarci a lungo questo spontaneo duetto. “Sweet satisfaction…”: artiglio la spalla di Steven e, in preda a un attacco di euforia, gli dico: “questa è storia!”. Giunge il momento dell'ultimo stacco, sancito dal finale pirotecnico: “Ready and willing!”. L'ovazione è assordante.
In un'atmosfera di tale suggestione, gli inconfondibili arpeggi di chitarra introducono una delle più emozionanti ballad mai concepite da Mr. Coverdale: Is This Love, nella quale non si può proprio fare a meno di cantare (l'impresa, fra l'altro, si rivela più abbordabile del previsto, considerato che la canzone è eseguita con una tonalità piuttosto bassa). Le voci dei presenti si fondono in un'unica invocazione che sale al cielo, per l'occasione impreziosito di stelle brillanti. Si accendono d'incanto centinaia, migliaia di fiammelle in mezzo alla platea completamente estasiata, mentre uno spicchio luminoso di luna si staglia nel profondo blu, in alto sulla destra del palcoscenico, e costituisce una degna cornice a questa esibizione così densa di pathos.
Non c'è tempo per esultare: incombe il ‘Guitar Solo' di Doug Aldrich, per la gioia di tutte le fanciulle (e non soltanto per loro). A tale proposito, ci terrei a sottolineare i progressivi miglioramenti che il nostro guitar hero ha dimostrato nel corso della sua militanza al cospetto di Sua Maestà Coverdale, allorché gli fu assegnato l'oneroso compito di avvicendare un “mostro sacro” come Adrian Vanderberg. La sua costante applicazione, le sue doti e la sua grande professionalità hanno concorso a trasformarlo da timida comparsa in autentico protagonista della scena mondiale. Il suo assolo è il frutto della sua formazione, ma soprattutto della sua continua ricerca, che attinge alle radici del blues per fondersi con i canoni del metal più classico, grazie a un'indovinata timbrica “fucking heavy”. Dopo questa gradita performance, peraltro di altissimo livello tecnico, riecco la band al completo, pronta a regalarci altre perle quali Crying in the Rain. Ora posso sentire bene la voce, e devo purtroppo prendere atto del fatto che le mie sensazioni iniziali stanno trovando una conferma: DC non si esprime più ai livelli di un tempo. Gli acuti sono uno spietato banco di prova e, sebbene grazie al suo mestiere riesca a “tirarsi fuori” dalle situazioni difficili, ahimè, le sue corde vocali non sono più quelle di prima. C'è spazio anche per un Reb Beach un pochino oscurato dalla presenza (discreta ma decisa) di Doug. Il ritmo è sostenuto, il sound granitico, direi quasi perfetto: un amalgama che solo una grandissima band è in grado di fornire. Dal punto di vista strumentale, i musicisti sono quanto di meglio possa offrire attualmente il panorama mondiale e la dimostrazione oggettiva, al di là di ogni dissertazione, è qui, davanti ai nostri occhi, stasera.
Un altro momento significativo è rappresentato dal Drum Solo: orecchie e occhi spalancati per godersi pienamente uno dei più grandi drummer del pianeta! Tommy Aldridge si lancia in una serie di rullate da paura, sorrette da un possente lavoro di gambe, al quale fa seguito una dimostrazione assai singolare: il finale dell'assolo a mani nude, con una giusta concessione allo spettacolo che viene accolta dagli immancabili urli e applausi della folla.
Si prosegue con altre splendide gemme del passato, che resteranno per sempre incastonate nel firmamento musicale: Ain't No Love in The Heart of the City ci offre un'altra occasione di partecipare al coro, in un fantastico rapporto di osmosi con questa favolosa band capace di farci viaggiare nel tempo sull'onda delle emozioni. Slide It In permette a David di esibirsi nelle sue personalissime movenze di anca, che hanno fatto impazzire generazioni di donzelle nei decenni scorsi, grazie ai celebri video che hanno caratterizzato gli anni ‘80. In Give Me All Your Love lo scatenato leader pare abbandonarsi ad un amplesso con il microfono, mentre con Here I Go Again il coinvolgimento torna ad essere totale, fino alla chiusura, di enorme spessore e intensità.
Take Me With You fa scattare un altro piacevole flash back, evocando quei vecchi indimenticabili fondatori del Serpente Bianco, che rispondono ai nomi di Bernie Marsden e Micky Moody. I suoni sono più “americani” rispetto alla versione originale, ma l'energia che questa canzone riesce a trasmettere è la stessa.
Infine, per chiudere alla grande: Still of the Night, pirotecnica e sfavillante, dal ritmo incalzante e capace di coinvolgere tutti; DC non mostra segni di stanchezza, perlomeno dal punto di vista fisico, in quanto risulta ipercinetico come all'inizio dello show. Alla fine il pubblico esplode in un meritatissimo tributo a una band che – non mi stancherò mai di ripeterlo, anche a rischio di diventare un po' retorico – ha fatto la storia.
Ora si sciolgono le file e lo sciame di migliaia di appassionati si disperde lentamente, mentre si diffondono le note di We wish you well. Con la mente vado al 1997, allorché ebbi la fortuna di assistere ad un memorabile show di Coverdale & C., nel quale il nostro eroe si era presentato in grande spolvero e il finale era stato assai commovente, con quella canzone cantata in modo stupendo e così toccante… Sono trascorsi quasi dieci anni e il Serpente Bianco è ancora vivo e vegeto, anche se – pur con una grande tristezza nel cuore – devo riconoscere che l'inesorabile incedere del tempo ha lasciato segni tangibili in colui che ritengo una delle più grandi figure della storia del rock. DC è stato un artista di statura immensa e, probabilmente, lo è ancora in un contesto di studio, ma purtroppo – secondo la mia modesta opinione – non ha più la potenza e l'estensione vocale che l'ha contraddistinto negli ultimi tre decenni. Come dicevo, in versione “live” le magagne saltano fuori impietosamente, nonostante l'uso smodato dei riverberi e di tutti gli effetti che l'elettronica è in grado, oggi, di offrire. Riflettendo per un istante sulla perfezione palesata dall'ultimo DVD (uscito nel marzo del 2006), mi chiedo se la tecnologia avanzata rappresenti effettivamente un passo avanti o se, piuttosto, non serva a confondere le idee agli spettatori (spesso alquanto sprovveduti) e agli stessi fan (spesso un po' troppo di parte). La verità, probabilmente, sta nel mezzo, nel senso che i “taroccamenti” potrebbero trovare una giustificazione soltanto quando il loro utilizzo sia diretto a correggere qualche imperfezione in ambiente “live”, tipo: fischi dell'impianto, fruscii, colpi involontari o altre interferenze, senza però incidere su quello che è il prodotto vero e proprio, l'essenza, vale a dire la performance della band. In caso contrario, è inevitabile che venga meno l'immediatezza e la spontaneità che un concerto trasmette, con tutti i suoi difetti e imperfezioni.
Detto questo, va affermato senza alcun dubbio che i Whitesnake hanno fornito, stasera, una prova che si è rivelata pienamente all'altezza delle aspettative, sul piano strumentale ed esecutivo, e lo stesso David Coverdale ha confermato di essere uno spettacolare animale da palcoscenico, dalle innate qualità e dal carisma intatto. La scelta degli Headliners non poteva essere più azzeccata ed il finale ha suggellato nel modo migliore una memorabile giornata di musica.
We wish you well.
Marcello Catozzi
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Ringraziamo Michela Solbiati per aver fornito le foto della giornata
Eccoci arrivati alla seconda giornata del Gods Of Metal 2006, quella dedicata in blocco al metal italiano: una soluzione che non trova d'accordo alcuni musicisti (i Novembre, ad esempio) e - permettetemelo - anche il sottoscritto: una forma di ghettizzazione resasi necessaria forse per ragioni commerciali, comunque discutibili, ma che dimostra come la scena italica venga sempre trattata come 'serie B' rispetto agli artisti esteri, il tutto dai propri compatrioti! Puntualizzazioni a parte, dobbiamo precisare che la parte iniziale della giornata coincide con uno dei momenti di maggior impegno per lo staff di TrueMetal, che tra pass che non arrivano in tempo e stand da allestire è costretta a perdersi qualcuno degli artisti proposti all'inizio. Ci scusiamo quindi con Boom e Mellow Toy per la loro mancata presenza in questo resoconto.
Ed ora via con il report!
Giovanissimi, hanno la grande occasione di suonare al Gods of Metal. L'occasione viene tristemente sprecata. Da loro? No, assolutamente. Quando la band comincia a suonare, dentro all'area concerti siamo in quattro (contati personalmente) e i cancelli sono ancora chiusi. I primi figuri cominciano ad arrivare verso la fine di uno show che non è affatto male. I pezzi hanno traino e nonostante qualche ingenuità qua e là il livello è ben più alto di quanto sia lecito attendersi da una band con un solo demo alle spalle. Insomma, per i Perfect Picture sarebbe statp un bel successo ma niente. L'atmosfera non si concretizza mai al di qua delle transenne perché il pubblico è ancora tutto in fila davanti ai cancelli. Per chi suona un genere come il glam/street poter far presa su certi fattori è fondamentale. Inoltre, per chi si trova a dover affronta un palco prestigioso come quello del Gods of Metal, avere davanti un pubblico e poter giocarsi tutte le proprie carte è vitale, specialmente se la band è davvero giovane come in questo caso. Ai Perfect Picture questo non è stato concesso: davvero un peccato.
Alessandro ‘Zac' Zaccarini

Freschi del nuovo advance Cd contenente tre pezzi in anteprima che finiranno sul loro prossimo lavoro, i vicentini White Skull, incuranti della posizione nel bill - un poco avara nei loro confronti -, dispensano acciaio vergine in faccia ai convenuti senza fronzoli di sorta. Il singer Gus è in piena forma e si nota come abbia preparato nei minimi particolari la performance, dall'altra parte Tony e il resto della band costituiscono la classica macchina da guerra che non fa prigionieri. Complice un impianto di alta caratura, i Nostri sputano sul pubblico una manciata di brani vecchi alternati ad altri più recenti con la particolarità di fare sentire le chitarre direttamente sullo stomaco dell'audience. Si chiude con il classico Asgard una performance breve ma intensa e coinvolgente, che ha dispensato HM di matrice germanica a profusione, senza lesinare. Il vero heavy metal diretto e coinvolgente non morirà mai finché in giro ci saranno band come i White Skull che, nonostante i parecchi anni di milizia, danno sempre prova di divertirsi e divertire sulle assi di un palco, sia che si tratti del Gods of Metal sia che si tratti dell'osteria sgangherata nei dintorni di Vicenza.
Stefano Ricetti

Tra le sorprese più liete della giornata meritano sicuramente una menzione particolare gli Infernal Poetry. Nonostante i suoni tutt'altro che ottimali, la death metal band marchigiana si scatena nella mezz'oretta a sua disposizione e infiamma il palco con un'esibizione carica di dirompente energia, dimostrando di possedere in abbondanza la personalità e la grinta richieste dagli eventi più prestigiosi. Ciliegina sulla torta la personalissima cover finale dell'immortale Fear of the Dark, a tutti gli effetti uno dei pezzi forti del repertorio della band, irresistibile richiamo per decine di spettatori che fino a quel momento non si erano ancora gettati nella mischia.
Riccardo Angelini
Cambia la band, rimangono i problemi al sonoro. Non ne trae certo giovamento il black sinfonico degli Stormlord, che tuttavia calcano il palco con determinazione e riescono a offrire una prova di tutto rispetto. La setlist privilegia la produzione più recente della loro ormai decennale discografia, con diversi pezzi tratti dall'ultimo The Gorgon Cult e anche un antipasto del nuovo full-length. A chi assisteva per la prima volta a un'esibizione dal vivo della formazione capitolina sarà forse rimasta la curiosità di rivederla esibirsi in condizioni ottimali, ciononostante si può ben dire che il bilancio finale dell'esibizione sia da considerarsi a tutti gli effetti positivo.
Riccardo Angelini
Una buona prestazione quella dei Novembre, attesi nonostante l'ora impietosa (ed il caldo distruttivo) da molti dei presenti: la band è apparsa tranquilla, conscia dei propri mezzi e capace di grande feeling col pubblico. Tutti fermi a guardarli quindi, con i nuovi brani che scorrono (su tutti Aquamarine, Geppetto e la title-track dell'ultimo disco, Materia) e con un pubblico attento a valutarli ed a recepire le atmosfere di cui sono pregni i loro brani. Brani che non arrivano solo dagli ultimi lavori, ma tornano indietro sino alla lontana The Dream Of The Old Boats, direttamente dal loro debut album. Tecnici ma non in modo spudorato, affiatati ma lontani dalla furia metal tout-court, i Novembre sono stati forse una band un po' fuori contesto (così come gli Opeth il giorno prima), rendendosi però capaci di adattare la scena alle loro esigenze con una performance assolutamente degna.
Alberto 'Hellbound' Fittarelli

Personalmente ho sempre ritenuto i Domine LA band power italiana, vuoi per la simpatia che certi personaggi come i fratelli Paoli e Riccardo Iacono hanno sempre dimostrato, vuoi perché musicalmente la formazione toscana ha sempre fatto scelte oneste e a mio parere assolutamente condivisibili. Mi riferisco al loro trademark, mai accantonato nemmeno quando cambiare qualcosa avrebbe voluto dire vendere di più; e mi riferisco alla loro disponibilità a suonare: non c'è palco di festival italiano, piccolo o grande, su cui i Domine non abbiano fatto calare il loro sudore. La gente lo sa e infatti l'accoglienza per loro in questo Gods of Metal è caldissima. Tra l'incedere di The Hurricane Master e la coraggiosa The Aquilonia Suite, fino alla conclusiva Defenders, non c'è pezzo che non colga nel segno. I Domine suonano come sanno e il pubblico è tutto con loro. Canta e alza la polvere. Ogni volta che questa band sale su un palco riceve sempre lo stesso affetto e la stessa devozione, ci sarà un perché.
Alessandro ‘Zac' Zaccarini
Gruppo controverso, amato/odiato dal pubblico italiano, i Necrodeath hanno dimostrato per l'ennesima volta di saperci fare sul palco: la band, fresca di negozio con il nuovo 100% Hell, ha saputo infatti rendere al meglio il proprio thrash/black ferale ma ragionato anche nel contesto del Gods Of Metal che, si sa, non è esattamente il più facile al mondo. La proverbiale esterofilia del pubblico italiano però questa volta sembra non aver influito sull'accoglienza di brani come The Creature, Necrosadist, Mater Tenebrarum o delle nuove Forever Slave e 100% Hell, che scivolano via in fretta sotto al solleone davanti al polverone alzato dal pogo, ottimo segno anche per la band stessa. Rodati da anni di attività, i Necrodeath si confermano come uno degli esponenti di punta della scena estrema italica.
Alberto 'Hellbound' Fittarelli
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Scocca l'ora dei Vision Divine, che si presentano sul palco dell'Idroscalo con una formazione rinnovata; tre dei sei componenti sono infatti “freschi di ingaggio”: Cristiano Bertocchi (bass), Alessio Lucatti (Keys) e Ricky Quagliato (Drums) a sostenere la vecchia guardia composta dall'ex turnista Federico Puleri (Guitar), Michele Luppi (Vocals) e Olaf Thorsen (Guitar) per uno show basato totalmente su cuore e grinta. La scaletta si incentra sui cavalli di battaglia degli ultimi due lavori, The Perfect Machine e Stream of Consciousness, ed è proprio la title track del primo ad accendere gli animi di un pubblico accorso in gran numero all'evento. Le prime note dimostrano che, in sede live, il gruppo riesce ad ottenere un suono molto più pesante che su disco, quasi a trasformare il fine power metal che li caratterizza in qualcosa di molto più battagliero ed impetuoso. I reiterati problemi al microfono costringono Luppi a ricercare con lo sguardo, e in continuazione, i tecnici, che riescono a smussare il problema al termine della seconda First Day of a Never-ending Day. Quanti sono i cantanti che possono vantare risultati live uguali o migliori di quelli ottenuti in studio? Beh, Michele Luppi rientra nella categoria e lo conferma con l'entusiasmante Colours of my World in questo caso enfatizzata da acuti eccezionali. In ordine The Secret of Life, The Ancestor's Blood, The Fallen Feather, La Vita Fugge e Through The Eyes Of God prima della chiusura con la brillante God is Dead. Sempre preciso Olaf Thorsen e sempre più importante l'apporto di Federico Puleri, da rivedere invece i nuovi arrivati che avranno tempo e modo di amalgamarsi alla perfezione. Spassosi infine, i siparietti comici messi in piedi dalla band e le battute a profusione illimitata di Michele, segno che i ragazzi sono, nonostante tutto, a loro agio. Vision Divine promossi a pieni voti.
Gaetano Loffredo

Francamente il lavoro reso necessario dallo stand di TrueMetal (e dalle interviste ai musicisti) tocca l'apice durante l'esibizione degli Extrema, ormai lontani anche dal genere trattato su queste pagine (anche se loro si professano "IL metal italiano. Punto". La accendiamo?) se non per il passato Pantera-style di Positive Pressure... Of Injustice. Riusciamo a cogliere quindi poco di un'esibizione che comunque non sembra distanziarsi di moltissimo, quanto ad energia, da quanto già mostrato ad esempio in occasione dell'Heineken Jamming Festival 2003. Sarà per la prossima volta.
Alberto 'Hellbound' Fittarelli
Pino Scotto ha dimostrato di tenere particolarmente a questa performance presentandosi sul palco in ottima forma, conscio del fatto di rappresentare un'icona del metallo di casa nostra difficilmente sostituibile. I Fire Trails hanno proposto pezzi propri alternati ad alcuni classici dei Vanadium che hanno riscontrato parecchi osanna da parte del pubblico presente, segno che la buona musica rimane immortale. Il resto della band si è dimostrato all'altezza del compito, con un Larsen Premoli particolarmente spettacolare - senza nulla togliere agli altri componenti – che da dietro le sue tastiere ha fatto il diavolo a quattro. Durante il concerto il singer Pino Scotto non ha accennato il minimo cedimento, alla pari del suo mentore Lemmy Kilmister dei Motorhead, a documentare che ormai anni di abusi hanno temprato il suo fisico rendendolo immune al passare del tempo. I Fire Trails chiudono con la cover Long Live Rock'n'Roll una prestazione da incorniciare, degna della posizione di co-headliner loro attribuita. Se tutto va bene il concerto uscirà fra un po' come Dvd ufficiale della band.
Stefano Ricetti
Inutile nasconderlo: moltissimi dei presenti sono convenuti all'Idroscalo di Milano per rivedere dal vivo Bud Ancillotti affiancato da Enzo Mascolo, accompagnati nell'occasione dai due giovani – rispetto a loro - Cappanera, per consegnare ai metallari italiani un sogno covato sotto la cenere da lustri: far brillare di nuovo per una notte la stella della Strana Officina. Dietro la loro performance vi sono mesi di lavoro fatti di prove e di sacrifici, particolare che si estrinseca alla grande. Bud è giustamente emozionato ma implacabile e carismatico come sempre, Enzo è il solito professionale che poco lascia allo spettacolo puntando solamente alla sostanza mentre i due Cappanera sono la vera rivelazione della serata. Il chitarrista Dario sprigiona feeling ed entusiasmo da tutti i pori: spettacolare – con posa alla Zakk, tanto per intenderci! – e veloce negli assoli. Il batterista Rolando risulta tremendamente efficace e preciso: da incorniciare la sua performance in piedi durante l'ultimo pezzo eseguito. Il risultato è un muro di potenza terrificante: questo ha fatto percepire la Strana Officina nella notte di venerdì. I classiconi storici sono stati suonati più o meno tutti, compresi i pezzi mai incisi ma famosi come Officina, Profumo di Puttana e Non Sei Normale, tra il tripudio dei convenuti. Una notte magica, probabilmente unica, che resterà scolpita nel cuore di tutti i metallari che aspettavano da anni e anni di rivedere il vecchio Bud a fianco di Enzo con il logo della Strana alle loro spalle. Da lassù Roberto, Fabio e Marcello sono sicuro che avranno apprezzato… grazie di cuore ragazzi!
Stefano Ricetti
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Foto di Alberto 'Hellbound' Fittarelli [cliccate sulle foto per ingrandirle]
Ed eccoci anche per il 2006 a riportarvi il più fedelmente possibile l'esperienza del Gods Of Metal: la versione 2006 si presenta accattivante, forse più che negli anni passati, e strutturalmente ben organizzata ma... non del tutto esente da qualche pecca. Per un discorso generale sul festival vi rimandiamo all'ultima parte di questo nostro report "a puntate": ora via con la descrizione dei gruppi del primo giorno.
Milano, Idroscalo, 1 giugno 2006
I Cappanera? Sorry, la trafila burocratica che si rende necessaria per ottenere il miliardo di pass, accrediti e tagliandini vari per poter entrare a lavorare a questo fantastico report ci costringe a perderli, complice anche la lunga attesa fuori dai cancelli e il fatto che inizino a suonare prima ancora che la gente possa accedere all'interno dell'arena.
Arena che si dimostra forse un po' ridotta per le aspettative che può suscitare un evento del genere,che vede all'opera alcuni dei gruppi di rock duro più accattivanti che la scena odierna proponga. Ma sono dettagli che non c'è il tempo di approfondire dato che si presentano velocemente sul palco i finnici Amorphis, forti di un album grandioso come Eclipse: il combo è affiatato, propone una scaletta eterogenea e che pesca da un po' tutta la loro ormai lunga carriera, e offre un cantante davvero all'altezza. In the Beginning e Against Widows sono accolte da un boato della folla, il growl è perfetto e rimanda direttamente al suono pieno di feeling proprio dei dischi da cui provengono e la band si mostra in palla al punto giusto. Si va a citare addirittura il lontano debutto, così come album più recenti come Tuonela, ma la parte del leone la fa giustamente Eclipse, la cui riuscita in sede live deve molto alla varietà del materiale che contiene. Lo show doveva essere suggellato dalla divina Black Winter Day, ma a causa di ritardi abbastanza pesanti sulla tabella di marcia il set viene mutilato di almeno un paio di brani, tra cui la gemma di Tales of a Thousand Lakes. Un gran bel concerto insomma, potente e pieno del feeling nordico che li ammanta, grazie anche alla prestazione del nuovo singer che sembra non soffreire il pesante paragone con Pasi Koskinen. Il neoarrivato passa dalle linee pulite al growl con grande maestria, riuscendo nell'atra grande impresa di mantenere vivo il sentimento originale della musica del combo finnico.
Alberto 'Hellbound' Fittarelli, Alessandro 'Zac' Zaccarini
Pochi minuti di attesa e viene il turno dei tedeschi Caliban, richiamati all'ultimo momento dopo la defezione dei Dimmu Borgir. Un cambio non certo conveniente per gli spettatori che cominciano a riempire l'arena di fronte al palco. Mezz'oretta abbondante di metalcore, ricco di energia ma alquanto inflezionato, che vede una band che fa di tutto per coinvolgere il pubblico con una prestazione buona ma che non fa gridare di certo al miracolo. Riff quadrati e cadenzati, voce urlata con forza, buona presenza scenica, ma niente di più di quello che avreste potuto vedere con un qualsiasi altro gruppo dello stesso genere. Per quanto ancora dovremo sorbirci gruppi simili, tutte formazioni volenterose ma senza la personalità per potersi affermare.
Stefano Risso
Nati nei giorni del black metal intransigente per poi cavalcare l'onda di un progressivo allontanamento degli stilemi minimalisti degli albori, i Satyricon sono oggi tra i gruppi che più hanno cambiato nel corso della loro produzione discografica. Salgono sul palco del Gods of Metal con grande determinazione e convincono grazie a una prova compatta e precisa, come da copione guidata dalle ritmiche taglienti di Frost e dal carisma di Satyr. La band nordica deve affrontare una specie di 'prova del fuoco' di fronte ai fans italiani, notoriamente conservatori, che vogliono ascoltare il nuovo, discusso Now, Diabolical alla prova del palco. Ed all'inizio la band sembra volerseli accattivare, consegnando ai fan in visibilio una Dominions of Satyricon ottimamente eseguita, tratta direttamente dal capolavoro The Shadowthrone. Rotto il ghiaccio, ed è il caso di dirlo, si passa i brani dei nuovi lavori, su cui spiccano le ormai note Repined Bastard Nation e Fuel For Hatred, intervallate dalle non dissimili Now, Diabolical e The Pentagram Burns dal nuovo album. Una performance abbastanza coinvolgente, forse un pelo sotto lo standard della band di Satyr, il quale è sembrato a tratti poco coinvolto. Sarà anche il fatto di suonare in pieno giorno che li danneggia, ma la chiusura con Mother North riesce a far venire i brividi anche coi 30° dell'Idroscalo...
Alberto 'Hellbound' Fittarelli, Alessandro 'Zac' Zaccarini
Da venticinque anni scorrazzano su e giù per i palchi dei festival di tutta Europa, spesso condannati e relegati a minutaggi e gerarchie che non rispecchiano il reale valore della band. Nonostante tutto ciò i Sodom sanno comunque come conquistare il pubblico del Gods of Metal: thrash metal teutonico a presa diretta. Scaletta inevitabilmente incentrata sull'ultima fatica da studio della band, ma ad andare a segno più di tutti sono i classicissimi come Napalm in the Morning e Ausgegtbomb. Tom Angelripper guida il trittico all'assalto sonoro e trova la sua banda più che disposta a mettere in campo dieci anni di serrata collaborazione: il risultato è un'oretta di show targato in maniera tremendamente canonica Sodom, nè più nè meno.
Alessandro 'Zac' Zaccarini
Giusto il tempo di riprendersi e tocca ai Nevermore calcare il palco, formazione che purtroppo si presenta rimaneggiata dal momento che il chitarrista Steve Smyth si trova impossibilitato a causa di problemi di salute ai reni, dovendo rinunciare a tutti gli impegni estivi della band. Augurando una pronta guarigione a Smyth, andiamo a ripercorrere la prestazione dei nostri, che nonostante i problemi di line-up forniscono una prova sicuramente di buonissimo livello. Certo, chi ha avuto la fortuna di vedere i Nevermore nella data meneghina del settembre scorso, sarà rimasto un po' dispiaciuto nel vedere i Nevermore di quest'oggi, ovvero una macchina da guerra a cui è stato tolto gran parte del potenziale a disposizione. Inutile girarci attorno, la mancanza di una seconda chitarra si sente eccome, nonostante il talento di Jeff Loomis riesca per lo meno a colmare parzialmente il vuoto con i suoi assoli al fulmicotone -eseguiti manco a dirlo alla perfezione- e con ritmiche potentissime. Si inizia alla grande con una prorompente Final Product, estratta dal capolavoro This Godless Endeavor, in cui mi è sembrato di rivedere i Nevermore che ricordavo... Un Warrell Dane estremamente coinvolgente, coadiuvato dal lavoro "sporco" di Jim Sheppard al basso e di un Van Williams sugli scudi, in cui tutto gira per il meglio. Se fino a questo punto la resa sonora degli amplificatori non era stata eccezionale (trend che proseguirà un po' per tutto il concerto), con la seguente Engines of Hate si tocca proprio il fondo. Dopo qualche secondo dopo l'inizio del brano salta completamente tutta l'amplificazione, costringendo i nostri a ricominciare da capo dopo aver atteso qualche attimo per poter risistemare tutto quanto. E come se non bastasse il microfono di Dane ha continuato a dare problemi, funzionando a scatti, e provocando una certa (e comprensibile) insofferenza da parte del cantante, che nonostante tutto si è dimostrato, come il resto della band, molto professionale a proseguire il concerto come se niente fosse. Problemi a parte, sono stati proposto brani che hanno toccato un po' tutti i lavori della band di Seattle (ad eccezione del debutto), come The Seven Tongues of God da The Politics of Ecstasy, passando per The River Dragon Has Come e Narcosynthesis, tratte da Dead Heart in a Dead World, giungendo al penultimo album, Enemies of Reality con I, Voyager e Enemies of Reality, dando ovviamente spazio anche a This Godless Endeavor, con la title-track e Born in chiusura. Tirando le somme posso dire di aver visto un'esibizione decisamente valida, ma che per vari motivi non è stata all'altezza delle potenzialità che i Nevermore hanno saputo esprimere in altre circostanze. Comunque una garanzia.
Stefano Risso
Quando salgono sul palco i Testament non ha ancora finito di posarsi l'immensa nuvola di terra sollevata durante il violento pogo scatenatosi coi Nevermore. I thrasher, che si sono posizionati tra le band più apprezzate della giornata, non sbagliano un colpo proponendo al pubblico una setlist piuttosto classica, praticamente da greatest hits e da massacro (letteralmente fisico per chi stava... "Into the Pit"). L'esibizione mantiene caldo il Gods per tutto il tempo: d'altronde i Testament sono ormai dei veterani sugli stage, per cui è totalmente superfluo complimentarsi con loro per come sanno entusiasmare la folla. Unica nota di demerito: aver lasciato completamente fuori The Gathering dalla scelta dei pezzi... Mi sarei aspettata almeno una True Believer. Peccato. In ogni caso con Over the Wall, Disciples of the Watch, Burnt Offerings, Electric Crown, Raging Waters, The Preacher, Trial by fire, Into the pit, Practice What You Preach e Souls of Black, è stata sicuramente proposta un'ora di thrash metal di alto livello.
Paola Bonizzato
Dei Down di Phil Anselmo, francamente, non siamo riusciti a cogliere molto: il lavoro resosi necessario per le numerose interviste della giornata e presso lo stand di TrueMetal ci hanno costretti a perdere gran parte della loro esibizione. Cosa dire dei pochi brani visti? Che la miscela sludge/southern/doom della band di New Orleans è nota, ma ancor più nota è la smania di protagonismo connatura con un Phil Anselmo ormai "scoppiato", che basa sul proprio 'personaggio' gran parte dello show, togliendo spazio legittimo all'interesse destinato alla band. Peccato, anche perchè Phil è ben lontano dai suoi giorni d'oro: la voce non esiste più, trasformata in un urlo acido e francamente banale, e ormai la luce riflessa dei Pantera sta iniziando a svanire, almeno per lui...
Alberto 'Hellbound' Fittarelli
In assenza dei Dimmu Borgir, la posizione più alta del bill dopo quella degli headliner viene affidata agli Opeth: posizione del resto del tutto meritata, che premia l'impressionante continuità dei colossi svedesi. Già le prime note di The Grand Conjuration, hit imprescindibile del recente successo Ghost Reveries, mostrano una band in forma sontuosa - ma non è certo il versante tecnico-esecutivo a destare perplessità. Piuttosto, considerata l'elaboratezza della proposta della band, a essere messa alla prova è la capacità di rendere accattivanti anche dal vivo brani lunghi e complessi, che fanno di atmosfere e profondità sonora le loro armi vincenti. E se effettivamente lascia soddisfatti a metà un pezzo come Closure, tra i migliori di Damnation, incapace però di esprimere tutto il suo potenziale in sede live, ci pesa il devastante trittico finale, composto dall'acclamata The Leeper Affinity, dalla trascinante Damnation e dalla primordiale gemma oscura Demon of the Fall, a spazzar via ogni perplessità circa la riuscita totale dell'esibizione. Merito tra gli altri di uno straordinario Akerfeldt, evocativo nel pulito e semplicemente perfetto nel growl, capace tra un cambio di chitarra e l'altro di accattivarsi le simpatie del pubblico con pacata arguzia e sferzante ironia. I brani sono solo sei, ma la durata elevata consuma rapidamente l'ora di tempo concessa, gli Opeth lasciano il palco tra gli applausi:tocca agli headliner.
Riccardo Angelini
Calata italica per i Venom: doveva essere uno dei concerti dell'anno, è stato uno degli show forse meno brillanti e continui del primo giorno, complici band che hanno tirato fuori dal cilindro prestazioni davvero entusiasmanti (vedi gli Amorphis). Dovevano essere una macchina da guerra pronta al devasto totale ma l'assalto vero e proprio si è intravisto solo qua e là. Come da programma, intorno alle 22 il trittico si presenta sulle assi dell'idroscalo. Cronos, Antton e l'ex-Cathedral Mike "Mykus" Hickey salgono sul palco del Gods of Metal in tenuta Venom e buttano la scintilla sulle polveri. L'apertura a ferro e fuoco con Black Metal è una vera e propria razzia di anime ma poi, pian piano, la band comincia a dare segni di cedimento. Il tempo passa, Cronos resiste più di molti altri ma si deve affidare a diversi stratagemmi vocali e non per reggere tutto il concerto su livelli decorosi. Con il passare dei brani tra le fila del pubblico cominciano ad alzarsi alcuni mormorii di disapprovazione per la prestazione della band. I pezzi sfilano uno dopo l'altro ma la reazione dei presenti non è all'apice, specialmente nei fan di vecchia data e negli ascoltatori delle retrovie, difficile terreno di conquista e frangia disposta a lasciarsi trascinare soltanto da prove veramente coi fiocchi. La band macina il suo repertorio, ma è solo con le cose migliori del nuovo (mediocre) disco, come The Antichrist, e le vecchie glorie come In League with Satan e Countess Bathory che i Venom fanno tuonare l'impianto meneghino. Die Hard vede l'ingresso di un Phil Anselmo visibilmente emozionato, ma la prestazione congiunta del leader dei Down con il buon Cronos non risulta indimenticabile, anzi. Accolta con un boato invece la citazione dei Motorhead piazzata a inizio show in uno dei tanti stacchi che le ritmiche dei Venom prevedono.
Marci, violenti e sgraziati: questi sono i Venom; così li volevamo e così li abbiamo avuti. Certo si poteva essere più marci, violenti e sgraziati di così…. insomma più convincenti. Concerto positivo ma non eccezionale, che tra le altre cose pone l'accento sul divario qualitativo tra i pezzi targati 1981-982-1983 e quelli del nuovo Metal Black, alla cui title-track è affidata la chiusura dello show.
Alessandro 'Zac' Zaccarini
Nota sui Venom: quello che lasciato francamente allibiti è stata la non eccessiva partecipazione dei presenti, che spessissimo lasciavano il povero Cronos in pericolosi "vuoti" nel momento in cui lui, con gli atteggiamenti standard previsti dalla sua immagine, si aspettava boati di ritorno che in realtà non arrivavano. Abbastanza triste, lasciatecelo dire, anche l'uso di cori d'incitamento registrati, a dare l'impressione di un "tifo" che in realtà c'era solo in parte... solo su In League With Satan, pezzo marziale e perfetto per il palco, il pubblico è sembrato smuoversi davvero da una certa apatia.
Alberto 'Hellbound' Fittarelli
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[post_content] => Prima candelina per Metal Maniacs, che coglie l'occasione per festeggiare il suo primo anno di attività in quel dell'Estragon live di Bologna – per l'occasione molto disorganizzato, con prezzi che non risultano essere quelli presenti in sede di promozione e lista accrediti totalmente annullata.
Battle Ram
(Federico 'Immanitas' Mahmoud)
A inaugurare i festeggiamenti, per la verità rimandati da un'atmosfera tiepida e un Estragon ancora semi-vuoto, tocca ai Battle Ram. Astro nascente nel firmamento underground tricolore, la formazione picena allestisce un breve set a base di pezzi propri e un paio di cover (la clamorosa In The Fallout, targata Fifth Angel, e Speed King) che hanno il merito di scuotere le prime file, beneficiando di suoni positivi sin dalle note iniziali. La band sciorina con classe il solito concentrato di heavy metal epico e maestoso, che ha nelle potenti Behind The Mask (direttamente dal debutto dei Nostri, di prossima uscita) e Battering Ram, autentico manifesto del Battle Ram sound, le più riuscite incarnazioni; l'efficacia dei brani nasce anche, e soprattutto, dalla palpabile intesa che lega i vari componenti, in giro ormai da un lustro e dotati di quella malizia che contraddistingue solo le line-up più affiatate: è con questo spirito che si mette in mostra la chitarra di Gianluca Silvi - apprezzabile non soltanto quando si tratta di organizzare concerti (puntualmente ignorati) - nel granitico tandem completato da Davide Natali. Nonostante uno show contenuto e seguito distrattamente dai presenti, il quintetto di Ascoli Piceno ha ribadito con sicurezza le proprie ragioni, mostrandosi ormai pronto per il tanto agognato esordio sulla lunga distanza. Le premesse non sono certo quelle di un best-seller, ma un posto nel cuore dei fedeli appassionati è riservato da un pezzo!

Markonee
(Alessandro 'Zac' Zaccarini)
Sin dalla “prima volta” ho sempre avuto una certa stima per i Markonee, band capace di mischiare con bravura il sentimento sbarazzino dello street/glam a stelle e strisce con un hard rock che ha sempre e comunque affondato le radici in un background di classe. Il concerto si apre proprio con una cover di gran classe – o di “Grand classe” come l'ha definita in modo azzeccato il buon Federico – ovvero niente di meno che una We're an American Band dei Grand Funk Railroad. Da lì è tutto in discesa per il combo bolognese, che coglie l'occasione per presentare diversi pezzi dal proprio disco di debutto, da poco disponibile. Dunque avanti a tutta con i brani di The Spirit of Radio (no, i Rush non c'entrano) tra coretti spensierati alla “Fat Bottomed Girl” a brani più energici. A tirare la band, come nella miglior tradizione rock, è l'accoppiata chitarra-voce, che nei Markonee unisce le doti canore di Gurio alle sei corde di Pera, ormai diventato una sorta di guitar-hero della scena bolognese. Vivaci sul palco, puliti nelle esecuzioni e con una certa dose di carisma, i Markonee danno vita a uno show davvero piacevolissimo. Rock'n'roll!

Rain
(Federico 'Immanitas' Mahmoud)
Quando salgono sul palco i Rain, piccoli grandi eroi della scena bolognese e spalla ormai fedele di Paul Di' Anno, l'atmosfera comincia a surriscaldarsi seriamente. Inutile dire che il ruolo di headliner, complice la toccata e fuga dell'ex-Maiden e il supporto incondizionato del pubblico di casa, spetti virtualmente al combo felsineo. I Nostri rispondono al calore degli astanti con una prestazione che ha nell'energia e nella passione le sue più apprezzate doti, puntualmente ribadite per l'occasione: è su questa base che poggia la scaletta della serata, divisa tra pezzi nuovi (Dad Is Dead e Mr. 2 Words, gustoso antipasto in attesa del seguito di Headshaker) e classici del repertorio, che riconoscono nella dimensione live il loro habitat naturale. Pezzi come la micidiale Blood Sport, Heavy Metal, Viking, Fight For the Power (direttamente dagli Ottanta) e l'anthemica Only For The Rain Crew rappresentano quanto di meglio si possa desiderare da un concerto, tra ritornelli esaltanti, scorribande a metà tra heavy metal e rock & roll e litri di sudore profuso; proprio nell'attitudine genuina e tipicamente figlia dell'Emilia (che ha dato i natali a tanti rocker) i Rain trovano la marcia in più per coinvolgere anche lo spettatore più distratto, inscenando uno spettacolo ad alta gradazione alcolica che ha in Alessio 'Amos' Amorati (chitarra) e Gianni 'Gino' Zenari (basso) gli assoluti protagonisti. In primo piano anche l'ugola halfordiana di Alessandro 'Tronco' Tronconi, le cui indiscutibili doti non sono più una sorpresa, ma una certezza di cui si può difficilmente fare a meno. Che altro aggiungere? I Rain non perdono occasione per assestare l'ennesimo colpo vincente, meritando sul campo l'affetto e la stima di chi li segue così tenacemente un po' in tutto il Paese. Il resto sono chiacchiere.

Children of the Damned
(Alessandro 'Zac' Zaccarini)
Forse sono un patetico sentimentale di un certo modo di intendere la musica, ma vedere una cover band suonare dopo ragazzi come Rain, Markonee e Battle Ram, gente che mette sudore e passione nel tentativo di portare avanti una propria personalità musicale… bhè, mi mette una certa tristezza. I Children of the Damned saranno pure bravi a fare quello che fanno, molto bravi, nessuno lo mette in dubbio, ma l'idea che cercare di emulare una band strafamosa in tutto e per tutto possa valere più della farina che altri ragazzi hanno faticosamente tirato fuori dal proprio sacco con anni di gavetta mi ripugna abbastanza. Il music business, anche nel piccolo di queste serate, purtroppo funziona così, e finché la mentalità dominante sarà questa, e il pubblico preferirà l'ennesima Fear of the Dark o l'ennesima The Trooper piuttosto che sentirsi una band che punta sulle proprie idee, le cose andranno sempre in questo modo. Come già accennato la scaletta è delle più canoniche, nessuna sorpresa e nessun tipo di stimolo se non quello di risentire per l'ennesima volta pezzi che credo chiunque segua il metal da più di qualche mese ormai si trova ovunque e in ogni salsa. I Children of the Damned sono tra i migliori in questo tipo di proposta, questo è fuori discussione, ma a parere di chi scrive, in questa serata il supporto andava riservato ad altri.
Setlist: The Wicker Man / Can I PlayWith Madness / The Trooper / Fear of the Dark / Halloweed Be Thy Name / Run to the Hills.
Paul DiAnno
(Alessandro 'Zac' Zaccarini, Federico 'Immanitas' Mahmoud)
L'esibizione di Di'Anno entrerà probabilmente negli annali come la più breve mai tenuta da un headliner: mezz'oretta o poco più. Chiariamo, mezz'oretta o poco più che è comunque bastata a farci riabbracciare quegli Iron Maiden che ormai sembrano sempre più destinati al dimenticatoio delle nuove e vecchie generazioni, ma sono sempre e comunque 30 minutini. La forma è imparagonabile a quella di venti anni or sono: tra abusi di ogni tipo è difficile mantenere una forma fisica decorosa e tutelare il proprio talento canoro. In ogni caso le scelte di Paul sono state queste e indietro non si può tornare.
L'ossatura dei Children of the Damned rimane, salvo il cambio dietro al microfono e l'innesto di un chitarrista di fiducia di Paul, e si può partire. Si inizia con un'accoppiata da pelle d'oca, due vecchie glorie che formano un ormai consolidato abbinamento di routine nelle aperture delle esibizioni di Paul: Wrathchild e Prowler. Da lì sono solo Iron Maiden e Killers, con una scappatella nella piuttosto opaca carriera solista di Paul (The Beast Arise) e un tributo finale ai grandi Ramones, formazione che DiAnno evoca come la sua preferita di sempre e “la più grande band di tutti i tempi nella storia della musica”. L'ex frontman della Vergine di Ferro ostenta le sue radici punk più volte, riserva parole non proprio simpatiche per la scena hard rock e metal (ehm, Paul, sarebbe un concerto metal questo…) ma il pubblico o non capisce o sembra disposto a passarci sopra… A conti fatti forse è meno disposto a passare sopra all'aver dovuto fare chilometri e aver sborsato per vedere uno show di mezzora. Serata senza dubbio salvata dalle prime tre band, gruppi di cui l'Italia dovrebbe cominciare a essere orgogliosa.
Setlist: Wrathchild / Prowler / Killers / The Beast Arise / Phantom of the Opera / Running Free / Blitzkrieg Bop

[post_title] => Report: Metal Maniac Night - DiAnno e altri (Bologna, 14/5/06)
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[post_content] => Scusandoci per il ritardo, provocato fondamentalmente da un grave problema familiare di uno dei redattori che ha ritardato i lavori, al quale si sono aggiunti alcuni problemi tecnici, Truemetal finalmente pubblica la spedizione in quel di Wacken 2006: Buona Lettura!

Puntuale come un orologio svizzero, anche quest'anno si è tenuto il festival metal più importante del mondo, in quella cittadina di poche anime che per una settimana circa vede l'assalto incondizionato di decine di migliaia di metallari provenienti da ogni angolo del pianeta: il Wacken Open Air.
Ancora una volta, una nutrita schiera di redattori e utenti di Truemetal ha affrontato il viaggio fino ai confini della Danimarca per vivere un evento che da 16 anni è passato dalla nicchia alla mondanità più esasperata.
Dopo le condizioni atmosferiche tragiche del Wacken Open Air 2005, gli occhi erano innanzitutto rivolti verso il cielo: avrebbe piovuto, magari selvaggiamente come capitò durante gli Obituary? La zona concerti sarebbe stata sommersa di fango nero e viscoso come il catrame? La zona comune sarebbe stata costellata di pozzanghere fangose invalicabili e maleodoranti? La zona campeggio sarebbe stata intrisa di umidità e battuta dal vento? Oppure avremmo assistito a un Wacken in stile 2004, con un sole ustionante, nemmeno una nuvola in cielo, temperature attorno ai 35 gradi e ombra rara come un miraggio?
Beh "Rain or Shine", così recita il nuovo slogan di Wacken, il divertimento non sarebbe mancato. Ormai la manifestazione teutonica segue dei parametri rigidi e ripetitivi, e anche chi c'è stato una sola volta, riconoscerà un ambiente familiare e un'atmosfera quasi immutata.
Bisogna dire che ormai gli organizzatori sanno bene di avere tra le mani un evento che porta una quantità incredibile di ospiti e di denaro, e non si fanno scrupoli nello sfruttare una simile occasione.
I voli per Lubecca, Amburgo, persino Francoforte e Hannover risultano pieni fin da fine giugno, mentre nelle città circostanti (Itzehoe, Lubecca, Amburgo) orde di taxi e treni speciali sono pronte ad accogliere le migliaia di metallari che desiderano raggiungere il luogo designato, un'occasione insperata per guadagnare in 4 giorni più di quanto probabilmente guadagnerebbero in un mese di brevi spostamenti.
In ogni caso, questo Wacken 2006 è stato caratterizzato da molte piccole novità collaterali, alcune interessanti e alcune sconfortanti. E la prima ha avuto luogo ancor prima dell'inizio dell'evento. La notte del 2 agosto infatti, attorno all'una, (ovvero qualche ora prima dell'inizio del viaggio per la maggior parte dei metallari) il sito di Wacken viene aggiornato con un'enorme scritta "SOLD OUT" lungo il famoso teschio di vacca simbolo della manifestazione.

Quel "SOLD OUT" è bastato a gettare nel panico, a poche ore dalla partenza, coloro i quali avevano intenzione di recuperare un biglietto al Ticket Office di Wacken stesso. Nella pagina inglese di Wacken compariva semplicemente una riga in cui si spiegava che Wacken aveva raggiunto il limite di capienza e che non sarebbero stati emessi altri biglietti.
Da un'organizzazione come quella di Wacken tutto ci si sarebbe aspettati tranne che, qualche ora prima dell'inizio della zona calda della manifestazione, avvertissero con candore innocente che qualcuno rischiava di non poter entrare. In realtà, bastava andare nel sito tedesco per trovare scritto - solamente in tedesco, alla faccia insomma di chi non viene dalla Germania - che nonostante il SOLD OUT nessuno sarebbe rimasto senza concerto, e che si sarebbe trovato un metodo per accogliere anche coloro che erano già in viaggio e che erano sprovvisti di biglietti.
Insomma, infarto scampato sotto braccio, la scena si sposta direttamente a Wacken. Un mare di gente è in fila da alcune ore per scambiare le prevendite, il tutto sotto un cielo plumbeo e minaccioso, e qualche goccia di pioggia qua e là. Il biglietto, per chi lo acquistava senza alcuna prevendita, era salito fino a 150 euro a testa - quasi il doppio della tariffa minima. Per quanto sembrasse eccessivo e un po' approfittatore, nessun sano di mente potrebbe mai rifiutare di entrare dopo essersi fatto un volo o migliaia di chilometri in macchina, per cui, dolenti, gli ultimi arrivati hanno dovuto inaspettatamente tirar via con la forca più di quanto preventivato.
Novità succulenta di questo Wacken è stata anche la Full:Metal:Bag. Per una manciata di euro e una fila lunghissima, lo staff di Wacken ha fornito una sacca griffata Wacken nella quale si trovava una torcia, un cuscino, un sacco per l'immondizia e altre piccole amenità - anch'esse griffate - per facilitare il soggiorno alle migliaia di campeggiatori.
Tornando al pre-Wacken, come al solito i pochi supermercati presenti nel paese sono stati adibiti a campo di battaglia, ricoperti dal pavimento al soffitto di casse di birra che venivano acquistate e rinnovate con frequenza sorprendente, tanto che il W:O:A, incredibile ma vero, è stato qualificato da un quotidiano tedesco come l'evento germanico con più consumo di birra in un periodo limitato dopo l'Oktoberfest di Monaco - che a differenza del Wacken dura ben un mese.
La struttura dell'intera area è rimasta immutata: un'enorme area camping divisa in settori, nella quale si stabiliscono gruppi di tende divise molto spesso per nazionalità, quindi un'area comune nella quale si ritrova il caro vecchio lavaggio d'auto a rulli tramutato in lavaggio-metallari a rulli, lo stand della PRINCE, produttore di sigarette e sponsor della manifestazione, quindi una serie di stand che offrivano cibo altamente calorico di tutti i tipi, stand di birra e idromele e l'immancabile Metal Markt, Mecca di qualunque metallaro affamato di CD e merchandising di tutti i tipi.
Infine l'area concerti divisa nei canonici Black Stage e Heavy Metal Stage, quindi Party Stage, W.E.T Stage (curioso perché nonostante il nome che ricorda la parola "bagnato" in inglese, questo fu l'unico stage asciutto durante il piovosissimo Wacken 2005 perché al coperto), un altro piccolo stage senza nome nel quale si esibiva quotidianamente la Wacken Firefighters Band, quindi il grande Biergarten, ritrovo sociale soprattutto notturno di chiunque abbia voglia di dare di testa sotto i fumi dell'alcool (quest'anno per la prima volta corredato di un sontuoso stand che serviva la nota Weiss Fraziskaner) e infine l'area backstage con mini-beer garten annesso e comode postazioni internet per tutti gli addetti alla stampa.
L'organizzazione come al solito è stata precisa e ben coordinata, nonostante il solito problema dello staff che parlava a stento inglese (caratteristica francamente inaccettabile per un festival cosmopolita come questo); le zone dei bagni erano sempre pulite (50 centesimi per usufruire dei bagni, 2,50 euro per usufruire delle docce - un'enormità di flusso di denaro per un festival pesantemente segnato da una delle bevande più diuretiche del mondo, la birra) e una serie di ambulanze pronte a scattare per ogni minimo problema.
Girando per il camping non si poteva fare a meno di notare il modo in cui la fantasia di tutti i metallari del mondo si è sbizzarrita, quest'anno più che mai. Ogni sezione del camping aveva qualcosa di interessante da osservare, ovviamente interamente costruita e ideata dagli avventori. Così come nel 2004 ci fu quel gruppo di norvegesi di Arendal che rubò un autobus e lo guidò fino a Wacken, cambiando il numero da 21 a 666, così quest'anno si poteva notare un gruppo di tende militari basse ricoperte di foglie - il campo mimetico, un vero incubo per un ubriaco che di notte non distingue un albero da un sasso. C'era anche un campo vichingo, costruito con un portale e una palizzata in legno nel quale vagavano personaggi armati di spade gonfiabili e corni da bevuta; oppure c'era un vero e proprio mini parco giochi con tanto di ruota panoramica in miniatura e scivolo. Non mancavano anche le trovate ingegnose dei più perversi, che montavano stand lungo i sentieri delle tende in cui davano votazioni a qualunque donzella avrebbe mostrato il proprio seno (il famigerato "flash your tits for Satan!), oppure una coppia di tende che offriva provini per film a luci rosse.
La componente femminile è in continua ascesa al Wacken Open Air, e anche se quest'anno non era presente la sorprendente accopiata gotica Nightwish - Within Temptation dell'anno precedente, il gentil sesso ancora vagava vestito succintamente e rendeva gradevole alla vista il periodo tra un concerto e l'altro.
Scampato miracolosamente un enorme temporale che sfiorò minacciosamente l'area camping il 2 agosto, (si potevano vedere le pesantissime piogge che solcavano l'orizzonte a qualche chilometro di distanza), il tempo è andato via via migliorando, non senza qualche passaggio nuovoloso, e più che lo spettro del 2005, ritornò in auge lo spettro del 2004. In particolare al termine della giornata di venerdì, particolarmente calda, al Biergarten si potevano notare i volti quasi scorticati dal sole della maggior parte degli astanti. Notevole è stata anche la notte di sabato 5 agosto, notte in cui è calata un'inusuale coperta di nebbia su tutta la regione, una nebbia talmente fitta e densa che si scorgevano solo le punte di alcune delle tende più alte, e il resto era affidato solamente all'istinto di orientamento di ognuno. Nell'umidità oppressiva, in quella stessa sera, si è manifestato un altro inusuale avvenimento: il proliferare di incendi tra le tende. In particolare nel settore in cui dimorava buona parte di Truemetal, si trovava un lungo e stretto fosso il quale fu riempito di materiale infiammabile - anche plastico - che venne dato alle fiamme. La provenienza di questi atti vandalici di cui francamente si poteva fare a meno era plurima: la maggior parte dei piromani era tedesca, ma anche sloveni, irlandesi e inglesi hanno fatto la loro parte (almeno quelli che personalmente ho interrogato sulla questione). Anche nei pressi delle nostre tende un gruppo di otto tedeschi ubriachi ci chiesero se potevano utilizzare nostre casse di birre (ovviamente di plastica, e ovviamente vuote) per alimentare i roghi che si trovavano a qualche metro di distanza dalle nostre tende.
Non è passato molto tempo prima che arrivassero delle camionette dei vigili del fuoco che, silenziosamente, spensero i roghi a colpi di schiuma ignifuga senza proferire parola, come se si aspettassero queste condizioni e quindi non servisse indagare sui colpevoli. La mattina dopo si poteva notare l'area campeggio costellata di macchie di plastica fusa mischiate a chissà quanti altri tipi di materiali diversi. Per fortuna non v'è stata notizia di tende bruciate (almeno involontariamente; pare infatti che alcune tende siano state distrutte e date alle fiamme dai propri possessori che non avevano intenzione di riportarle a casa). Speriamo vivamente che questo trend non si acuisca con il passare degli anni, visto che oltre a essere inutile e dannoso per i fumi sviluppati e per la terra che nel resto dell'anno è un pascolo, è anche pericoloso.
Una panoramica generica alle condizioni prettamente "metal" del festival, che verrà ovviamente sviluppata nelle recensioni dei gruppi singoli, vede anche quest'anno una eterogeneità nelle proposte musicali davvero notevole; diversità che ha portato a varcare i cancelli della manifestazione a ben 62.000 metalhead, una cifra assolutamente record raggiunta senza evocare nomi altisonanti dalle sfere più alte dell'olimpo metal. Dopo gli anni passati particolarmente felici, purtroppo quest'anno è mancata quasi completamente la componente thrash metal; tuttavia Wacken si è comunque confermato festival all'avanguardia, ingaggiando e proponendo band a 360° della scena metal. Il Wacken 2006 è però anche stato il primo con un problema ricorrente: il suono dei palchi principali, una seccatura che di tanto in tanto si è presentata per tutti gli ultimi due giorni. Scelta dell'organizzazione o problemi tecnici improvvisi, fatto sta che la piaga dei volumi bassi ha compromesso diversi show, a partire da quello dei Finntroll, passando per i primi momenti dei Morbid Angel, per finire a diverse altre vittime. Peccato.
In ogni caso, negli ultimi anni Wacken ha deciso di regalare ai convenuti spettacoli di grande impatto scenografico e musicale, chiamando alla sua corte diverse band di quel movimento folk e folk-rock tipico della Germania del centro-nord. Cornamuse e liuti, interpretazioni corali e fiati per spezzare il ritmo forsennato dei trademark più canonici del metal. Esibizioni che spesso e volentieri hanno catturato l'attenzione e le simpatie di moltissimi presenti. Nel 2006 l'onore di occupare questi seggi tocca a IN EXTREMO e SUBWAY TO SALLY. Bravissimi i primi, seppur destinati a un pubblico consapevole, altrettanto suggestivi i secondi, ai quali è affidata la chiusura del festival. Una scelta che continua a rivelarsi vincente e che l'anno prossimo porterà a Wacken i bravissimi Schandmaul.
GIOVEDI' 3 AGOSTO
VICTORY
Reduci dalla fortunata partecipazione all'annuale Bang Your Head!!!, i Victory concedono il bis sul palcoscenico dell'open air più seguito in Europa. L'aria di casa ha effetti benefici su Herman Frank e soci, che ripropongono con potenza i classici del repertorio e strappano i primi applausi importanti; ottime le varie Power Strikes The Earth, Temples Of Gold e On The Loose. La serata dedicata all'hard rock di classe comincia nel migliore dei modi, in attesa di un headliner che promette il botto assoluto.
M.S.G.
Serata speciale per la 6-corde di Michael Schenker, chiamata ad affiancare la gemella di Rudolph nel piatto forte del primo giorno. In attesa degli Scorpions, ecco una carrellata di successi direttamente dai primi anni di vita di M.S.G., progetto tributato dalle acclamate Ready To Rock, Armed And Ready e la pirotecnica Into The Arena. Spazio anche al repertorio targato UFO, da cui spicca una corale Doctor Doctor. Qualche dubbio sulla prova di Chris Logan, spesso in debito d'ossigeno, mentre annotiamo con piacere che l'estro di Micheael Schenker non è andato perso negli anni. Ottimo riscaldamento.
SCORPIONS
A night to remember, la grande promessa degli organizzatori: volti di oggi e di ieri su un unico palcoscenico, uniti nel rievocare un mito che non conosce limiti generazionali. L'evento non tradisce le attese, regalando pura magia alle migliaia di fan accorsi sotto il True Metal Stage, parso ancora più imponente per l'occasione. Se la micidiale accoppiata Coming Home - Bad Boys Running Wild (che apertura!) non lascia dubbi sulla qualità dello spettacolo, è con l'ingresso degli ospiti d'onore che lo show tocca il suo apice: si parte con il tocco fatato di Uli Jon Roth, protagonista su un'intensa In Trance, passando attraverso le note di Holiday (con Michael Schenker) e il ritorno di Herman Rarebell dietro il drum-kit. Il programma prevede oltre due ore di musica, con valanghe di classici (Blackout, The Zoo, No One Like You, Still Loving You, Dynamite, Big City Nights), l'ugola d'oro di Klaus Meine e un finale con cinque chitarristi in scena (Rudolph, Michael e Tyson Schenker, Matthias Jabs e Uli Jon Roth) e un gigantesco scorpione meccanico a ipnotizzare la folla. Quando anche Rock You Like A Hurricane è solo un ricordo, cala il sipario su una prima giornata memorabile. Come promesso.
VENERDI' 4 AGOSTO
LEGION OF THE DAMNED
Ex-Occult, i Legion Of The Damned suonano un genere che senza dubbio è mancato troppo all'edizione 2006 del W.O.A.. Pur pescando a piene mani dal repertorio di Sodom e affini, gli olandesi convincono grazie a una proposta dinamica e varia per quanto possibile, con periodici cambi di tempo che stemperano l'assalto programmatico di ogni brano. Malevolent Rapture (title track del debutto su Massacre), Bleed For Me e la conclusiva Legion Of The Damned sono brani che lasciano il segno, dimostrando che si può ancora proporre dell'ottimo thrash metal senza suonare innovativi a ogni costo, ma ricercando prima di tutto una certa identità. Da seguire: in futuro potrebbero regalare piacevoli sorprese.
SIX FEET UNDER
Nonostante una carriera costellata da alti e bassi, i Six Feet Under hanno guadagnato negli anni una certa fama sui palchi di mezzo mondo, ragion per cui sono seguiti volentieri anche da chi li trova irrimediabilmente noiosi su disco. Wacken non è fortunata quest'anno: la proposta della band, orientata per lo più su tempi medi, stenta a decollare sul serio, trascinandosi stancamente e senza offrire particolari spunti d'interesse; complice la luna storta di Chris Barnes, a tratti insofferente, lo show si trasforma in una maratona monolitica che in pochi reggono fino all'ultimo, nonostante l'inserimento delle cover di War Machine (Kiss) e T.N.T. (AC/DC). Mediocri.
CADAVERIC CREMATORIUM
Meritevoli di menzione sono sicuramente i re blasfemi del W.E.T. stage, vincitori della Metal Battle Italiana, nientemeno che i bresciani Cadaveric Crematorium. Il loro death metal brutalissimo, pregno di atmosfere glaciali in stile Napalm Death, ha divertito tutti gli astanti grazie alla sequela di tracce tratte dall'ultimo Serial Grinder. Imperdibile lo show finale in cui hanno intonato un "Don't Cry" melense che ha mandato in visibilio la folla, unito a una canzone in italiano talmente densa di parolacce e insulti da far uscire di testa gli italiani e lasciare di stucco chi, per una volta, non capisce il nostro idioma. Grande prestazione.
NIKKI PUPPET
Un album quasi discreto e un'attitudine molto rock'n'roll (almeno nei luoghi promozionali) mi hanno attirato verso l'esibizione dei Nikki Puppet, band per metà femminile e guidata dalla voce di una Nicky Gronewold che su disco aveva convinto abbastanza. Ebbene, è stata una discreta delusione. La mora singer è l'unica ad avere una vaga idea di come tenere un palco (comunque piccolo e secondario come quello del Wet Stage) ma il problema vero resta nei brani, che in sede live confermano la mancanza di traino e carisma. Un altro delle incognite emerse dell'album era il compromesso tra vecchia scuola e modernità; speravo che in sede live il primo fattore prendesse il sopravvento e invece i dubbi sulle coordinate musicali della band restano e in qualche modo si dilatano.
NEVERMORE
Ormai trapiantata in Europa, la band di Seattle si presenta al pubblico di Wacken con una formazione rimaneggiata, che vede l'innesto temporaneo di Chris Broderick (Jag Panzer) al posto di Steve Smyth. Il set proposto pesca esclusivamente dagli ultimi tre album incisi, scelta già nota ai frequentatori abituali dei festival: a I, Voyager, Enemies Of Reality e Final Product il compito di spezzare l'egemonia di Dead Heart In A Dead World, al solito il più saccheggiato. Show nel complesso positivo, nonostante diffusi problemi tecnici alla chitarra di Jeff Loomis e una prestazione altalenante di Warrel Dane, partito male ma ritornato su livelli degni nelle conclusive This Godless Endeavor e Born.
OPETH
Subito dopo l'esibizione dei Nevermore, ci ritroviamo nella posizione giusta per goderci l'ennesima performance degli Opeth, alla loro seconda apparizione a Wacken dopo quella del 2001. C'è da dire che per tutto il concerto c'è stata come sottofondo l'esibizione dei Soilwork al party stage, per cui i suoni degli Opeth non erano mai chiarissimi, e Åkerfeldt ne ha approfittato per insultare scherzosamente la band, fatta di contadini dello Skåne.
I quattro di Stoccolma dopo la breve intro comune al tour di Ghost Reveries attaccano subito con The Grand Conjuraction: i suoni all'inizio sono un po' confusi, ma dopo diversi minuti tutto si aggiusta. Si nota subito la differenza di tocco tra Lopez e il nuovo batterista Axenrot, abituato a sonorità decisamente più violente, ma riesce comunque a fare egregiamente il suo lavoro. Seconda canzone della setlist è The Amen Corner da My Arms, Your Hearse, inaspettata e quasi mai suonata live; solita è la precisione nell'esecuzione, che poi prosegue con la famosissima The Leper Affinity tratta da Blackwater Park. Altra pausa, altra battuta del frontman e si riprende con Closure, canzone acustica dai vaghi tratti orientali; anche qui tutto va come da copione, con un lungo intermezzo nel punto dove su album entra la chitarra elettrica e comincia il riff orientaleggiante. Lo show si chiude con Deliverance, canzone nettamente più aggressiva delle altre e con la quale il pubblico si lascia coinvolgere di più.
Alcune considerazioni: è evidente che nei festival l'atmosfera è decisamente diversa rispetto alle date da headliner e anche dato il genere che suonano e la lunghezza delle canzoni non sono il massimo del divertimento. Tenendo conto poi del fatto che ormai sono una band di primo piano, mostrare un po' più di impegno e fantasia non avrebbe guastato, essendo anche al festival metal più importante del mondo: suonare versioni ridotte delle canzoni e suonarne di più (e non allungare in maniera allucinante Closure, portata a 8 minuti!), improvvisare maggiormente e adottare soluzioni visive più spettacolari data la loro immobilità sul palco.
Prestazione comunque più che soddisfacente.
VREID
Interessanti, anche se non particolarmente esaltanti, sono stati i Vreid nel W.E.T stage. La band norvegese ha ricordato per un attimo i Windir, i cui fans affollavano il palco coperto seppure a un'ora un po' traballante. Oscuri e dotati di una potenza non indifferente, hanno presentato una buona selezione da Kraft e il nuovo Pitch Black Brigade, dal quale è risaltata in particolare l'ottima Left to Hate. Davvero interessante, se non altro per passare un'oretta in compagnia di buon black.
KORPIKLAANI
La prima volta può essere una serata di grazia, la seconda una coincidenza… ma se per la terza volta in pochi mesi una band ti rimanda a casa (o in tenda) esausto, totalmente fradicio di sudore, senza voce e completamente appagato, allora forse è il caso di cominciare a fare delle capacità live di questa band una realtà consolidata. Sin dalle primissime battute i Korpiklaani sono un fiume in piena, complice un inizio di scaletta che come al solito predilige le altissime velocità e brani assolutamente trascinanti. Al trittico di apertura Journey Man, Väkirauta, Happy Little Boozer è già un delirio totale. L'atmosfera del Party Stage calza a pennello alla compagine di Jarvela e se sopra il palco tutto va alla perfezione, sotto il palco si può dire che vada ancora meglio: si canta, si danza e ci si diverte. È una vera e propria festa di aggregazione e divertimento. Non manca davvero nulla: ci sono gli episodi da baldoria come Wooden Pints e Cottages & Saunas, c'è il siparietto solista del violino di Hittavainen e ci sono tutti i figlioli prediletti a la Korpiklaani e Spirit of the Forest. Come da copione le scorrerie di Hunting Song e Beer Beer chiudono il set, ma questa volta arriva anche un bis inaspettato: nell'encore c'è da festeggiare il ventesimo compleanno di Juho Kauppinen, e allora quale occasione migliore per portare in sede live la splendida Midsummer Night? Divertenti, spettacolari, esaltanti: in assoluto tra i migliori del festival, in compagnia di mostri sacri come Scorpions ed Emperor.
CHILDREN OF BODOM
Ad accogliere la formazione finlandese troviamo un mare sterminato di gente, molta della quale sciamata dal Party Stage, dove stavano terminando i Korpiklaani, fino all'Heavy Metal Stage. Poco prima dell'inizio del loro concerto già la folla superava la torre delle luci e del mixing, folla entrata subito in delirio non appena Alexi, entrato con lo sguardo superiore e sprezzante come al solito, intona uno dietro l'altro tutti i tumultuosi cavalli di battaglia Bodomiani. Particolarmente devastanti sono stati "Hate Crew Deathroll" suonata come seconda, e le bombe dell'ultimo "Are You Dead Yet?" e "Needled 24/7". In forma come sempre, anche se Laiho sembrava leggermente stanco, tanto che spesso ha lasciato che la potenza del sound supplisse alla sua voglia non proprio esplosiva di cantare di fronte a una folla tanto adorante.
CELTIC FROST
Negli ultimi anni di reunion ne abbiamo viste tante, molte delle quali hanno lasciato più amarezza e disappunto che altro. Delusioni che si portano dietro mari di critiche, e giustamente: che bisogno c'è di riesumare nomi dagli antichi fasti per poi infangarli con prestazioni mediocri e a volte persino sconcertanti? Una domanda che forse avrebbero dovuto farsi anche i Celtic Frost prima di presentarsi in queste condizioni a fare da headliner nel festival metal più importante del mondo. Fiacca e in netta difficoltà la band di Zurigo è meno di una copia sbiadita di quanto fu negli anni '80. E non c'entrano stupidaggini come l'atmosfera di quegli quei tempi e la magia dei garage: la realtà è che l'ingranaggio Celtic Frost, oggi, proprio non va. Esecuzioni deboli, brani talvolta proposti in maniera notevolmente più lenta rispetto alla versione da studio, una setlist costruita in maniera del tutto discutibile e una presenza scenica che si è persa per strada. Un fallimento amplificato dal fatto che tutte le speranze di un po' di sano e vecchio thrash metal, in questo Wacken 2006, erano proprio legate al nome Celtic Frost.
AMON AMARTH
Finalmente, esattamente come avvenne anche nel 2005, entrano in scena gli Amon Amarth nel cuore della notte, ovvero alle due del mattino - band di chiusura della giornata. Il palco è il Black Stage, e la sua estensione consente alla band svedese di spaziare di fronte a una folla di decine di migliaia di persone, dimostrazione della strada percorsa da Hegg e soci da quel periodo in cui, ai tempi di The Crusher, non erano in grado di agglomerare più di 50 persone insieme. Purtroppo anche stavolta l'audio non è stato uno dei migliori, anche se è decisamente migliorato dalla cacofonia dell'anno precedente. Scaletta intrigante, anche se pregna di Fate of Norns, cosa che può lasciare più o meno interdetti a seconda dei propri gusti personali, ma anche piena di colpi di classe come un'ottima "From the Stabwounds to Our Backs" e una notevole, nonostante la provenienza, "An Ancient Signs of Coming Storm". Da cardiopalma ovviamente l'introduzione in chiave sinfonica di "Amon Amarth", già descritta con dovizia di particolari nella parte iniziale della recesione di "Wrath of the Norsemen", e da altrettanto cardiopalma il lunghissimo intermezzo teatrale regalatoci dagli Jomsviking che hanno inscenato una battaglia vichinga sempre sulle flebili, ma impetuose, note di Amon Amarth. La battaglia, con tanto di effetti scenografici, è proseguita per un buon quarto d'ora durante il quale abbiamo assistito a dimostrazioni d'arte bellico-medievale (a tratti un po' pacchiane) e persino a uno straccio di trama: alcuni combattenti venivano effettivamente eliminati e rimanevano al suolo per tutta la durata dello show. Interessante, insomma, fino a un possente Death in Fire circondato di fiamme reali e una sempitrna Victorious March che trascina la folla in un pogo devastante. Un ottimo show a cavallo tra la promozione di Wrath of the Norsemen e l'incipiente With Oden on our Side, del quale è stata presentata a sorpresa una canzone.
SABATO 5 AGOSTO
METAL CHURCH
Relegati in un Party Stage che non fa onore ai tanti anni sulle spalle della band, i Metal Church aprono la giornata di sabato con un intenso show a base di puro US Heavy Metal, merce rara in un festival sempre più orientato verso altri lidi. Accanto alle nuove A Light In The Dark e Mirror Of Lies, bissata con tanto di videoclip improvvisato, c'è spazio per ricordare David Wayne e la leggenda di Watch The Children Prey, Ton Of Bricks, Start The Fire. Chiusura in grande stile con Gods Of Wrath, Beyond The Black e Metal Church, a ricordare che il gruppo è vivo e vegeto; forse un po' ammorbidito dagli anni, ma ancora in grado di servire una degna liturgia metallica.
WHITESNAKE
Dopo l'esaltante esibizione dei Gamma Ray, il True Metal Stage regala nuove emozioni con gli impeccabili Whitesnake. Il set è una dedica diretta agli amanti del grande 1987, rispolverato con gli innesti di Bad Boys e Give Me All Your Love, più le sempreverdi Still Of The Night, Crying In The Rain e Is This Love nelle loro versioni più popolari. La band è in ottima forma, dalla gagliarda coppia Beach-Aldrich al padrone di casa Coverdale, in grande spolvero durante tutto il concerto anche se non ai livelli assoluti di qualche annetto fa. Il finale con Here I Go Again è l'ennesimo estratto dal diciannovenne masterpiece della band, già ampiamente riesumato durante tutta la durata dello show. Per loro un bagno di folla premiato da un'esibizione scintillante, come da tradizione del Serpente Bianco.
ARCH ENEMY
Grazie all'enorme fama guadagnata dagli anglo-svedesi negli ultimi anni (legata più o meno all'estetica della band), il Wackenvolk sembra non curarsi dei 10 minuti di ritardo. Non avendo seguito lo show da vicino, i suoni sono sembrati un po' deboli nelle prime canzoni, che è esattamente ciò che successe nel 2004. Ottimo il tapping combinato di Amott e Åkesson in Dead Bury Their Dead, ma è chiaramente con We Will Rise che la Gossow eccita tutto il pubblico in un pogo sfrenato. Molto apprezzati gli altri pezzi proposti, tra cui spiccano la tremenda Ravenous, Dead Eyes See No Future e My Apocalipse.
FEAR FACTORY
Chiamati a svegliare un pubblico altrimenti intorpidito da un pomeriggio umido e senza un filo d'aria, i Fear Factory sacrificano un terzo della scaletta per via di suoni ancora in assestamento. Risolto ogni inconveniente tecnico, l'assalto martellante della band non tarda a farsi vivo, trasformando anche un brano come Linchpin (a suo tempo contestato con il resto dell'album) in un episodio imperdibile del set. Demanufacture, Edgecrusher, Archetype e Slave Labor tra i momenti migliori dell'ora a disposizione, positiva nonostante il fiatone di Burton C. Bell (bocciato sulle clean vocals) e l'assenza di un vero showman che tenga in pugno le prime file.
ORPHANED LAND
Eccezionale la prestazione degli Orphaned Land nel Party Stage. Defilati, in un pomeriggio di sole bruciante, gli israeliani hanno tenuto banco in una situazione anche leggermente delicata, vista l'apparizione proprio all'indomani dell'invasione israeliana, ma un loro "Hello Wacken, We are Orphaned Land from Israel, Shalom!" ha dimostrato che è solo la musica a regnare su Wacken. E che musica - un gruppo di compatrioti scalmanati agitava la bandiera con la stella di david mentre risuonavano le note di Sahara, El Norra Alila e del capolavoro Mabool. Indimenticabile "Like Fire to Water", che vede tutta la band impegnata in arzigogolii musicali degni del disco da studio, sempre pieni di carica e con il sorriso sulle labbra. Un'incitazione a saltare tutti all'unisono durante la fantastica "Norra el Norra", fiore all'occhiello di Mabool, riesce a incendiare persino dei black metaller con la croce rovesciata al collo, che probabilmente non sanno di cantare - per quanto possibile - quella che non è altro che un'invocazione a Dio e alla sua misericordia.
MORBID ANGEL
A conferma di un'allergia al soundcheck che è ormai tappa fissa di ogni show della band floridiana, i Morbid Angel si presentano con una Rapture godibile solo dalle prime file. I problemi persistono e la 6-corde di Trey Azagthoth non emerge prima di quattro-cinque brani. Da quel mometo però è proprio l'ascia di Trey a trainare l'esibizione verso livelli finalmente soddisfacenti: Lord Of All Fevers And Plagues, Chapel Of Ghouls, Fall From Grace e la conclusiva God Of Emptiness sono patrimonio indiscusso del genere, e gli applausi non tardano ad arrivare copiosi. Recuperato Erik Rutan, l'assetto della band non teme confronti, rivelando proprio nel redivivo Dave Vincent - al solito imbalsamato al centro del palco - l'unico potenziale punto debole. Una solida conferma, nel bene e nel male.
GAMMA RAY
Verso le 17.15 Wacken può riabbracciare Kai Hansen e i suoi Gamma Ray. Mi aspettavo una di quelle tipiche calorose accoglienze che il festival dedica solitamente ai beniamini di casa, e invece il benvenuto che Wacken riserva allo zietto dell'happy metal è piuttosto freddo e lascia alquanto sorpreso il sottoscritto. La folla davanti al True Metal stage è poco numerosa, piuttosto distratta e anche decisamente poco coinvolta. Sarà il sole che comincia a martellare sul serio ma i wackeniani decidono di prendersi una pausa dai concerti proprio durante l'esibizione del Raggio Gamma. Peggio per loro, perché Kai Hansen e compagni mettono in piedi uno show piuttosto lineare ma comunque di tutto rispetto. Partenza con il solito intro Welcome e Garden of the Sinner – ogni volta il sottoscritto spera in una Lust for Life a sorpresa, ma niente da fare, Heading for Tomorrow e i dischi dei primi anni sembrano ormai caduti nell'oblio e di lì via a ripercorrere tutta la recente discografia della band di Amburgo. Apice di tutta l'esibizione è senza dubbio il medley tra una rispolverata splendida Rebellion in Dreamland e l'helloweeniana I Want Out, unico brano delle zucche di tutta la setlist. Epilogo di un pubblico che proprio non si vuole lasciare coinvolgere la scena (abbastanza triste) di fine show: ai saluti di Kai molti non hanno nemmeno aspettato l'ovvio encore e si sono spostati in altre aree del festival. Non sono assolutamente di quelli che esige il rispetto e la partecipazione incondizionata per le band “anziane”, ognuno ha i suoi gusti e la devozione va guadagnata al di là della data di nascita, ma a un personaggio come Kai Hansen e a uno show come quello dei Gamma Ray forse era meglio dedicare qualche attenzione in più.
SOULFLY
Mentre in casa Sepultura si ventila da giorni l'ipotesi di una clamorosa reunion, i Soulfly non si fermano e approdano a Wacken per presentare il recente Dark Ages. Un'ora e un quarto a disposizione per Max Cavalera e soci, impegnati tra brani propri e gradite rivisitazioni di classici decennali: Refuse / Resist, Roots Bloody Roots e Troops Of Doom risvegliano tra i presenti un sincero moto nostalgico, nonostante le varie Back To The Primitive, Jumpdafuckup e la 'nuova' Babylon diano il meglio di sè proprio in chiave live. Uno dei concerti più seguiti della giornata, per la soddisfazione di un Cavalera in buone condizioni fisiche e vocali.
ATHEIST
Se si va ad un grande evento come Wacken e gli Atheist sono nel bill, non andarli a vedere è un peccato mortale. Il quintetto americano dà vita ad uno spettacolo intenso e pieno d'energia nel tardo pomeriggio wackeniano. Il livello tecnico è incredibile e la band coinvolge i molti spettatori presenti con pezzi come On the Slay, Unholy War, I Deny, An Incarnation's Dream per poi dar vita all'esaltazione totale con il classicissimo Air. Degno di nota l'assolo di basso di Tony Choy di Samba Briza. Feel them burn!
EMPEROR
L'attesa del momento clou del Black Stage, che deve proprio il suo nome a mostri sacri come i due headliner degli ultimi due anni, diventa insopportabile finché non si sentono i primi passi scricchiolare e fischiare attraverso i microfoni: giungono gli Emperor, una visione leggendaria sparita da troppo tempo dai palchi di tutta Europa. Ishahn è quasi raggiante quando dà il benvenuto a tutta Wacken, peccato che probabilmente l'abbia sentito solamente la prima fila. Il volume del suo microfono è talmente basso che io stesso, che ero non troppo lontano dal palco, pensavo stessero continuando a suonare un'intro strumentale da qualche minuto. Invece le voci che si accavallavano e provenivano dalle prime file, assicuravano che in realtà aveva cominciato a cantare da qualche minuto.
La situazione grottesca è andata avanti per un po' quando un tecnico del suono ha risolto eroicamente il problema e finalmente abbiamo potuto assistere a una scaletta elettrizzante con brani provenienti dagli album meno conosciuti come "IX Equilibrium", "Prometheus..." e "Anthems To The Welkin At Dusk". La tastiera in particolare è risaltata molto, dandogli un aspetto decisamente più diverso dagli Emperor più lugubri di primo pelo, ma è bastato qualche cavallo di battaglia dall'immortale "In the Nightside Eclipse", tra cui ovviamente la canzone forse più rappresentativa dell'intero black metal, "I am the Black Wizards", a riportare all'ordine chiunque dubitasse dell'essenza nera degli Imperatori di Norvegia.
MOTORHEAD
Più passano gli anni e più i Motorhead sembrano possedere il dono dell'ubiquità. Sono qui, sono là, sono su e sono giù. Poco male, perché tra nuove leve ai primi passi e vecchi dinosauri con più o meno acciacchi, i Motorhead rappresentano quella sorta di garanzia che non scatena l'attesa ma che in un festival fa sempre piacere ritrovare. Quando Lemmy & Co. salgono sul palco sai già che non ci saranno sorprese: è in arrivo un'ora di heavy rock'n'roll nudo e crudo in un formato più che consolidato. Formato che prevede i classicissimi (Ace of Spades, Overkill e compagnia), qualche pezzo dall'ultimo disco da studio (in questo caso, Inferno) e qualche brano pescato qua e là dall'ormai trentennale carriera (siamo a 29 dall'uscita di Motorhead). A dire la verità mister Kilmister non è esattamente in una delle sue serate migliori e la scaletta pecca di un paio di assenze importanti, ma questo non influisce poi più di tanto sull'esibizione. Il solito Mikkey Dee pesta che è un piacere, Phil Campbell procede senza errori e così anche se Lemmy non è in condizioni ottimali tutto procede secondo i piani. Alla fine i Motorhead sono questi: tanto di più e tanto di meno non saranno mai, e va benissimo così.
FINNTROLL
Ci sono tanti tipi di attitudini live, sopra e sotto al palco. Nel caso Finntroll, in entrambe le dimensioni ci si aspetta grande vitalità e impatto. Una band compatta sul palco e una bolgia infernale fatta di animali appena sguinzagliati fuori dalla gabbia, sotto: una folla pronta a cantare e sbraitare al ritmo delle polke e delle melodie trascinanti dei troll finnici. La musica deve travolgere come un fiume in piena. Dovrebbe essere così, purtroppo invece a Wacken è andata diversamente. Non ci sono virtuosismi da ammirare nella musica dei Finntroll, ma solo la colonna sonora ideale per una festa sotto al palco, tra grida, cori, canti e pogo. Questo non è stato possibile, neppure nelle due-tre primissime file dove mi trovavo. I motivi? Sono 2. Primo, un pubblico troppo impreparato sulla materia per godersi davvero lo show; secondo (e soprattutto) un volume basso, troppo basso, terribilmente basso, che ha compromesso e mutilato tutto lo show della band finlandese. Per dare un'idea della situazione basta dire che non si poteva cantare, altrimenti la voce avrebbe tranquillamente sovrastato quanto usciva dall'impianto. Occasione sprecata perché i Finntroll hanno suonato comunque bene e proposto una scaletta tutto sommato molto interessante. Sì, la band si è dimenticata di qualche vecchia gloria (vedi Rivfader) ma ha comunque sfoggiato diversi classici (Midnattens Widunder, Jaktens Tid, Vatteanda) rappresentato a dovere l'ultimo Nattfodd (Nattfodd, Fiska, Manni, Ursvamp), rispolverato qualche brano davvero devastante (Slaget vid Blodsalv, Svartberg) e aggiunto come surplus tre brani nuovi di zecca in anteprima mondiale. Insomma, in definitiva la promozione dal Party Stage al Black Stage non ha giovato alle creature di Helsinki: l'atmosfera che c'era lo scorso anno sotto al palco laterale era totalmente diversa e nettamente preferibile. D'altronde il successo ha i suoi pro e i suoi contro, e con il numero di fan che si ritrovano i Finntroll oggi, lasciare la band sul Party Stage era impensabile. Già l'anno scorso molti di quelli che avrebbero voluto godersi il concerto si sono dovuti piazzare in aree molto laterali dove sia visuale che suono erano pessimi.
Con i fuochi dei Subway to Sally immersi nella nebbia termina così Wacken 2006. Al 2007 allora, quando Wacken tornerà il centro del mondo del Metal.
Daniele "Fenrir" Balestrieri
Alessandro "Zac" Zaccarini
Federico "Immanitas" Mahmoud
Mimmo "Greystar" Saracino

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